La Self Leadership e l'One Minute Manager - Estratto
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La Self Leadership e l'One Minute Manager - Anteprima del libro di Kenneth Blanchard, Susan Fowler e Laurence Hawkins

Credi nella magia?

Credi nella magia?

«Prima di presentarvi gli spot televisivi, gli annunci stampa e i testi radiofonici che abbiamo preparato per voi, voglio illustrarvi la logica che sta alla base di questa campagna pubblicitaria.»

Dopo mesi di lavoro, era venuto il momento per cui Steve si era impegnato tanto: la sua prima proposta di campagna. L’importanza dell’occasione lo colmava d’ansia.

Distribuì agli undici vicepresidenti i dossier rilegati in cui era illustrato il suo progetto e infine ne porse uno a Roger, presidente di United Bank. I dieci uomini e le due donne che gli sedevano davanti in semicerchio rappresentavano il cliente e avrebbero deciso se adottare o meno la campagna che lui suggeriva per il nuovo anno.

Steve li invitò a consultare la sezione del dossier dedicata al budget e proiettò sullo schermo le slide di PowerPoint che accompagnavano la sua presentazione. Espose nel dettaglio le percentuali allocate al design creativo, alle spese di produzione e all’acquisto degli spazi sui media, evidenziando le caratteristiche di ciascun elemento e la logica che aveva portato a decidere per quegli stanziamenti.

Nessuno fece domande, e Steve ebbe l’impressione che tutti fossero in attesa di vedere il materiale approntato dai creativi. Vi fu un certo brusio in sala quando, estraendo da una grande custodia alcuni cartelloni, il giovane manager dichiarò: «Dal momento che, per ora, nessuno ha domande da porre sul budget, passiamo a esaminare la proposta creativa per i vari media: televisione, stampa, radio e mailing».

Steve mostrò agli astanti gli storyboard che illustravano le inquadrature chiave degli spot televisivi e i layout schizzati a mano dei comunicati destinati alla stampa. Proiettò anche i testi sullo schermo.

Dopo avere letto ad alta voce gli annunci radiofonici, sedette, respirò profondamente e rimase in attesa di sentire le prime impressioni. Vi fu una pausa imbarazzante, interrotta da uno dei vicepresidenti che commentò: «L’approccio mi sembra molto meno formale di quanto mi aspettassi, ma può anche essere un elemento positivo: comunica l’idea di una banca cordiale e vicina al cliente».

Un altro vicepresidente commentò: «È evidente che a questa campagna avete dedicato molto tempo ed energie».

Dopo un altro silenzio imbarazzante, tutte le teste si voltarono verso il centro del semicerchio, dove Roger annunciò: «È orrendo».

L’atmosfera fu raggelata, in uno sbigottimento generale. Nessuno osò guardare Steve che, sbiancato in volto e in preda alla confusione più totale, non sapeva come reagire. Muoveva il capo avanti e indietro quasi cercasse di cavarne un pensiero. Ben consapevole di dover dire qualcosa, iniziò a raccogliere con noncuranza gli storyboard.

«A quanto pare abbiamo fatto un buco nell’acqua», dichiarò. «Ne parlerò con il team dei creativi e vi aggiornerò la settimana prossima.»

Steve non ricordava neppure come avesse raggiunto l’auto. Si ritrovò al volante, ma non si diresse verso l’agenzia, perché non si sentiva in grado di affrontare il team creativo. Ringraziò il cielo che Rhonda, il capo, fosse fuori città. Desiderava riflettere da solo su quanto era accaduto, ma gli ci voleva un buon caffè. Attraversando un quartiere che non conosceva, capitò davanti a un locale con l’insegna Cayla’s Café. Entrò, nella speranza di trovare un po’ di sollievo.

La libreria

Era una libreria con annesso il bar dove si servivano snack e bevande tra scaffali colmi di libri e di riviste. Steve si guardò intorno, fra i tavoli di legno massiccio e le sedie pesanti. L’atmosfera era molto diversa da quella dell’ambiente high tech, tutto acciaio cromato, dell’agenzia pubblicitaria. Trovò conforto nella temperatura fresca del locale e nell’aroma caldo del caffè, che si mescolava all’odore della carta stampata. Gli piacque ritrovarsi circondato dai libri e sperò che quel luogo gradevole potesse aiutarlo a capire ciò che era successo. Doveva affrontare la realtà. Dov’era l’errore? Come era potuta accadere una cosa simile?

Si fece portare un caffè e lasciò che il tepore della tazza gli scaldasse le mani prima di assaporarne un sorso. Con quest’ultimo fiasco, lo avrebbero sicuramente licenziato e, in tutta onestà, si domandava come avesse potuto durare così a lungo.

Tre anni prima gli sembrava di avere vinto la lotteria. Rhonda, cofondatrice della Creative Advertising Agency, lo aveva assunto quando si era appena laureato in marketing. Dalla posizione di primo impiego, Steve aveva fatto una rapida carriera fino a diventare production manager per un certo numero di clienti importanti e l’anno precedente era stato coproduttore del concorso istituito dalla categoria per premiare le migliori campagne pubblicitarie.

Quattro mesi prima, inoltre, Rhonda gli aveva dato l’opportunità di fare un salto di qualità, affidandogli la responsabilità diretta di un cliente non grande, ma di un certo rilievo: United Bank. Gli aveva spiegato che riteneva fosse arrivato il momento giusto per il suo «empowerment», ossia il momento di delegargli responsabilità dirette che sarebbe stato in grado di assumersi.

Steve aveva visto nella promozione l’occasione di dimostrare le proprie capacità. Se avesse avuto successo con United Bank, avrebbe potuto occuparsi di lì a breve di clienti più prestigiosi e di maggior peso economico.

Di questo, almeno, era stato convinto fino a quando il fallimento della presentazione non aveva demolito la sua sicurezza e mandato all’aria i suoi piani per il futuro. Era molto nervoso, e il pensiero della reazione del presidente della banca non faceva che aumentare in lui il senso di rabbia.

Come prevedibile, si disse che la vera colpevole era Rhonda, perché lo aveva lasciato solo. Dov’era quando aveva avuto bisogno di lei, quando la situazione era precipitata? Perché non lo aveva informato del fatto che il cliente era molto diffìcile, che il copywriter era un piagnucolone e l’art director un egocentrico? Rhonda avrebbe potuto evitargli quell’umiliazione, ma aveva preferito attuare r«empowerment». Lui si era fidato di lei e lei lo aveva dato in pasto ai lupi.

Era certo che, dopo questa dimostrazione di inettitudine, Rhonda lo avrebbe licenziato. Decise così di non dargliene la soddisfazione: prima che fosse lei ad allontanarlo, se ne sarebbe andato lui. Mise sul tavolo un blocco di fogli e, penna in mano, iniziò a scrivere la lettera di dimissioni.

Stava stendendo la prima frase, quando fu distratto da un gruppo di bambini che cercavano di soffocare le risate, riuniti sotto un’insegna rustica su cui era scritto l’angolo magico di cayla. Si mise a osservarli. Su uno sgabello di legno davanti a loro andò a sedersi una piccola donna di colore che, appoggiando gli avambracci sulle gambe, si chinò verso di essi. Senza dire una parola, li guardò negli occhi a uno a uno. Il silenzio era tale che si sarebbe sentito cadere uno spillo.

«Mi chiamo Cayla», disse la donna con voce calda e suadente, scandendo ogni singola parola come se contenesse un mistero, «e sono una maga.»

Raccontò loro di avere conosciuto tempo addietro un mistico indiano che le aveva insegnato l’arte di dominare la materia con la forza della mente. Per darne dimostrazione, prese due comuni elastici, li intrecciò e, tirandoli nel tentativo di districarli, mostrò che era difficile separarli. Infiorando il racconto, Cayla spiegò di poterli dividere con il potere della mente... e lo fece. I bambini esultarono, riconoscendo in lei delle doti soprannaturali. La donna aveva davvero dei poteri magici.

Ritrovata la concentrazione

Ritrovata la concentrazione, Steve riprese a scrivere la lettera di dimissioni. Aveva perso la nozione del tempo.

«Le è piaciuta la magia?»

La voce lo distolse nuovamente dal suo proposito. Steve alzò lo sguardo e vide Cayla davanti a lui. Con un certo imbarazzo si alzò e le porse la mano.

«Deve scusarmi, mi auguro di non avere disturbato la sua attività; è stato molto divertente. Lei è una brava maga. Ma lasci che mi presenti, mi chiamo Steve.»

«Disturbare? Ma niente affatto», rispose la donna stringendogli a sua volta la mano. «Speravo solo che lei si unisse a noi. Il mio nome è Cayla.»

«È il suo vero nome?»

Cayla sorrise. «Sì, mi chiamo proprio Cayla. Ai miei genitori piaceva perché in ebraico significa ‘responsabile’. Forse è proprio a questo nome che devo i miei poteri magici», rispose divertita.

Steve le rivolse un sorriso da cui trapelava un vago senso di nostalgia. «Mi ricordo dei bei tempi in cui credevo alla magia. E ricordo anche il senso di disillusione che ho provato quando ho scoperto che non esiste. La prego, non mi fraintenda. Apprezzo molto la capacità di eseguire questi giochi di prestigio.»

«Lei non crede nella magia», osservò la donna sospirando. «È un peccato, perché ho l’impressione che un po’ di magia le farebbe bene.»

Questa affermazione stupì Steve al punto che non seppe che cosa rispondere. Non si era reso conto di dimostrare in modo così trasparente i sentimenti che lo pervadevano. Cayla prese una sedia dal tavolo accanto, gli si sedette vicino e, con un gesto, invitò Steve a fare altrettanto.

«Mi ascolti», riprese, rivolgendogli lo stesso sguardo intenso e diretto che aveva rivolto ai bambini. «Dall’aspetto si direbbe che lei sia un uomo d affari, eppure si trova qui, a mezzogiorno, in questa libreria. Non ha quasi toccato il caffè e il panino che ha davanti. Evidentemente, c’è qualcosa che la preoccupa molto.»

Incoraggiato dal sorriso comprensivo della donna, Steve accettò volentieri la conversazione e dal lei passarono al tu. Le raccontò tutta la sua storia, a partire dall’orgoglio e dalla soddisfazione che aveva provato quando, trascorsi meno di tre anni dall’assunzione, l’azienda gli aveva affidato la responsabilità diretta di un cliente.

«E tuttavia, poco tempo dopo, quel sogno si è trasformato in un incubo», spiegò. «Fin dalle prime riunioni con il cliente abbiamo faticato a definire un budget pubblicitario. Io avevo già esperienza di budget di media e produzione, ma non ero in grado di definire una cifra adeguata per quel cliente. Il cliente stesso non ha mai manifestato, fin da allora, alcun segno di stima per me e per l’agenzia, e le cose sono peggiorate rapidamente.

«Mancava il budget, mancavano gli obiettivi, mancava la strategia. Senza una strategia pubblicitaria concordata con il cliente, non sapevo in quale direzione far muovere i creativi. C era da impazzire: nessuno era d’accordo su nulla!»

Cayla annuiva pensierosa

Cayla annuiva pensierosa ascoltando il resoconto di quel fallimento. «E i creativi? Hanno fatto qualcosa per sbloccare la situazione?» domandò.

«Oh, loro sono fatti di un’altra pasta. Peggio di bambini viziati. Ho provato a dare delle direttive, ma era come voler ammaestrare un gatto.

Continua...

Questo testo è estratto dal libro "La Self Leadership e l'One Minute Manager".

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