Più Forte dei No - Corso Intensivo di Fiducia in Sé Stessi - Jia Jiang
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Più Forte dei No - Corso Intensivo di Fiducia in Sé Stessi - Anteprima del libro di Jia Jiang

Cronaca semiseria per superare la paura del rifiuto e diventare invincibili

Affrontare il "NO"

Dopo aver consegnato il cellulare a Tracy perché leggesse l’e-mail, mi ero alzato da tavola scusandomi ed ero uscito per strada. Cera gente che andava e veniva dal ristorante, mentre i miei amici intonavano Happy Birthday senza di me. Esattamente come il 4 luglio, mi ero sentito solo, triste e alla deriva in mezzo a un mare di persone felici. Prima avevo paura dei «no» e quindi non rischiavo e ora che avevo rischiato avevo ottenuto un rifiuto.

Mi ero soffermato nel parcheggio per un buon quarto d’ora sforzandomi di controllare le mie emozioni. Alla fine, ero ritornato a tavola ma non avevo più aperto bocca fino al termine della festa. Tracy, in seguito, mi avevo detto che sembravo uno zombie.

Per mesi mi ero recato al lavoro ogni giorno provando un senso di euforia, come di chi sta finalmente vivendo il proprio sogno. Ma dal momento del rifiuto da parte dell’investitore era cambiato tutto. Il tragitto in auto mi era diventato insopportabile. Il nostro spazio in condivisione, da accogliente era diventato deprimente. Persino la segretaria, sempre allegra, mi era diventata antipatica. Ero stato respinto, il mio sogno si era infranto e io stavo malissimo.

Il successo non mi sembrava più scontato, anzi, non mi sembrava più nemmeno probabile o possibile. Avevo iniziato a dubitare della mia idea: «Lo sponsor è un imprenditore di antica data. Deve avere i suoi buoni motivi per pensare che non vale la pena investire nella mia azienda», dicevo tra me e me.

Avevo anche cominciato a dubitare di me stesso: «Ma chi credi di essere? Chi ti ha mai detto che sei stato scelto per diventare un imprenditore di successo? Stai vivendo un sogno infantile. Ritorna con i piedi per terra, caro mio! Per sfondare con una start-up bisogna essere dei geni come Bill Gates e Steve Jobs. Tu, invece, sei un genio mancato come ce ne sono tanti. »

A quel punto me l’ero presa con me stesso: «Si può sapere che cosa ti è saltato in mente? Solo un pazzo avrebbe potuto rinunciare a un buon posto per buttarsi a pesce in un’impresa così azzardata!»

Ero molto dispiaciuto anche per Tracy, perché ero convinto di averla delusa. Volevo rinunciare: «Lo vedi come stai male? Non vorrai rischiare di essere respinto un’altra volta? Nemmeno per sogno!»

E alla fine mi ero fatto attanagliare dalla paura: «E adesso? Che cosa diranno gli amici e i suoceri? Penseranno che sei un individuo irrazionale e un padre e marito irresponsabile e forse hanno anche ragione.»

Il guaio dell’insicurezza è che ti fa pensare che tutti possano respingerti, anche i tuoi cari. Il primo giorno di lavoro dopo il rifiuto era stato tetro. Quella sera, quando ero rientrato a casa, mi ero sentito in dovere di chiedere scusa a Tracy. Le avevo detto che mi dispiaceva molto aver fallito e che stavo cominciando a pensare di non essere tagliato per fare l’imprenditore. Forse avrei dovuto darmi per vinto e mettermi alla ricerca di un nuovo lavoro qualche settimana prima del previsto, in modo da garantirci un reddito il più presto possibile.

Terminato il discorso avevo guardato Tracy pensando che lei mi avrebbe abbracciato cercando di consolarmi. Invece, ero stato richiamato all’ordine: «Ti ho concesso sei mesi, non quattro», mi aveva detto, «te ne mancano due. Vai avanti senza rimpianti!» Io ero disposto a rinunciare ma non avevo fatto i conti con Tracy. Lei era andata su tutte le furie: sembrava un allenatore di pugilato che ti incita a risollevarti anche se sei a terra tutto pesto. Era stato un altro dei tanti momenti in cui mi ero reso conto di aver sposato una grande donna!

Così avevo accettato di tenere duro per altri due mesi, durante i quali avrei fatto tutto il possibile per far decollare la mia idea e la mia azienda.

Tuttavia, la batosta del finanziamento aveva ulteriormente aggravato il mio terrore dei «no». Avrei voluto tentare con altri sponsor, ma ero paralizzato dalla paura che rifiutassero tutti uccidendo il mio sogno. Quando mi guardavo allo specchio, vedevo un uomo ambizioso incapace di accettare un «no». Per anni avevo lavorato in un ambito aziendale sicuro e all’interno di un gruppo che mi proteggeva dai rischi, perciò non ero abituato a espormi. Se volevo veramente fare l’imprenditore, dovevo assolutamente imparare ad affrontare i «no». Forse che Thomas Edison, Konosuke Matsushita o Bill Gates avrebbero mollato il colpo dopo soli quattro mesi? Non credo proprio.

Avevo sessanta giorni di tempo per realizzare l’applicazione e trovare altri finanziamenti. Però mi ero reso conto che dovevo anche imparare a non demordere al primo (o secondo, o terzo...) rifiuto. Non bastava tuttavia che io superassi la paura dei «no», dovevo anche riuscire a capire come sfruttarli. Se fossi stato Davide, il rifiuto sarebbe stato il grande e grosso Golia. Dovevo solo trovare gli strumenti giusti, una corazza adeguata e la fionda più idonea per abbatterlo.

Avevo cominciato con l’arma più tecnologica del mio arsenale: Google. Avevo digitato «superare i rifiuti» nella casella del «cerca» e dato una scorsa veloce ai risultati, che comprendevano un articolo didattico, una serie di trattati di psicologia spicciola e una dozzina di citazioni. Nessuno di essi sembrava fornire una soluzione al mio problema. La psicoterapia e la letteratura non mi interessavano: io volevo qualcosa di concreto.

Dopo aver consultato distrattamente svariati link, mi ero imbattuto in un sito dedicato a una non ben definita «terapia del rifiuto». Era una sorta di gioco, elaborato da un imprenditore canadese chiamato Jason Comely, che prevedeva la ricerca voluta e ripetuta del rifiuto allo scopo di diventare insensibili al dispiacere e alla delusione suscitati dalla parola «no». Chissà perché l’idea mi era piaciuta subito. Forse perché mi ricordava l’esercizio del «pugno di ferro» nel Kung Fu, esercizio per cui bisogna colpire ripetutamente un oggetto duro con il pugno al fine di diventare resistenti al dolore.

Forse ho visto troppi film di Kung Fu, ma l’idea di superare il rifiuto affrontandolo di petto continuamente mi allettava. Era esattamente ciò di cui avevo bisogno: prendere di petto la mia paura dei «no». In un momento di entusiasmo esagerato, che mi ricordava la promessa adolescenziale di conquistare Microsoft, avevo giurato non solo di provare la terapia del rifiuto, ma di provarla cento volte, filmare tutti i miei tentativi e aprire un blog sull’argomento (cosa che non avevo mai fatto in vita mia) intitolato «Un ‘no’ al giorno per 100 giorni». Se fossi riuscito a crearmi un seguito, avrei fatto più fatica a ritirarmi a metà strada.

La terapia di Comely prevede l’acquisto di un mazzo di carte su cui sono stampati gli obiettivi che i giocatori possono prefiggersi ogni giorno e che, probabilmente, portano a scontrarsi con un rifiuto: per esempio: «Fai amicizia con un perfetto sconosciuto su Facebook», oppure «Chiedi indicazioni a qualcuno per strada». A me però quei compiti sembravano troppo facili: io volevo qualcosa di più creativo, magari un po’ folle e soprattutto molto personale. Lidea era di divertirmi svolgendo un compito che, praticamente, mi terrorizzava.

Il giorno dopo avevo intrapreso il mio viaggio alla volta dei «no».

Un «no» al giorno: primo giorno

Avevo trascorso tutta la giornata senza fare nulla. Cominciare non era facile, sia perché i «no» mi terrorizzavano, sia perché non avevo un’idea precisa di ciò che volevo cercare di ottenere. Poi, mentre stavo per uscire dall’immobile del mio ufficio avevo notato la guardia giurata seduta alla sua postazione e mi era balenata un’idea. E se avessi provato a chiederle in prestito cento dollari? Il solo fatto di porre a me stesso quella domanda mi aveva fatto rizzare i capelli. Ero quasi certo che la guardia avrebbe detto di no, anzi era proprio quello lo scopo. Ma in che modo l’avrebbe fatto? Mi avrebbe buttato fuori? Sarebbe scoppiata a ridere? Mi avrebbe dato una manganellata in testa? Mi avrebbe preso per uno psicopatico e avrebbe telefonato all’ospedale psichiatrico più vicino per sapere se fosse scappato un paziente asiatico tenendomi intanto fermo con un braccio dietro alla schiena? E, in ogni caso, il tizio era dotato di pistola oltre che di manganello?

Tutte quelle domande mi rimbombavano nella testa gettandomi in uno stato d’ansia sempre più profondo. E così, prima di farmela addosso per la paura, avevo deciso di porre la famigerata domanda e vedere che cosa sarebbe successo. Avevo preso il cellulare, acceso la videocamera e pronunciato queste parole rivolgendola verso me stesso: «Tentativo numero uno. Provo a chiedere in prestito cento dollari a un perfetto sconosciuto. Ehm, non sarà per niente facile, ma vediamo che succede.»

Tenendo il telefono (che stava registrando) in alto, mi ero avvicinato alla guardia, che stava leggendo il giornale.

«Scusi», avevo detto con il cuore che batteva all’impazzata come se avessi appena trangugiato cinque tazzine di caffè.

Il tizio aveva alzato lo sguardo e, prima che potesse aprire bocca, io avevo sparato la mia domanda: «Non è che mi presterebbe cento dollari?»

Lui aveva aggrottato la fronte e aveva risposto: «No. Perché?»

«No? D’accordo. Va bene, grazie!», avevo balbettato io, sentendo una vampa di calore che mi saliva fino alle orecchie. Poi ero uscito a razzo dalla guardiola, come un animale da preda che ancora non sa se il suo predatore intenda divorarlo o lasciarlo andare.

Mi ero rifugiato in un angolo dell’edificio e mi ero seduto per cercare di calmarmi. Probabilmente qualcuno di voi si starà chiedendo perché la stia facendo tanto lunga. Ve lo spiego subito: ottenere un rifiuto davanti a una richiesta di denaro per me era una contraddizione pazzesca, un connubio di successo e fallimento. Ero emigrato in America, avevo frequentato ottime scuole, lavorato per aziende solide, ero orgoglioso della posizione sociale che avevo conquistato nel corso degli anni. Di conseguenza, chiedere soldi a uno sconosciuto era estremamente imbarazzante e ottenere un rifiuto era quasi troppo per me (un fallimento), anche se si trattava della ricerca voluta di un rifiuto (quindi un successo).

«Che fatica!», avevo borbottando augurandomi che mio padre, o peggio ancora mio zio, non vedessero il video nel quale elemosinavo dei soldi, anche se solo per finta. Però era la terapia del rifiuto, dopo tutto, e certe terapie, per essere efficaci, devono far soffrire. Ero uscito daH’immobile sperando di cavarmela meglio la volta successiva.

La sera

Quella sera, tuttavia, montando il video per caricarlo su YouTube e sul mio blog, avevo rivisto l’esperienza da una prospettiva completamente diversa. Le immagini mostravano chiaramente il mio terrore: mentre mi rivolgevo alla videocamera, poco prima di porre la fatidica domanda, sembravo il personaggio del dipinto di Edvard Munch, Lurlo, con in più un sorriso forzato e un po’ di capelli in testa. Se ero così spaventato, chissà come mi aveva visto e che cosa aveva pensato la guardia giurata!

Poi avevo guardato la sequenza successiva, quella in cui ponevo la domanda e la guardia giurata mi rispondeva di no. Solo in quel momento mi ero accorto che dopo il «no» l’uomo mi aveva chiesto «perché?», dandomi così l’opportunità di spiegarmi. Il fatto di porre la domanda mi aveva talmente stressato che non avevo sentito tutta la risposta. Forse la guardia era incuriosita dalla mia strana richiesta o forse, notando la mia espressione terrorizzata, aveva pensato che mi trovassi in qualche guaio. In ogni caso, l’uomo era disposto a prolungare la conversazione. Se avessi accettato avrei potuto spiegargli, in tutta sincerità, che stavo cercando di superare la mia paura del rifiuto obbligandomi a fare richieste assurde. Oppure: «Voglio vedere se riesco a ottenere qualcosa di impossibile. Se si fida e mi presta cento dollari, le garantisco che glieli restituisco subito. Lavoro in questo palazzo, se vuole le lascio un mio documento». Avrei potuto fornire tutta una serie di spiegazioni per dimostrargli che non ero un pazzo e tranquillizzarlo.

E invece che cosa avevo detto? «No? D’accordo. Va bene, grazie!» Desideravo solo sparire il più velocemente possibile. Però, guardando la riproduzione del video non avevo potuto fare a meno di pensare che avevo sprecato un’occasione e che la paura mi aveva ridotto il cervello in pappa.

Mentre riflettevo su che cosa postare sul blog, mi ero anche chiesto perché fossi così spaventato. La guardia giurata non aveva affatto un aspetto minaccioso o intimidatorio. Di sicuro non era il tipo da prendermi a manganellate solo per aver posto una domanda, eppure io l’avevo considerato una tigre famelica. Dopo tutto, il mio scopo era ottenere un rifiuto e l’avevo raggiunto. Ma allora perché tutta quella paura?

Non sapevo darmi una risposta, però capivo che il mio terrore aveva avuto un impatto negativo sul risultato. Così avevo deciso di procedere al secondo tentativo adottando un approccio diverso. Questa volta volevo mostrarmi un po’ più sicuro e padrone di me stesso e vedere se ottenevo la stessa reazione. Dovevo provare a dare una spiegazione e magari anche a fare qualche battutina di spirito - ammesso che fosse possibile.

Questo testo è estratto dal libro "Più Forte dei No - Corso Intensivo di Fiducia in Sé Stessi".

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La paura di sentirci dire NO si trova ai primi posti fra i timori più grandi, ancora prima di quelli della solitudine, del dolore e della malattia.... continua