Scelte Alimentari Non Autorizzate - Marco Pizzuti
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Scelte Alimentari Non Autorizzate - Anteprima del libro di Marco Pizzuti

Dai cibi di distruzione di massa a una nuova coscienza agroalimentare

Siamo ciò che mangiamo

I nostri nonni non avevano a disposizione l’enorme varietà di prodotti offerti dalle grandi catene di supermercati e di fast food, ma, salvo rare eccezioni, sapevano esattamente di cosa si nutrivano, poiché il loro cibo naturale non nascondeva organismi geneticamente modificati, veleni chimici o trattamenti nocivi per la salute. Oggi invece, con l’avvento dell’agricoltura industriale, caratterizzata da colture e allevamenti intensivi, il cibo viene imbottito di sostanze chimiche, lavorato e trasformato a tal punto che la stragrande maggioranza dei consumatori ignora completamente le informazioni sulla sua effettiva composizione. Non si tratta però di dati che possono essere trascurati, perché le ricerche condotte dagli epidemiologi a partire dagli anni ’70 hanno accertato oltre ogni ragionevole dubbio che la rivoluzione industriale alimentare ha un ruolo predominante nell’insorgenza delle malattie caratteristiche del mondo moderno (tumori, problemi cardiovascolari, diabete, obesità, intolleranze, allergie, infertilità ecc.). Questa situazione va a esclusivo vantaggio dell’industria, che approfitta della generale sottovalutazione del pericolo dei cibi industriali per continuare a massimizzare i profitti sulla pelle dei consumatori.

Le nuove scienze dell’epigenetica e della nutrigenomica hanno inoltre dimostrato che le sostanze da noi assimilate attraverso il cibo influiscono anche sull’espressione genica, attivando o disattivando i geni del nostro DNA, e questa è una valida ragione in più per conoscere meglio le effettive proprietà dei generi alimentari che ingeriamo. Alcuni prodotti OGM associati a effetti tossici dalle ricerche accademiche indipendenti sono già entrati nella catena alimentare a nostra insaputa (in Italia non possono essere prodotti, ma possono essere importati). Non è un caso, infatti, se viviamo in un’epoca caratterizzata dall’improvvisa e “misteriosa” esplosione di patologie prima completamente assenti o comunque molto rare.

L’avanzata del cibo spazzatura sembra inarrestabile, perché gli interessi economici derivati dalla sua commercializzazione sono enormi. Anche se le norme italiane in materia alimentare sono tra le più severe, la prevista adesione dell’Unione europea al nuovo trattato internazionale denominato TTIP ( Transatlantic Trade and Investment Partnership) sta per consentire l’ingresso dei prodotti made in USA, che nel vecchio continente erano stati banditi proprio per le loro scarse garanzie di sicurezza o la dimostrata tossicità (OGM, carne agli ormoni, alimenti trattati con pesticidi vietati in Europa ecc.). Negli USA, infatti, più dell’80% dei prodotti alimentari contiene ingredienti geneticamente modificati di dubbia sicurezza e l’industria sta facendo di tutto per introdurli anche in Europa e nel resto del mondo. Se nessuno si opporrà ai progetti monopolistici delle grandi multinazionali, tra qualche anno troveremo in commercio solo i loro alimenti geneticamente modificati, coperti da brevetto industriale, che stanno progressivamente sostituendo quelli naturali. Scelte alimentari non autorizzate ha quindi lo scopo di sopperire alle inspiegabili “lacune” del servizio d’informazione pubblico su quanto sta avvenendo e dare la possibilità alle famiglie di evitare i prodotti alimentari più nocivi già presenti sui banconi dei supermercati.

Lobby e controllo del mercato alimentare

L'etichetta non basta:

Più passa il tempo e più aumentano le persone che controllano le etichette dei prodotti aH’interno dei supermercati. Questo comportamento, che fino a qualche anno fa poteva apparire bizzarro, è la prova del fatto che il rapporto di fiducia tra consumatori e produttori inizia a incrinarsi. Tale inversione di tendenza è una naturale conseguenza del costante abbassamento della qualità nutrizionale dei prodotti alimentari industriali e del contestuale aumento di ingredienti tossici nei cibi. I consumatori, infatti, cominciano a capire che la nostra salute dipende in massima parte da una buona alimentazione, il cui livello qualitativo non può più essere misurato solo in base alla conta delle calorie, dei grassi, dei carboidrati e delle proteine.

Leggere le etichette, però, non basta, primo perché sono eccessivamente sintetiche (nascondono informazioni importanti) e secondo perché i produttori sostituiscono spesso il nome delle sostanze indesiderate con dei codici numerici o dei sinonimi incomprensibili al pubblico. Metalli pesanti, OGM (all’interno dell’UE gli ingredienti OGM possono non essere dichiarati sull’etichetta se sono sotto la soglia dello 0,9%), pesticidi e antibiotici sono solo alcune delle sostanze dannose che ingeriamo abitualmente attraverso il cibo considerato sicuro dalle norme europee, basate sul criterio della cosiddetta “dose giornaliera accettabile” (DGA) e dei “limiti massimi residuali” (LMR). I prodotti di origine animale (carni, uova, prodotti lattiero-caseari) che derivano da bestiame nutrito con mangimi OGM o curati con medicinali OGM, inoltre, sono esenti da obbligo di etichettatura (in Italia quasi tutta la mangimistica animale si basa già su alimenti geneticamente modificati d’importazione).

L’alto tasso d’inquinamento ambientale e l’introduzione di leggi sempre più permissive in tema di stravolgimento dell’integrità biologica degli alimenti, insieme all’uso massiccio di sostanze chimiche tossiche che, attraverso l’acqua, la terra, l’aria e il foraggio, arrivano a contaminare gli allevamenti e ogni forma di vita selvatica con cui vengono in contatto, hanno causato l’aumento esponenziale dell’incidenza e del numero delle patologie umane. L’uomo è al vertice della catena alimentare e quindi deve aspettarsi l’effetto boomerang di trovarsi nel piatto gli stessi veleni da lui dispersi nell’ecosistema attraverso l’industria e l’agricoltura. La situazione è drasticamente peggiorata nel corso del tempo, poiché i più moderni processi di produzione industriale fanno ricorso a ogni sorta di elemento chimico, di trattamento, di raffinazione, d’irradiazione (raggi X, raggi gamma e fasci di elettroni) e di manipolazione genetica (OGM) per la lavorazione del cibo.

La maggior parte degli scienziati accademici indipendenti che hanno avuto il coraggio di denunciare i pericoli del cibo spazzatura prodotto dalla spasmodica ricerca del massimo profitto hanno dovuto fare i conti con le ritorsioni della potente lobby agroalimentare. Alcuni di essi, come il professor Arpàd Pusztai (la cui vicenda sarà approfondita nel capitolo 3), hanno improvvisamente perso i loro prestigiosi incarichi istituzionali subito dopo avere pubblicato i risultati scomodi delle loro ricerche. Nessuno, però, sembra accorgersi del bavaglio scientifico messo ai ricercatori e ai giornalisti d’inchiesta quando arrivano a intralciare gli affari delle multinazionali, perché l’industria preferisce non affrontarli mai direttamente per non uscire allo scoperto. Il compito di insabbiare, smentire e screditare qualunque affermazione sconveniente per le multinazionali viene lasciato a diversi soggetti nel suo libro paga (scienziati, esperti, membri delle istituzioni, giornalisti, associazioni e siti web specializzati in disinformazione) che si presentano al pubblico come “cacciatori di bufale” o esperti assolutamente indipendenti e neutrali. Ciononostante, il numero di consumatori che effettua acquisti alimentari sempre più selettivi è in costante aumento e l’industria sa bene quanto ciò sia pericoloso per il suo business.

Chi effettua la ricerca scientifica sui prodotti destinati al mercato alimentare?

Nell’immaginario collettivo, ciascun nuovo ingrediente alimentare, prodotto OGM o pesticida destinato all’agricoltura prima di essere approvato come sicuro per la messa in commercio viene attentamente esaminato da scienziati imparziali, che non hanno nessun legame economico con le aziende produttrici. Nella realtà, invece, avviene l’esatto opposto, in quanto sia l’americana FDA (Food and Drug Administration) che l’europea EFSA (European Food Safety Authority), agenzie pubbliche preposte ai controlli, si limitano a ricevere la documentazione scientifica di sicurezza fornita dalla stessa industria agroalimentare produttrice. In pratica ciò significa che sono le grandi multinazionali a pagare lo stipendio degli scienziati “neutrali” che devono attestare la sicurezza dei loro prodotti e possiamo quindi facilmente immaginare quanto siano realmente “imparziali e oggettivi” questi studi di verifica commissionati direttamente dall’industria.

In un’epoca in cui sono i mercati a dettare legge sui parlamenti, nessuno può più far finta di non essere a conoscenza del reale potere d’influenza esercitato dalle multinazionali su ogni settore di loro interesse. La mancata previsione legislativa di idonei strumenti di controllo sui prodotti da autorizzare al commercio comporta gravi rischi per la salute pubblica e l’ambiente. Quanto siano concreti questi rischi è dimostrato dal comportamento tenuto dall’industria negli ultimi decenni, una storia che i grandi media e i libri di scuola non hanno mai raccontato.

La scandalosa condotta dell'industria

L’attuale sistema di certificazione scientifica sulla sicurezza degli alimenti è sopravvissuto praticamente immutato a tutti i gravi scandali (la punta dell’iceberg) che ne hanno dimostrato l’assoluta inaffidabilità già molti anni or sono. La verità su come l’industria può facilmente procurarsi tutta la documentazione necessaria per ricevere l’autorizzazione alla vendita di prodotti tossici emerse in America, nel lontano 1976. Durante un’ispezione, infatti, gli ispettori scoprirono il modo in cui gli scienziati finanziati dalle multinazionali erano riusciti ad attestare la sicurezza di decine di pesticidi (alcuni dei quali destinati ai prodotti alimentari) e dei famigerati PCB (policlorobifenili) brevettati da Monsanto, sostanze altamente tossiche e inquinanti dai molteplici impieghi industriali (pesticidi, vernici, sigillanti, isolanti elettrici ecc.). Scavando infatti tra gli archivi dei laboratori privati della Industriai Bio-Test Labs di Northbrooks, l’azienda che aveva condotto gli studi commissionati da Monsanto (leader mondiale nella produzione di pesticidi e OGM) gli ispettori dell’EPA (l’agenzia americana per la protezione dell’ambiente) scoprirono ogni genere di irregolarità. L’intero lavoro di ricerca incriminato era stato svolto sotto la supervisione di Paul Wright (un tossicologo proveniente dalla stessa Monsanto) e decine di studi presentavano falsificazioni diffuse e gravi carenze o imprecisioni, che consentivano di nascondere la reale tossicità dei prodotti insieme all’enorme numero di topi morti durante i test.

Nel 1977, un anno dopo lo scoppio dello scandalo, la produzione del PCB venne definitivamente vietata negli USA, ma durante l’inchiesta emersero anche le responsabilità degli organi pubblici di controllo. L’FDA, per esempio, aveva scoperto livelli altissimi di PCB nell’acqua e nei pesci del Choccolocco Creek, in Alabama (dove avevano sede gli stabilimenti di PCB), ma non aveva preso nessun provvedimento. La popolazione locale aveva continuato tranquillamente a pescare, mentre Joe Crockett, il direttore tecnico dell’organo pubblico per l’approvvigionamento idrico dello stato dell’Alabama, aveva stretto accordi con i dirigenti della Monsanto per mantenere segreti i dati sull’inquinamento.

In una comunicazione al servizio sanitario pubblico, Monsanto aveva dichiarato di non essere mai venuta a conoscenza di pericoli legati ai PCB, mentre i suoi stessi documenti interni li avevano associati a malattie del fegato, problemi cutanei e persino alla morte dei lavoratori maggiormente esposti a questi prodotti. Proprio per tale ragione, il responsabile medico della Monsanto era arrivato a vietare ai dipendenti di mangiare all’interno dell’azienda, motivando la decisione con il fatto che i PCB erano “composti abbastanza tossici per ingestione e inalazione”. La Monsanto sapeva persino che molti suoi clienti utilizzavano i PCB sui rivestimenti interni dei contenitori dell’acqua potabile, dei silos per le granaglie destinate agli animali d’allevamento (contaminando il latte delle mucche nutrite da quei depositi) e delle piscine. Un milione di libbre di PCB, inoltre, veniva utilizzato ogni anno per pitture stradali e in una nota della Monsanto si leggeva quanto segue: “Possiamo dare per scontato che, tramite l’abrasione e la percolazione, quasi tutto finisce nell’ambiente”. Ciononostante, Monsanto non avvisò mai i consumatori dei pericoli per la salute, poiché, come scrisse un portavoce dell’azienda in un documento del 1970: “Non possiamo permetterci di perdere un solo dollaro di business”.

Nel 2002 la Monsanto è stata condannata per avere deliberatamente provocato un disastro ambientale nella cittadina di Anniston (Alabama), dove molte persone sono morte per cancro e altre patologie gravissime proprio a causa di una intossicazione da PCB. Nella motivazione della sentenza si legge: “Il comportamento di Monsanto ha superato tutti i limiti della decenza, mostrandosi crudele e intollerabile per una società civile”. Un mese dopo la sentenza, l’Agenzia per la protezione dell’ambiente (EPA), che si era distinta per la sua inerzia nei confronti di Monsanto, annunciò di avere firmato un accordo con Solutia (la società che produceva PCB su licenza di Monsanto) per decontaminare la zona. Si trattava però di un accordo favorevole alla multinazionale, che mise in allarme anche il senatore dell’Alabama Richard Shelby, un membro del comitato incaricato di sorvegliare le agenzie governative. Si venne così a scoprire che Linda Fisher, il numero due dell’EPA, era una ex dirigente della Monsanto!

Nel 2007 il giornale britannico The Guardian ha rivelato che tra il 1965 e il 1972 la più grande multinazionale dei veleni si è comportata in modo del tutto simile ad Anniston (se non peggiore) anche in molti siti della Gran Bretagna. Secondo un rapporto governativo, infatti, oltre al PCB Monsanto ha gravemente inquinato lambiente con altri 66 prodotti tossici, che comprendono il famigerato Agente Arancio e la diossina.

Il danno irreversibile provocato da Monsanto all’ambiente, alla catena alimentare e alla salute pubblica di tutto il mondo non è circoscritto solo alla piccola cittadina dell’Alabama. A sostenerlo con prove di laboratorio alla mano è il professor David Carpenter dell’Università di Albany: “Tutti abbiamo dei PCB nel corpo, ce li hanno anche gli orsi polari e i pinguini. Nel passato ci si sbarazzava dei PCB in poche discariche, ma con il passare del tempo sono finiti nell’aria e nell’acqua e sono arrivati ovunque. Ormai tutto il pianeta è inquinato da PCB. Numerose malattie sono dovute ai PCB, una che conoscono tutti è il cancro. I PCB riducono le funzioni della tiroide, perturbano gli ormoni sessuali e le donne contaminate dalla sostanza partoriscono figli con un quoziente intellettivo ridotto”. I PCB sono stati prodotti in tali quantità e per un tale numero di applicazioni (dagli adesivi agli oli per il trattamento dei metalli) che ormai è troppo difficile evitare la contaminazione. Uno studio italiano del 2006 ha accertato che, attualmente, le molecole di PCB si trovano nell’acqua, nell’aria e nella terra di tutti i paesi industrializzati del mondo e che la principale fonte di esposizione per l’uomo (90%) sono gli alimenti, in particolare il latte, il burro, le uova e il pesce. I PCB si accumulano principalmente nel tessuto adiposo (30-70%), ma in via residuale anche nella cute, nel fegato, nei muscoli e nel sistema nervoso.

Dopo i gravi fatti del 1976 a cui ha fatto seguito la storica sentenza di Anniston sui PCB, l’industria non solo non ha cambiato il suo atteggiamento predatorio, ma ha anche affinato le sue tecniche di manipolazione scientifica per poter continuare a vendere prodotti tossici.

Questo testo è estratto dal libro "Scelte Alimentari Non Autorizzate".

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