Pranayama - Swami Kuvalayananda - Estratto
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Pranayama - Anteprima del libro di Swami Kuvalayananda

Kapalabhat

Kapalabhat - Il nome

La parola deriva da due diversi termini sanscriti: Kapala, “cranio”, e Bhati, “splendere”. Quindi Kapalabhati è un esercizio che rende il cranio luminoso, chiaro. Kapalabhati è uno dei sei processi di purificazione, conosciuti nell'Hatha-Yoga come Shat Kriytft, e ha lo scopo di pulire i canali nasali contenuti nel cranio, e insieme a questi le rimanenti parti del sistema respiratorio. Siccome l’esercizio pulisce necessariamente una parte del cranio, il nome gli è stato appropriatamente attribuito.

Nello Yoga Sastra vengono trattati tre diversi tipi di Kapalabhati, tutti caratterizzati dalla stessa capacità di ripulire i canali nasali situati nel cranio. Qui comunque tratteremo la varietà più popolare delle tre che, come si vedrà dalla sua tecnica, è un tipo di esercizio di respirazione.

Kapalabhat - La tecnica

Sebbene Kapalabhati non sia un esercizio di Pranayama nel senso più strettamente tecnico, è certamente un esercizio di respirazione e quindi tutto quello che è stato scritto a proposito del luogo, del modo di sistemarsi, del tempo ecc. nel Capitolo 3 di questo manuale si applica bene anche a questo esercizio, come a tutto ciò che è più propriamente Pranayama. Così si determinerà lo spazio, si troverà la propria posizione, si deciderà il tempo in accordo con le istruzioni generali descritte in quel capitolo. Un’ulteriore questione riguarda però la posizione più adatta a questo esercizio: uno studente di cultura fisica potrà assumere ogni posizione seduta che sia comoda, poiché pensiamo che Kapalabhati non possa essere vantaggiosamente praticato stando in piedi. Così come vedremo più avanti, questo tipo di respirazione necessita di un movimento molto libero dei muscoli addominali, e stando in piedi i muscoli addominali anteriori non sono completamente rilassati e di conseguenza non possono essere liberamente manipolati. Invece se si è seduti i muscoli addominali possono essere completamente rilassati e il loro movimento potrà essere controllato efficacemente. Quindi anche un cultore fisico dello yoga farà bene a praticare Kapalabhati in posizione seduta.

Per un cultore spirituale la questione è un po’ diversa. Per la pratica di Kapalabhati si raccomanda vivamente la posizione del loto (Padmasana, cfr. figura 17, p. 51). Il motivo è questo: Kapalabhati, per avere un qualunque vantaggio spirituale, dev’essere praticata vigorosamente e per lungo tempo, e una pratica vigorosa, anche se per pochi minuti, porta pressoché ogni tessuto del corpo a vibrare. Queste vibrazioni diventano via via più violente se l’esercizio continua con l’originale vigore, finché diventa molto difficile controllare la posizione assunta. Quindi, fra le posture meditative raccomandate ai cultori spirituali, Padmasana è la sola in cui gli arti inferiori siano mantenuti nella loro posizione originaria in simili circostanze: la chiusura dei piedi - che crea una parte della posizione del loto - è sistemata in modo che nessun aumento di vigore può scioglierla. In altre posture meditative le gambe sono sbloccate e le forti pressioni che il corpo inizia a ricevere attraverso un Kapalabhati vigoroso le portano subito fuori posto. Siccome è essenziale che la postura assunta sia mantenuta per tutta la durata dell’esercizio, allora Padmasana è la sola posizione meditativa utilizzabile per la pratica di Kapalabhati.

Questo insegnamento tradizionale e razionale di Kapalabhati da praticarsi solamente in Padmasana è riportato dagli autori l'Hathayoga Pradipika. Dobbiamo ammettere che Svatmarama Suri non dice esplicitamente che Padmasana è obbligatoria, ma siamo in grado di sapere cosa intende da ciò che dice in relazione a Bhastrika. Nel caso di altri Pranayama non indica infatti al cuna particolare posizione, ma nella descrizione della tecnica di Bhastrika Kumbhaka Svatmarama afferma che dev’essere praticata in Padmasana. Questo significa che in accordo con lui si deve praticare Bhastrika Kumbhaka nella posizione del loto. Quindi, essendo la pratica di Kapalabhati così simile a Bhastrika, possiamo tranquillamente affermare che Bhastrikd è uguale a Kapalabhati più un Kumbhaka del tipo Ujjayi. Di conseguenza possiamo logicamente concludere che Xasana obbligatoria per Bhastrika lo è anche per Kapalabhati.

E il caso di ricordare quindi che la posizione del loto assunta per Kapalabhati consiste soprattutto nella chiusura dei piedi. La posizione delle mani — come succede abitualmente — consiste nel portare le mani alle ginocchia in Jnana-Mudra o si possono portare davanti all’addome, come richiesto in Padmasana. Per quanto riguarda i due Bandha — cioè Jalandhara e Mula — che normalmente fanno parte di Padmasana, ci si può ricordare delle seguenti istruzioni.

Negli esercizi di respirazione Jalandhara-Bandha dev’essere praticata solo durante il periodo di Kumbhaka. Kapalabhati è in verità un esercizio respiratorio che — consistendo di un’incessante respirazione - non include Kumbhaka. Quindi la pratica di Jalandhara-Bandha non è necessaria nella posizione del loto quando questa sia assunta per praticare Kapalabhati.

Mula-Bandha va trattato in modo diverso: gli studenti di yoga particolarmente sensibili alle vibrazioni causate da Kapalabhati, attivano involontariamente questo Bandha, via via che le vibrazioni si fanno più violente; tutta la regione pelvica è automaticamente contratta, determinando così una vigorosa contrazione degli sfinteri anali. Quindi è meglio evitare - nello stadio iniziale di questa pratica - l’intenzionale formazione di Mula Bandha. Se si constata che le vibrazioni di Kapalabhati non garantiscono automaticamente questo Bandha, persino se uno studente yogico padroneggia questo esercizio, allora Mula Bandha può essere introdotto volontariamente nella tecnica di questo Kriya.

Ciò che è stato detto a proposito della colonna vertebrale eretta in Ujjayi si applica ugualmente per Kapalabhati.

Finora ci siamo occupati dell’asana più importante per eseguire Kapalabhati, passiamo ora a discutere la tecnica vera e propria dell’esercizio.

Parlando in generale, Kapalabhati è un esercizio di respirazione del tipo addominale o diaframmatico in cui si susseguono repentine espulsioni del respiro, una dopo l’altra, in rapida successione; è caratterizzato dall’assenza di ogni pausa nel movimento del respiro durante lo svolgimento di tutto l’esercizio, che consiste quindi solo in Rechaka e Puraka, essendo Kumbhaka completamente assente. E ancora, tra Rechaka e Puraka, è Rechaka che rappresenta la parte principale della pratica, mentre Puraka è solo supplementare. Nel caso di Kapalabhati vi è una caratteristica in più che merita di essere ricordata: nelle altre pratiche di respirazione yoga, Puraka, Kumbhaka, Recaka completano un ciclo; ma in Kapalabhati un ciclo consiste in tante espulsioni d’aria quante una persona desidera o è capace di eseguire. Per questo motivo si possono fare diverse centinaia di espirazioni in un singolo ciclo di Kapalabhati.

Inizieremo ora a entrare nei dettagli e cominceremo con Rechaka che costituisce la parte principale dell’esercizio.

Kapalabhat - Rechaka

In Ujjayi, così come in qualsiasi altro esercizio di respirazione sia in Occidente sia in Oriente, si consiglia sempre di eseguire Rechaka e Puraka in modo molto profondo. Infatti ci si aspetta che Rechaka sia così completa che nessun’altra quantità di aria possa essere estratta dai polmoni. E lo stesso con Puraka, ci si aspetta che sia così completa che nessun’altra quantità d’aria possa essere introdotta nei polmoni. Kapalabhati però è su un altro livello: è il solo esercizio che non richiede né un’inspirazione né un’espirazione molto profonde. Allora qual è il volume d’aria che si deve espellere dai polmoni nello sforzo espiratorio di Kapalabhatiì In ogni Rechaka, in Kapalabhati si espelle solo l’aria che può essere buttata fuori dai polmoni con un improvviso e vigoroso colpo verso l'interno dei muscoli addominali frontali. Naturalmente la quantità d’aria espirata sarà diversa per ogni individuo. Abbiamo condotto degli esperimenti di laboratorio per misurare tale quantità in soggetti diversi e anche per compararla con le rispettive quantità d’aria normalmente espirate. Basandoci su queste prove possiamo affermare che in Kapalabhati l’espirazione dovrebbe essere un po’ più profonda che nel respiro ordinario (per esempio, se il volume d’aria normalmente espirata da un individuo è di 360 mi, si è verificato che in un’espulsione di Kapalabhati il volume sale a 450 mi). Nella pratica quotidiana le seguenti regole empiriche dovrebbero essere sufficienti: lasciare che il movimento addominale sia completo e che il respiro fluisca con facilità. Ciò permetterà al volume d’aria di regolarsi automaticamente.

L’essenza di Rechaka non si trova, comunque, nella regolazione del volume d’aria espirata, ma nella determinata disposizione della varie parti anatomiche, specialmente quelle direttamente coinvolte nella respirazione. Si è già affermato precedentemente che Kapalabhati è un esercizio di respirazione addominale. Quindi in questo esercizio l’atto respiratorio è effettuato più dai movimenti dei muscoli addominali anteriori e dal diaframma che non da movimenti dei muscoli intercostali o che agiscono sulle coste. Infatti i muscoli che agiscono sulle a tra le coste sono mantenuti contratti sino a che dura un ciclo di Kapalabhati, qualunque sia il numero delle espulsioni di quel particolare ciclo. In altri tipi di esercizi yoga di respirazione, questi muscoli rimangono contratti solo in Puraka e in Kumbhaka. Non appena inizia Rechaka i muscoli si rilassano, e il rilassamento risulta tanto più completo quanto Rechaka è più profonda. Ma in Kapalabhati, proprio sulla base di queste caratteristiche peculiari, i muscoli in azione sulle e tra le coste, una volta contratti, rimangono in tale condizione e tengono le coste sollevate anche durante le espulsioni d’aria. I soli muscoli che si muovono liberamente durante l’esercizio — e che sono sottoposti alternativamente a contrazione e rilassamento -sono il diaframma e i muscoli della parete addominale anteriore Questo non dev’essere interpretato nel senso che le coste non si abbassano mai durante tutta l’espirazione in Kapalabhati. E evidente infatti che è impossibile espirare senza un leggero abbassamento delle coste. Ma in Kapalabhati l’abbassamento delle coste è così limitato, se l’esercizio è ben condotto, che risulta pressoché inosservabile. Ciò si può verificare dall’osservazione esterna del torace: non si solleva né si abbassa mai molto durante un ciclo di Kapalabhati (per la posizione del torace e dell’addome comparare le figure 40 e 41).


figura 4-5

L’esercizio di Kapalabhati come descritto più sopra è un lavoro dei muscoli addominali e del diaframma, i quali devono essere ben elastici e capaci di realizzare contrazioni rapide e vigorose. Nella fase Rechaka in Kapalabhati i muscoli addominali inferiori sono contratti rapidamente e vigorosamente, determinando una spinta verso Finterno dei visceri addominali, che a loro volta producono una spinta verso l’alto sul diaframma rilassato, che — premendo sul torace — espelle un certo volume d’aria dai polmoni. L’espirazione in Kapalabhati non è così profonda come in Ujjayi perché alla contrazione dei polmoni non segue la chiusura della cassa toracica. La velocità con cui il diaframma e i muscoli addominali potranno essere manipolati, dipenderà dalla propria pratica personale. Non è desiderabile, tuttavia, sviluppare la velocità invece della perfezione.

Finora abbiamo discusso l’azione dell’addome e del torace durante Kapalabhati; ora passiamo a vedere come agire sul passaggio respiratorio fuori dal torace.

In Ujjayi è richiesta la parziale chiusura della glottide. Nel presente esercizio questo si deve evitare. La ragione è chiara: durante Kapalabhati, il volume d’aria espirato in Rechaka è espulso in modo così rapido che una parziale chiusura della glottide produrrebbe una seria ostruzione al passaggio dell’aria e renderebbe incompleta l’espirazione. Vi è una tradizione, tuttavia, che suggerisce di occludere delicatamente la glottide anche in Kapalabhati. Ma la chiusura è così minima che l’aria espulsa non viene trattenuta.

Quando l’aria viene lasciata fuoriuscire liberamente attraverso la glottide, si ha un passaggio tranquillo, benché rapido, all’apertura delle narici. Se si permette alle narici di svolgere automaticamente il loro lavoro, queste si apriranno volontariamente per facilitare il flusso dell’aria espirata; per questo motivo in questa fase lo studente non dovrebbe cercare di manipolare né le narici né i muscoli facciali. Molto spesso le persone, praticando Kapalabhati, fanno ogni sorta di contorsioni e smorfie con i muscoli del viso. Questo è tutt’altro che auspicabile. L’aria dovrebbe poter scorrere via in modo molto fluido, il che succederebbe se potesse andare liberamente per la sua strada.

Sarà bene ricordare, inoltre, che l’espirazione rapida di un certo volume d’aria senza dubbio provocherà una maggior frizione nelle parti terminali delle narici. Ma questo non deve preoccupare. Come i nostri lettori sanno, la parte interna del naso è ricoperta di uno spesso strato di pelle e nessuna frizione potrà condurre a risultati spiacevoli. Ciò che invece è da evitare è la frizione dell’aria con parti delicate della mucosa che copre la parte più interna del naso.

Purako

Per poter chiarire la portata del processo di Puraka in Kapalabhati ci sembra opportuno ricordare ai nostri lettori alcuni aspetti concernenti la respirazione normale. Generalmente il processo di inspirazione è attivo mentre il processo di espirazione è passivo. In un’inspirazione normale il torace dev’essere dilatato per incrementare la propria capacità interna, cosicché la pressione interna (più bassa dell’esterna) possa risucchiare l’aria dall’esterno. In tal modo i muscoli che agiscono sulle coste e tra le coste, così come il diaframma, vengono attivati e contratti; i primi si sollevano e il secondo si abbassa.

La normale espirazione è solamente un processo passivo. I muscoli che hanno agito sino a questo momento si rilassano. Di conseguenza le coste scendono e il diaframma risale grazie alla ritrazione dei polmoni che si restringono automaticamente a causa del ritiro elastico.

E solo a livello dei muscoli addominali inferiori che ci sono delle differenze. Questi muscoli sono attivi in una normale espirazione e passivi in una normale inspirazione, poiché durante l’espirazione essi si contraggono e durante l’inalazione sono rilassati. Così il loro ruolo nella inspirazione è esattamente l’opposto di quello svolto dai muscoli del torace.

Dopo tale precisazione, torniamo al processo di Puraka in Kapalabhati.

Come si è sottolineato, nell’esercizio di Kapalabhati entrano in gioco i muscoli addominali. I muscoli del torace sono tenuti contratti per tutto l’esercizio, sia durante l’inspirazione che in fase di espirazione. I muscoli del torace si rilasseranno solo quando l’esercizio è finito. Solo i muscoli addominali e frontali continuano a muoversi su e giù in accordo con il movimento di contrazione (durante l’espirazione) e di rilassamento (durante l’inspirazione). Qui di seguito presenteremo ora l’azione del diaframma.

Essendo Kapalabhati un esercizio di respirazione addominale, si dovrà portare la propria attenzione sui soli muscoli addominali: alla fine di Rechaka i muscoli sono in contrazione. In Puraka semplicemente si ritrae il proprio controllo da questi muscoli, che così si rilasseranno autonomamente. Il rilassamento dei muscoli è un atto passivo; quindi quando essi verranno lasciati andare alla fine di Rechaka, si rilasseranno volontariamente.

Fin qui però non abbiamo considerato un muscolo importante: il diaframma. Fino a un certo punto la manipolazione di questo muscolo è interamente sotto il controllo della nostra volontà. Ma il diaframma non richiede l’esercizio della nostra volontà per il suo normale movimento; proprio come gli altri muscoli respiratori esso procede nella sua regolare funzione senza che noi vi prestiamo attenzione. Quando siamo profondamente assorti in qualche occupazione questi muscoli respiratori continuano le loro funzioni, senza nemmeno arrivare a livello della nostra coscienza.

Come è stato detto in precedenza, alla fine di Rechaka il diaframma è rilassato ma pronto per un’altra contrazione. Lo stimolo dal centro inspiratorio induce questa contrazione e la discesa del diaframma è permessa dal rilassamento dei muscoli addominali. L’abbassamento del diaframma aumenta il diametro verticale del torace, la capacità polmonare interna è aumentata, e — essendo diminuita la pressione interna - l’aria esterna fluisce all’interno finché l’aria espulsa in Rechaka è rimpiazzata, rialzando la pressione intrapolmonare fino a 1 atmosfera.

Dovrebbe ormai essere chiaro che in Puraka non è necessaria una contrazione volontaria dei muscoli, Puraka si esegue semplicemente rilassando i muscoli addominali. Ecco perché abbiamo detto che Puraka in Kapalabhati è un atto passivo.

Si vedrà quindi che vi è un netto contrasto tra il processo di Rechaka e quello di Puraka in Kapalabhati. Il primo è rapido e vigoroso, il secondo dolce e tranquillo. Infatti Puraka durante Kapalabhati serve soltanto per provvedere all’aria necessaria all’ulteriore espirazione che, da sola, forma la parte reale dell’esercizio.

Il volume dell’aria inalata in un singolo Puraka dovrebbe essere, dal punto di vista pratico, uguale al volume dell’aria espirata nell’espirazione precedente. Lo studente di Kapalabhati deve comunque ricordare che il tempo impiegato per un Puraka non è lo stesso per un Rechaka. Se supponiamo che un Rechaka e un Puraka messi insieme richiedano mezzo secondo, si può approssimativamente stabilire che Rechaka durerà un quarto del tempo globale, lasciando a Puraka i restanti tre quarti.

In Puraka il passaggio respiratorio è mantenuto completamente aperto, perché non c’è bisogno di chiudere né l’epiglottide né altro; quindi l’aria scivola nei polmoni dolcemente, quasi come in una respirazione normale.

Rechaka e Puraka si eseguono in rapida successione, senza intervallo tra di loro, fino al completamento del ciclo. Puraka segue Rechaka e Rechaka segue Puraka, senza interruzione; siccome ciò che si evidenzia è il rumoroso e rapido Rechaka - mentre Puraka scorre inosservato, calmo e tranquillo - Kapalabhati sembra soltanto un esercizio di successive e rapide espirazioni. Le espulsioni sono precedute dal rilassamento dell’addome e sono accompagnate da un rapido e vigoroso colpo verso l’interno. L’incessante azione di soffio che si verifica nel naso, accompagnata dall’alternato alzarsi e abbassarsi dell’addome, fanno assomigliare l’esercizio a un mantice del fabbro in un villaggio; e questo è il paragone che gli autori dell’Hatha Yoga Pradipika usano per illustrare l’azione di Kapalabhati.

Un singolo ciclo di Kapalabhati

Finora abbiamo preso in considerazione la tecnica di una singola espirazione e di una singola inspirazione in Kapalabhati. Vediamo ora la durata di un singolo ciclo di Kapalabhati e come inizi e finisca.

Nel determinare la lunghezza di un ciclo è necessario decidere il numero e la velocità delle espulsioni. La questione della velocità sarà esaminata più avanti, approfondiremo ora invece il numero delle espirazioni: seguiremo per questo la regola d’oro formulata in un vecchio proverbio sanscrito che insegna che un inizio moderato è sempre scevro da danni. Prescriviamo ai nostri pazienti— o a qualunque allievo di cultura fisica o spirituale - di iniziare con 11 espulsioni per ogni ciclo. Generalmente si eseguono 3 cicli per ogni sessione (2 sessioni al giorno, una al mattino e un’altra alla sera). Normalmente poi si aggiungono ogni settimana 11 espulsioni ad ogni ciclo, aumentando via via fino a raggiungere 121 espulsioni.

Ogni ciclo dovrà iniziare con un’espirazione e terminare con un’inspirazione. Tra ciascuno di due cicli successivi si lascerà fluire il respiro normale, che — si noterà - risulterà insolitamente lento e dolce. Questa pausa consente il riposo necessario al sistema respiratorio e ai muscoli addominali in particolare; per questo motivo è opportuno dosare la durata del riposo secondo i propri bisogni (in generale è sufficiente da mezzo minuto a un minuto).

I tempi di Kapalabhati descritti negli ultimi due paragrafi sono generali, si intendono per una persona con salute nella media e sono sufficienti a ottenere i risultati fisiologici che ci si aspetta dall’esercizio. Chi percepisca di potersi spingere oltre la media può aumentare i cicli di Kapalabhhati durante la propria pratica quotidiana.

Per gli scopi di una pratica fisica, consigliamo di raddoppiare il tempo medio - al massimo. Questo tempo può essere garantito raddoppiando le espulsioni di ogni ciclo (senza alterare il numero di cicli), oppure raddoppiando il numero dei cicli, ma lasciando costante il numero di espulsioni per ciascun ciclo. Quest’ultimo metodo recherà al sistema respiratorio una tensione minore.

Per un cultore spirituale il bisogno è maggiore: come tempo massimo può eseguire 3 cicli di 3 minuti ciascuno, in una sessione. E assolutamente necessario, comunque, non sottoporre il sistema a uno sforzo eccessivo, nel raggiungere tale limite massimo. Per essere spiritualmente utile, la pratica dovrebbe creare le vibrazioni cui abbiamo fatto riferimento a proposito della correttezza di assumere Padmasana (posizione del loto) per questo esercizio (pp. 50-51). Queste vibrazioni si stabilizzano solo dopo cicli prolungati. Quindi un cultore spirituale distribuirà la quantità totale di Kapalabhati in un numero di cicli il più ridotto possibile. Anche in questo caso non si deve mai perdere di vista la questione di evitare uno sforzo eccessivo.

Concentrazione

La questione della concentrazione nella pratica di Kapalabhati è di importanza suprema per il cultore spirituale. Con ogni espulsione di respiro, si trasmettono verso l’interno colpi sui visceri addominali. L’allievo deve pensare di dirigere questi colpi su un centro situato nel basso addome, in cui è immagazzinata l’energia spirituale.

Questa concentrazione, se mantenuta per tutta la durata dell’esercizio, potrà mettere lo studente nelle condizioni di attivare alcuni centri spirituali del suo sistema nervoso. Il cultore spirituale non dovrebbe distrarsi con alcun altro pensiero che non sia il risveglio del centro desiderato, anche durante la fase di riposo tra due cicli successivi. La questione è relativamente più semplice per il cultore fisico, che si concentrerà sulle espirazioni, essendo consapevole per tutto il tempo di stare eliminando una gran quantità di anidride carbonica, e assorbendo un’altrettanto grande quantità di ossigeno nel proprio sistema respiratorio rendendo così il sangue più ricco in qualità, e conseguentemente ricostruendo tutti i tessuti del corpo. Tali pensieri accompagneranno non solo le espirazioni, ma anche il periodo di riposo.

Cenni generali

Come esercizio che apporta una gran quantità di ossigeno, Kapalabhati non ha eguali; anche i suoi effetti neurovegetativi sono molto grandi. I suoi effetti sui sistemi circolatorio e digestivo hanno una notevole importanza fisiologica. E ovvio il massaggio che l’esercizio procura sui visceri addominali, nonché su altre parti anatomiche — sebbene quest’ultimo non sia così evidente a occhi inesperti. Anche solo questa semplice esposizione dell’importanza fisiologica dell’esercizio basterebbe a provare che meriti uno spazio definito all’interno della routine giornaliera di ogni persona che abbia a cuore la propria salute. Tutti i vantaggi fisiologici descritti nell’ultimo paragrafo sono utili anche per il cultore spirituale (che tuttavia pratica Kapalabhati per questi obiettivi solo fino a uno stadio particolare di sviluppo). In seguito Kapalabhati verrà da questi studenti praticato per l’effetto sul sistema nervoso, e specialmente per risvegliare particolari centri nervosi che abbiano valenze spirituali.

Vi è però un altro modo in cui un cultore spirituale trae vantaggio da Kapalabhati per un suo più grande sviluppo: userà la tecnica per rendersi capace di praticare il Pranayama più efficacemente. Spiegheremo ora brevemente come ciò avvenga. Kapalabhati conduce all’eliminazione su vasta scala di anidride carbonica dal sistema; e anche l’assorbimento di ossigeno nel sistema avviene in grande quantità. Questo scambio straordinariamente intenso nei polmoni, indotto da Kapalabhati, insieme all’influenza che la pratica esercita su particolari nervi, genera in breve tempo nel corpo condizioni metaboliche che conducono a una diminuzione della respirazione; questo rende lo studente capace di ottenere un maggior controllo sui propri polmoni.

E esperienza comune — per gli studenti di Pranayama — che i loro tentativi per controllare i polmoni sono seriamente disturbati dal centro respiratorio; un forte stimolo proveniente da questo centro porta obbligatoriamente a un’inspirazione o a un’espirazione forzate. Se, però, il centro respiratorio fosse acquietato e emettesse solo flebili impulsi — e di conseguenza fosse minima l’interferenza sugli esercizi di Pranayama — potremmo controllare a nostro piacere la lunghezza di Puraka, Rechaka e Kumbhaka. Questo acquietamento del centro respiratorio è provocato da Kapalabhati nel modo riportato nell’ultimo paragrafo. Ecco perché gli studenti riescono a praticare gli esercizi di Pranayama più efficacemente se prima praticano alcuni cicli di Kapalabhati. Ecco inoltre perché la tradizione yogica richiede allo studente di yoga di praticare Kapalabhati prima di iniziare con il Pranayama vero e proprio nelle sue sessioni giornaliere.

Non possiamo chiudere questo capitolo senza affrontare il punto riguardante la velocità con cui l’esercizio dev’essere svolto.

Come misura precauzionale si può iniziare con una espulsione al secondo, aumentando progressivamente a due espulsioni al secondo. Una velocità ottimale, per una persona in buona salute, è di 120 espulsioni al minuto. Chi si senta di trovarsi al di sopra della media, può sviluppare 200 espirazioni al minuto. Superare questo limite sarebbe fisicamente impossibile, perché a quel punto le espulsioni inizierebbero a essere così lente che l’esercizio perderebbe tutta la sua efficacia.

Una discreta velocità è essenziale perché Kapalabhati sia spiritualmente utile.

Bisogna costantemente prestare attenzione alla forza di ogni espulsione; ogni sforzo per sviluppare la velocità a scapito del vigore va in una direzione sbagliata.

Il numero totale di esercizi da praticare in un giorno, il numero di cicli da ripetere in una seduta, il grado di vigore, la velocità, il numero di espulsioni in ogni singolo ciclo, sono tutti elementi da determinare con cautela e giudizio. Kapalabhati è un esercizio potente, e perciò meno innocente di Ujjayi. Quindi è necessario essere veramente accurati nel dosare in modo corretto la pratica di Kapalabhati. Desideriamo chiudere questo capitolo riportando ciò che abbiamo ribadito al termine del capitolo precedente.

L’intero trattamento consigliato è riferito a una persona in buona salute e può dunque essere eseguito da chiunque non soffra di seri disturbi cardiaci o polmonari. A chiunque ne soffra raccomandiamo invece vivamente di non intraprendere mai queste pratiche da solo, ma di consultare un esperto.

Quetso testo è estratto dal libro "Pranayama".

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