Sciamane Donne che si Risvegliano - Giovanna Lombardi - Anteprima
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Sciamane - Donne che si Risvegliano - Anteprima del libro di Giovanna Lombardi

La dea

La dea

"L’uomo ha il grande vantaggio di avere Dio a sostegno della legge che scrive; e poiché l’uomo esercita la sua autorità sovrana sulle donne è proprio una grandefortuna che questa autoritàgli venga per Investitura Divina. Per ebrei, musulmani e cristiani — tra gli altri — l’uomo è signore per diritto divino; e il timore di Dio reprime ogni impulso di ribellione nelle donne oppresse."
Simone de Beauvoir

"La divinità primordiale fu femmina, una Dea nata da se stessa, donatrice di vita, dispensatrice di morte e rigenerazione. Univa in sé la vita e la Natura. Il suo potere era nell’acqua e nella pietra, nei tumuli e nelle caverne, negli animali, uccelli, pesci, nelle colline, negli alberi e nei fiori."
Marija Gimbutas

Durante le condivisioni che hanno preceduto la fondazione del Cerchio Planetario delle Donne, sentivo spesso le sciamane fare riferimento alla Dea. Non capivo bene a quale Dea si riferissero, mi chiedevo se fosse una dea indiana, una divinità della mitologia greca, o altro ancora. La sera, durante la “cerimonia della Dea”, ho osservato attentamente queste donne che, con dolcezza e devozione, offrivano alla statua femminile presente in giardino elementi della Terra - chi del riso, chi delle foglie, chi dei fiori, chi del tabacco - e allora ho improvvisamente compreso cosa fosse la Dea: non si trattava di una Dea, ma della Dea, cioè dell’energia creatrice, del ventre primordiale dal quale tutti noi veniamo. La cultura maschilista che negli ultimi millenni ha dominato il mondo ha elaborato miti della creazione in cui al vertice del pantheon si trova un Dio maschio, pensiamo ad esempio a Zeus per la mitologia greca, ad An per quella sumera, a Brahma per la tradizione induista. In seguito, anche nelle religioni monoteiste Dio è sempre stato inteso al maschile ma ciò è poco credibile: ogni essere vivente del pianeta Terra è partorito dalla femmina, quindi anche quell’essere supremo che ci ha creato non può che essere di genere femminile. Questo è la Dea: l’origine di tutte le cose, l’utero immenso che ci ha partorito e al quale le nostre pratiche religiose tentano di farci tornare, come un figlio alla ricerca di una connessione con le proprie radici. In quel momento la presenza della Dea l’ho sentita forte, non perché quello fosse un luogo mistico, non perché quella statuetta avesse un potere magico, ma perché quelle donne, già connesse individualmente alla Dea, tutte insieme si stavano connettendo all’energia creatrice, sommando le proprie energie le une con le altre.

Dopo poco, si sarebbe svolta la fondazione del Cerchio Planetario delle Donne. Se fino a pochi minuti prima avevo qualche dubbio sulla mia partecipazione alla cerimonia, nel senso che non sapevo se l’avrei osservata da fuori riprendendola o ne avrei fatto parte (affidando le riprese ad Alice), adesso, dopo questa piccola illuminazione, non avevo dubbi sul fatto che dovessi partecipare: ero lì perché ero una di loro, e le conoscenze che mi mancavano sarebbero arrivate una dopo l’altra in modo naturale, esattamente come quella sulla Dea.

Chi ha trasformato la Dea in Dio

È stato solo dopo aver realizzato il documentario, che ho cominciato a fare ricerche approfondite sulla Dea, sulla sua reale esistenza e sulla sua origine. Andando a ritroso nel tempo, ho scoperto una versione della storia riguardante il nostro credo religioso che non avrei mai immaginato. Fin da quando siamo bambini, la cultura giudaico-cristiana cui apparteniamo ci insegna che una divinità maschile ha dato origine all’Universo e agli esseri viventi, in particolare all’uomo, creato a sua stessa immagine e somiglianza. Solo in seguito, quasi come per un ripensamento, Dio avrebbe generato la donna, Èva, da una costola del primo uomo, Adamo, affinché aiutasse il compagno nelle sue imprese. E tuttavia questa donna, creata dal marito e per il marito, si sarebbe fatta tentare dal serpente e avrebbe raccolto la mela proibita, frutto dell’albero della conoscenza, macchiando se stessa e l’intera umanità del peccato originale. Come abbiamo potuto credere a questi miti così marcatamente viziati di maschilismo? L’archeologia e l’antropologia moderne stanno dimostrando come le cose siano andate in modo diverso. In epoca preistorica, e agli albori di quella storica, esistevano culti che veneravano una creatrice femminile. La Dea è stata celebrata in modo “esclusivo” da 25.000 anni prima di Cristo al 500 d.C., epoca della chiusura degli ultimi templi dedicati al suo culto. L’invasione dei popoli indoeuropei dall’Asia nord orientale, avvenuta a più riprese dal 2400 a.C. hno al 500 d.C., ha portato con sé l’adorazione di un Dio maschio guerriero e di un Dio padre supremo. Inizialmente la religione femminile e quella maschile hanno convissuto, ma nell’arco dei successivi duemila anni, con l’aumento dei territori conquistati e del potere acquisito dagli invasori, si è assistito a una prevalenza della religione maschile su quella femminile, hno alla repressione quasi dehnitiva del culto della Dea. Al posto della Divina antenata sono comparse delle divinità femminili con il ruolo di spose, sorelle o amanti del Dio maschio (pensiamo ad esempio al pantheon greco e alle innumerevoli dee, ninfe e donne terrestri sedotte e abbandonate da Zeus). In seguito, in ambito giudaico, i Leviti hanno elaborato nel libro della Genesi la storia di Adamo ed Èva che ricordavo poc’anzi, consegnando dehnitivamente al mondo una versione delle origini che vede la donna irrimediabilmente sottomessa in ambito religioso al Dio maschio e, in ambito privato, al marito.

All’origine dell’Islam anche una donna Anche la religione musulmana, nata seicento anni dopo Cristo, ha riprodotto il copione del Dio maschio e della donna vista come figura inferiore all’uomo, simbolo di tentazione e perdizione. Il paradosso, tuttavia, vuole che il profeta Maometto, fondatore di queU’Islam che nella sua interpretazione talebana attua la massima repressione nei confronti delle libertà femminili, fosse debitore, sia dal punto di vista intellettuale che da quello economico, proprio a una donna. Nato alla Mecca nel 570 d.C. da una famiglia di modeste condizioni economiche, Maometto rimase subito orfano di padre e a sei anni perse la madre. Si prese cura di lui lo zio, che lo fece lavorare come pastore e in seguito come mercante. All’epoca nella penisola araba ogni tribù adorava i propri dei, ma si cominciavano a onorare anche le figure di cui parlavano i primi ebrei, trasferitisi nelle oasi del deserto, cioè Gesù, Maria, gli angeli e gli arcangeli. C’era un oggetto che era venerato da tutti gli Arabi: la kaaba, una grande pietra nera inserita in un reliquiario alla Mecca, a quei tempi una delle tre maggiori oasi della penisola araba. Si trattava di un meteorite caduto dal cielo e si pensava che fosse stato portato sulla Terra dall’arcangelo Gabriele. Attorno a questa reliquia c’era la speculazione dei Coreisciti, avidi commercianti che si erano impadroniti del potere alla Mecca e che lucravano su quest’oggetto sacro, poiché da tutta l’Arabia arrivavano pellegrini per vederla. In questo contesto assunse un ruolo di rilievo il salotto di una donna di nome Cadigia, discendente di un’antica famiglia di capitribù, colta e ricca, divenuta vedova in giovane età. Nella sua casa ci si riuniva per discutere la necessità di abbattere il potere dei Coreisciti e valutare l’esigenza di unire le tribù arabe sotto un unico credo religioso, sul modello di quanto avevano fatto gli ebrei e i cristiani. Tra i frequentatori di questo salotto ci fu proprio Maometto. Cominciò a seguire Cadigia a venticinque anni come servitore, poi lei gli affidò la cura delle sue attività commerciali e gli propose di sposarlo. Maometto accettò, sposò una donna che aveva ben quindici anni più di lui e da essa ebbe quattro figlie femmine. In seguito, a quarant’anni, stanco dello strapotere dei Coreisciti e del loro sfruttamento economico della Kaaba, si ritirò in solitudine nel deserto e nel 610 ebbe la sua prima rivelazione da parte di Allah. Anche in questo caso, tuttavia, fu soprattutto grazie al sostegno di Cadigia che cominciò a predicare quella nuova religione che prese il nome di Islam. E lecito forse chiedersi se Maometto avrebbe mai fondato l’Islam senza la frequentazione e il sostegno della moglie.

Le relazioni tra uomo e donna e il sesso sacro all’epoca della Dea

Nel primo Paleolitico (cioè fino a circa 120.000 anni fa) non c’era ancora la consapevolezza del ruolo dell’uomo nella riproduzione, e la donna era ammirata e celebrata come datrice di vita in assoluto, poiché si riteneva che da sola avesse la possibilità di procreare. Per questo motivo le prime società erano matrifocali (la donna era al centro della comunità) e matrilineari (i beni posseduti venivano passati dalla madre alle figlie femmine). La vita si svolgeva in piccole comunità e le donne officiavano i riti sacri ed erano tenute in gran conto da tutti, soprattutto se anziane. Non esistevano una vita di coppia e una famiglia intesa come nucleo separato dal resto della comunità. Le donne avevano un’attività sessuale libera e spontanea, e quando mettevano al mondo un bambino, tutti si facevano carico di aiutarle ad allevarlo. Non esisteva una figura paterna di riferimento.

La situazione si è capovolta con l’arrivo dei popoli indoeuropei, a partire da cinquemila anni fa. Essi hanno introdotto concetti totalmente nuovi come la paternità, il matrimonio e la fedeltà, con l’obiettivo pratico di garantire a se stessi il possesso delle donne e, soprattutto, dei loro beni.

Quanto affermo non è mito o leggenda - e tuttavia i miti e le leggende hanno una base di verità - ma è documentato anche da storici abbastanza “recenti” che hanno descritto le società precristiane. Nel 49 a.C., ad esempio, lo storico Diodoro Siculo, che nella sua monumentale opera dal titolo Bibliotheca historica ha descritto gli usi e i costumi dei popoli incontrati durante i suoi numerosi viaggi in Africa Settentrionale e nel Vicino Oriente, riferisce come le donne etiopi praticassero il “matrimonio” collettivo e allevassero i figli in comune, tanto che loro stessi si confondevano su chi fosse la propria madre biologica. In alcune zone della Libia, Diodoro ha incontrato comunità di donne che veneravano la Dea e che si occupavano completamente dell’amministrazione delle città, persino della guerra, affidando agli uomini posizioni casalinghe. Così scrive Diodoro Siculo:

La donna era investita di tutta l’autorità e adempiva ogni pubblico ufficio. Gli uomini si occupavano delle faccende domestiche, proprio come le nostre donne, e facevano quello che le mogli dicevano loro di fare. Non erano autorizzati ad andare in guerra o a svolgere funzioni di governo, né a ricoprire qualsiasi incarico pubblico che avrebbe potuto indurli a schierarsi contro le donne. I bambini, subito dopo la nascita, erano affidati agli uomini che li crescevano nutrendoli con latte o ogni altro cibo adatto alla loro età.

Quattro secoli prima, lo storico greco Erodoto, parlando dell’Egitto, aveva scritto: “Le donne vanno al mercato, si occupano d’affari e di commercio, mentre i mariti rimangono a casa a tessere”. Il professor H.W.F. Saggs, docente di lingue semitiche all’università di Cardiff ed esperto sumerologo, descrive così la condizione della donna nella società della Mesopotamia ai tempi dei Sumeri (tra il 3000 e il 1800 a.C.):

La posizione delle donne era certamente molto più elevata nelle prime città-stato sumere di quanto non sia stata in seguito [...].

Le donne godevano di uno status sociale decisamente migliore che non all’apogeo di questa stessa cultura: ciò è principalmente dovuto al fatto che, nella religione sumera dei primordi, una posizione di spicco era occupata dalle dee che in seguito virtualmente spariscono, rimanendo soltanto come consorti di determinati dei, con l’unica eccezione di Ishtar [...]. Vi è persino l’indicazione che precisa che un tempo si praticasse la poliandria, poiché le riforme Urukagina fanno riferimento a donne che avevano sposato più di un uomo.

Stiamo parlando di poliandria in Sumeria, cioè in una terra che corrisponde in parte agli attuali Iraq e Iran, nazioni in cui oggi, a distanza di cinquemila anni, le donne si trovano in una condizione opposta: sono costrette a uscire di casa velate, non possono studiare e l’unico ruolo loro concesso è quello di allevare i figli; non possono scegliere l’uomo da sposare e devono subire dal marito qualunque genere di violenza senza la possibilità di essere difese legalmente; l’adulterio di una donna è punito con la lapidazione, e la poliandria è un mito di lontane antenate di cui non si può e non si deve parlare.

Riguardo alla condotta sessuale, le donne dell’antica Sumeria non consideravano il sesso né un tabù né un atto finalizzato alla procreazione, ma gli attribuivano un valore sacro e il potere di connessione con i mondi sottili e con la Dea stessa. Potevano andare al tempio per servire la Dea e allo stesso tempo essere adorate in sua vece, con la possibilità di trascorrervi una giornata, una settimana o un anno, in puro spirito di servizio. Esse accoglievano gli uomini e si univano con loro in un atto sessuale che aveva la funzione di onorare la Dea e di creare un ponte verso le altre dimensioni. Queste donne nella lingua accadica erano chiamate qadishtu, parola che significa “donna consacrata” o “santa donna” e, finita la loro esperienza nel tempio, potevano sposarsi con un uomo senza che su di esse si accanisse alcun pregiudizio o discriminazione. Co spiegano Qualls, Corbett e Woodman nel libro The sacred prostitu eternal aspect of the femmine, nella società sumero-babilonese c’era un’organizzazione gerarchica ben precisa legata al sesso sacro; c’erano le sacerdotesse a vita chiamate “Entu”, che indossavano abiti cerimoniali molto simili a quelli del re; accanto a loro vi erano le “Naditu”, provenienti dalle più importanti famiglie del paese, che promettevano di dedicare la loro vita alla Dea rimanendo nubili e senza figli; c’erano le “Qadishtu”, di cui abbiamo parlato sopra, che servivano il tempio per un certo periodo senza voti particolari; vi erano le “Ishtaritu”, donne specializzate nelle arti della danza, della musica e del canto e che ballavano la danza del ventre. Infine, vi erano le donne comuni che, come scrive Erodoto nelle Storie, almeno una volta nella vita dovevano sedere nel tempio dell’amore e avere rapporti sessuali con uno sconosciuto. [...] Dopo il rapporto esse si sono santificate agli occhi della Dea e se ne vanno a casa loro.

Sesso sacro

Numerose fonti attestano la presenza del “sesso sacro” anche in Egitto, a Creta, in India e persino in Grecia e nella Roma arcaica. Tuttavia la cultura ebraica, monoteista e maschilista, ritenne scomoda e fuori dal proprio controllo questa pratica e pensò bene di volgarizzare il sesso sacro traducendo e tramandando il termine qadishtu col significato di “prostituta del tempio”. In tutta la letteratura patristica, poi, Babilonia divenne la città simbolo della perdizione e della massima degenerazione.

Ritengo che ancora oggi la pulsione sessuale dell’uomo verso la donna sia da attribuirsi all’inconscia ricerca della Dea e alla necessità istintiva di tornare a Lei durante un rapporto sessuale. (E non vedo alcuna differenza nel sesso degli omosessuali, uomini o donne che siano: uno dei due membri della coppia è sempre più femminile e accoglie l’altro, incarnando la Dea; il partner, invece, è più maschile e si riconnette attraverso di lui). Credo che la sessualità serva a mettere le persone in relazione con l’energia che nei prossimi capitoli chiamerò Spirito - che appartiene alla Dea — e che permetta agli individui di liberare le proprie energie creative. La procreazione è solo una delle forme in cui questa energia creativa si manifesta, ma non è l’unica e non costituisce l’obiettivo dell’unione sessuale tra uomo e donna.

Questo testo è estratto dal libro "Sciamane - Donne che si Risvegliano".

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