Risatologia - La Scienza della Risata - Stephanie Davies
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Risatologia - La Scienza della Risata - Anteprima del libro di Stephanie Davies

La risata in ogni sua forma è un metodo e una scienza di guarigione

Il bicchiere mezzo pieno

Il giorno in cui, inaspettatamente, Joe mi telefonò, si sarebbe potuto dire senza esagerare che era infelice. Così infelice che il suo dottore gli aveva (inutilmente) prescritto degli antidepressivi. Joe non era contento di dover prendere delle pillole e cercando in internet aveva scoperto la Risatologia. Cercava qualcuno o qualcosa che potesse aiutarlo a sentirsi più ottimista nei confronti della vita e della situazione in cui si trovava.

All’inizio ero in apprensione. Mi sembrava che Joe cercasse un life coach, cosa che io non sono. Tuttavia, era sicurissimo che, da quanto aveva visto sul sito della Risatologia, questo modello avrebbe potuto apportargli dei benefici reali e aiutarlo a superare la negatività della sua condizione. Dopo una lunga conversazione nella quale mi spiegò le origini più profonde della sua disperazione, accettai di dargli una mano.

Nel corso del mese seguente mi incontrai regolarmente con Joe e iniziai ad analizzare punto per punto gli aspetti della sua vita che lo facevano sentire così giù. Joe non era sempre stato infelice:

tendenzialmente, per sua natura, era il tipo di persona che vede il bicchiere mezzo pieno, e parte della sua frustrazione derivava proprio dal fatto di non sapere come avesse fatto a ridursi così.

Joe gestiva insieme a un socio un’azienda che forniva ottimi servizi per la comunità. Tuttavia, erano tempi duri e la società non guadagnava granché; per rimetterla in sesto, Joe aveva venduto la propria casa per ricavarne del contante ed era tornato a vivere con sua madre. Alla luce di ciò, l’infelicità di Joe sembrava avere delle radici evidenti, ossia le difficoltà economiche; eppure, mano a mano che mettevo a fuoco i problemi più profondi, diventava palese che i soldi non rivestivano tutta questa importanza nella vita di Joe.

Mi spiegò che era stato molto felice, un tempo, quando aveva lavorato per un’organizzazione simile a quella che gestiva ora, ma all’epoca era in veste di operatore sociale, non di manager. Provava vero piacere nell’aiutare le persone e nel renderle felici. Nella sua posizione attuale di direttore della società, passava le giornate a caccia di fondi anziché dedicarsi alle opere di altruismo che l’avevano inizialmente attratto di quel mestiere. Aveva quasi mollato la ragione stessa per cui aveva originariamente iniziato la sua attività: aiutare la gente.

Ma questo non era il solo problema ad affliggere Joe. Si capiva che Joe sentiva di essere stato trascinato nell’idea di aprire la società dal suo socio, un amico che, per ammissione dello stesso Joe, poteva essere un po’ prepotente. Joe aveva nutrito delle preoccupazioni sin dall’inizio, ma ammetteva di essere stato sopraffatto e di avere ceduto, diventando socio del suo attuale condirettore, cosa che gli aveva lasciato una sensazione di impotenza. Mi spiegò che il suo socio era cocciuto e negativo su molte cose che riguardavano la loro routine lavorativa e che, non essendoci nessun altro al di fuori di loro due, sul lavoro si sentiva solo e abbandonato a se stesso. D’altro canto si ricordava dei lavori precedenti, in cui aveva apprezzato moltissimo il senso di cameratismo che aveva con i colleghi.

C’era poi il problema della vita domestica. Per risparmiare, Joe si era trasferito da sua madre, ma per sua stessa ammissione la convivenza gli pesava. Mi descrisse sua madre come un’influenza negativa.

Le due persone più importanti nella vita di Joe (ossia quelle con cui trascorreva la maggior parte del tempo) avevano insomma entrambe un effetto nefasto sulla sua visione della vita, cosa che lo gettava nella depressione. Io ipotizzai che il denaro, o per meglio dire la sua mancanza, fosse un problema secondario: quello vero riguardava quelle due relazioni. Sua madre e il suo socio probabilmente non si rendevano nemmeno conto di essere la causa di un problema, ma il modo in cui Joe reagiva a loro due aveva un impatto negativo sul suo modo di intendere la vita.

Tutti noi conosciamo qualcuno che percepiamo avere un effetto negativo su di noi. In molti casi non è una scelta efficace limitarsi a ignorare queste persone o tagliare i ponti con loro (anche perché possono essere dei familiari o dei colleghi di lavoro). Spesso cerchiamo di far buon viso a cattivo gioco: interagiamo con loro e poi ce ne andiamo sentendoci contaminati dalla loro negatività. Ciò di cui il più delle volte non ci accorgiamo è che possiamo davvero prendere il controllo della situazione. Non sono gli altri, di per sé, a renderci infelici, ma il modo in cui reagiamo nei loro confronti. Se ci assumiamo la responsabilità dell’effetto che le persone hanno su di noi, e modifichiamo il nostro comportamento nei loro riguardi, scopriamo che anche loro finiscono col cambiare il loro atteggiamento verso di noi. All’inizio potremmo sentirci a disagio, perché stiamo stabilendo nei nuovi confini in una relazione, ma in ultima analisi ci sentiremo più forti e con la situazione sotto controllo... il che aiuta le persone a essere felici.

Joe ed io individuammo le aree della sua vita in cui si sentiva più felice e identificammo cos’era che lo faceva sentire meglio. Dopodiché esaminammo quando e come le cose erano cambiate e individuammo le relazioni che lo facevano star male. Infine definimmo ciò che gli sarebbe occorso per passare dal suo stato di insoddisfazione a uno migliore. Gli serviva fare grossi cambiamenti: concordò con me nel dire che sarebbe stato più felice se avesse abbandonato la propria azienda e avesse anche lasciato la casa di sua madre.

Fece entrambe le cose: trovò lavoro in un’altra zona dello paese, un lavoro simile a quello che aveva svolto prima di mettere in piedi la propria società, e iniziò una nuova vita. Ricominciò a lavorare nei servizi sociali, aiutando la gente. Dopo quattro settimane il cambiamento era già molto profondo: decise di abbandonare gli antidepressivi (con l’approvazione del suo medico) e mi disse di essere più felice e soddisfatto di quanto si fosse sentito negli ultimi anni.

A questo punto mi preme sottolineare che io non sono un dottore e non darei mai consigli di carattere medico. La Risatologia non può sostituirsi alle cure mediche regolarmente prescritte. Ciò che fa, e che fece per Joe, è offrire un metodo accessibile e sostenibile per aiutare le persone ad assumere il controllo di determinati aspetti della loro vita, sviluppando la propria elasticità mentale.

I succhiaenergie

Non è importante sapere solo che cosa ci fa stare bene, ma anche chi. Le persone negative non compromettono solo le proprie emozioni o i propri comportamenti, ma anche quelli altrui. Chi fa in modo di circondarsi di persone positive spesso si ritrova ad adottare il loro stesso atteggiamento; d’altro canto, può essere davvero difficile mantenere una visione ottimista e felice quando si è attorniati da pessimisti che cercano sempre il lato peggiore in ogni situazione.

Come si è detto per i nostri attivatori positivi, è importante prendere il controllo della propria vita e riconoscere chi ci fa sentire bene. Tutti noi traiamo energia da quella degli altri, per cui è importante essere consapevoli della nostra energia e degli effetti che ha sugli altri. Il modo in cui ci sentiamo è molto importante perché influisce sul modo in cui pensiamo, agiamo e ci relazioniamo con gli altri.

Se vi sentite mogi e abbattuti tendete a pensare a cose tristi; vi trascinate in giro, siete spompati e non avete voglia di parlare con nessuno, il che fa sì che chi vi circonda si senta a propria volta stufo marcio. Quando invece siete felici, pensate a cose positive, sorridete e vi sentite vivaci e chiacchierini, il che rende allegre anche le persone intorno a voi.

Sebbene questo sia principalmente un libro su ciò che ci fa sentire bene, è necessario che comprendiamo anche cos’è che ci influenza negativamente, affinché impariamo a evitare certi comportamenti o, quantomeno, a gestirli al meglio.

Può essere che nella vostra vita vi siano persone che vi risucchiano l’energia quando parlate con loro, tanto che dopo vi sentite esausti. Io le chiamo “succhiaenergie”. Può essere difficile gestirle, specialmente se si tratta di amici di lunga data: magari ci sentiamo obbligati moralmente a starli a sentire, a essere presenti quando hanno bisogno di noi e a sostenerli. Tuttavia, nel farlo non solo facciamo del male al nostro stato d’animo, ma corroboriamo anche il loro comportamento distruttivo. Ovviamente è importante essere dei buoni amici e ascoltatori (a volte non desideriamo altro); nondimeno, se vedete delinearsi uno schema per il quale una persona non fa che effondere negatività su di voi, o evitate di parlare con certe persone per l’effetto che hanno sul vostro umore, è bene che vi chiediate: voglio davvero questa persona nella mia vita? Se la risposta è sì, chiedetevi allora: perché sto consentendole di farmi questo, e di farlo a se stessa?

Magari pensate che, continuando ad ascoltare questa persona, siete dei buoni amici. In realtà state sostenendo solo il loro comportamento nocivo, evitando di mettere in discussione i loro pensieri, comportamenti e schemi negativi. Sareste degli amici migliori se vi opponeste a questi loro atteggiamenti. Fate loro sapere ciò che stanno facendo: forse hanno bisogno di aiuto o di sostegno per rompere questo loro circolo vizioso. D’altro canto nessuno vi obbliga nemmeno a essere il supporto di cui hanno bisogno: anzi, talvolta può essere più produttivo cercare aiuto nell’approccio ben strutturato di un professionista.

Aiutateli semmai con un buon piano d’azione: ad esempio, contattate dei gruppi di sostegno o regalate un libro utile (personalmente raccomando questo!), che li aiuti a cambiare ciò che li rende infelici. Ma, in ultima analisi, sono loro che devono fare qualcosa. Se dopo tutti questi tentativi vedete che continuano a influenzare negativamente la Nostra vita, è bene che vi chiediate davvero quanto tempo passare con loro, se volete veramente portare avanti la relazione e, se la risposta è sì, in che modo rendere la cosa proficua per entrambi. Magari potreste mettervi d’accordo e decidere che ogni volta che v’incontrate debba essere obbligatorio un minimo stabilito di conversazione su argomenti positivi, oppure potreste aiutarli a scoprire i loro attivatori della risata.

Emozioni contagiose

Gli psicologi hanno scoperto che, se si tiene una matita fra i denti mentre si legge, ciò che si legge ci apparirà più divertente: ciò avviene perché il cervello è influenzato dal sorriso delineato sulla nostra faccia. Anche se ci sediamo belli dritti, anziché stravaccati, ci sentiamo più felici: il cervello interpreta le cose più ottimisticamente quando la bocca e la colonna vertebrale sono in posizioni che riconosce come reazioni comportamentali positive.

Come abbiamo detto, così come ci sono comportamenti, pensieri e persone che ci fanno ridere e stare bene, ce ne sono anche che ci fanno l’effetto opposto. Così come la risata, anche i vari stati d’animo sono contagiosi, come ha osservato Cari Jung nei suoi studi sulla trasferibilità delle emozioni. Molte ricerche hanno dimostrato che l’umore si trasmette di persona in persona, quasi come un testimone in una staffetta. A causa delle nostre modalità comunicative, noi cogliamo le espressioni facciali e altri sottili cambiamenti del linguaggio del corpo senza nemmeno accorgercene; e, poiché comunichiamo il nostro stato d’animo sia consciamente che inconsciamente attraverso il linguaggio verbale e non verbale, individuiamo questi cambiamenti e li imitiamo. Ciò spiega come mai, se entrate in una stanza in cui due persone hanno appena finito di litigare, potete percepire un’atmosfera negativa anche se non ci sono prove tangibili della litigata stessa.

Questi messaggi hanno un effetto poderoso, indipendentemente da quanto possano sembrare impercettibili. In uno studio condotto dalla dottoressa Ellen S. Sullins, psicoioga presso la Northern Arizona University, è stato chiesto a due volontari di rimanere seduti in silenzio in una stanza in attesa che la ricercatrice tornasse. I due partecipanti erano stati scelti per la completa diversità del loro stile espressivo: uno era di natura vivace ed estroverso, l’altro più pacato. Al ritorno della ricercatrice, venne loro chiesto di compilare un questionario riguardante il loro umore. Quando le risposte furono analizzate, ne emerse che l’umore del volontario più estroverso si era trasmesso a quello più introverso. Visto che non avevano parlato, se ne deduceva che il Risatologia

buonumore era stato comunicato tramite il linguaggio del corpo.

Un problema condiviso è un problema dimezzato

Ora sappiamo cosa sono gli attivatori positivi della risata, ma chi sono, fra i nostri amici, i nostri attivatori positivi? Ricordatevi che fra i vostri amici ce ne saranno sicuramente di disponibilissimi ad aiutarvi e sostenervi, ma talvolta siamo noi a non aver voglia di disturbarli o essere d’impiccio. Le reti di sostegno sono vitali: dunque tenere una lista degli amici che ci fanno sentire bene ci sarà d’aiuto quando verrà il momento in cui avremo bisogno di una mano.

Elencate tutte le persone di vostra conoscenza che vi fanno sentire bene:

Ora ripercorrete la lista identificando gli specifici attivatori a cui ciascuna di queste persone contribuisce.

  • Persone su cui posso contare se sono in crisi:
  • Persone che mi fanno sentire bene con me stesso:
  • Persone su cui posso fare completo affidamento:
  • Persone capaci di dirmi se sto facendo bene o male:
  • Persone con cui posso parlare quando sono preoccupato:
  • Persone che sanno farmi fermare a riflettere su ciò che sto facendo:
  • Persone vivaci e allegre:
  • Persone che mi fanno sbellicare dalle risate:
  • Persone che mi trovano divertente e che io faccio ridere:
  • Persone che mi fanno scoprire nuove idee e nuovi concetti:

Nel pensare a questi amici prendete in considerazione le loro qualità positive: dovrebbero essere persone felici di vedervi e disposte a sostenervi quando avete bisogno di un po’ di aiuto extra.

I nostri veri amici sono sempre preparati ad aiutarci e spesso ci basta parlare con loro per sentirci meglio. Ricordate sempre che il vostro atteggiamento ha un effetto sugli altri e sul modo in cui reagiscono nei vostri confronti: così come certe persone possono essere degli attivatori positivi per voi, voi potete esserlo per loro. È un rapporto che funziona nei due sensi. Così come i vostri amici sono lì per voi perché possiate contare su di loro, fate sì che sappiano che anche voi ci siete sempre per loro. Non che dobbiate farli ridere tutto il tempo: è nella natura umana essere giù di quando in quando, ma quando ciò accade i veri amici ci sostengono e ci aiutano a tirarci su. I punti chiave da tenere a mente sono sapere come aiutare noi stessi e sapere quando smettere di parlare del problema per concentrarci invece sulla soluzione. Imparate quando usare gli attivatori positivi per aiutare qualcun altro, e ciò farà sentire meglio anche voi. Ne parleremo nel capitolo 6.

Nel corso della prossima settimana, provate a ridere e sorridere di più, e fate caso a come reagiscono le persone che vi circondano, che sicuramente ricambieranno i vostri sorrisi. Se vi sentite bene, diffonderete felicità anche verso gli altri.

Punti chiave

  • Il modo in cui vi sentite influenza il modo in cui gli altri reagiscono nei vostri confronti.
  • L’umore è contagioso: vale la pena di farsi contagiare dal
  • vostro?
  • Siate consapevoli di chi sono i vostri “succhiaenergie”.
  • Non fatevi risucchiare dalla negatività altrui.

Questo testo è estratto dal libro "Risatologia - La Scienza della Risata".

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La psicologia della risata è ormai presente in tutti i continenti, da quando si è scoperto che ridere fa bene e contribuisce alla guarigione.... continua