Silenzio - Il Linguaggio dell'Esistenza - Osho - Estratto
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Silenzio - Il Linguaggio dell'Esistenza - Anteprima del libro di Osho

L’amore è un invito

L’amore è un invito

La via della bhaktì è molto delicata.

Senza osteggiarlo né desiderarlo, mi perdo semplicemente ai tuoi piedi!

Giorno e notte il devoto è totalmente inzuppato dalla corrente vitale delle strade della devozione.

La verità delle scritture è integrata nella melodia della bhakti, proprio come un pesce è un tutt’uno con l’acqua.

Offro la mia testa al servizio del mio Signore senza alcuna remora.

Kabir è una grande sintesi, simile a Prayag, il luogo sacro dove si raccoglie tutto ciò che è superiore e dove si fondono il fiume Gange, lo Yamuna e il Sarasvati. In questo punto si uniscono lo jnana, la bhakti e il karma. Il karma è facilmente visibile; nascondere la bhakti è difficile, ma lo jnana è un corso d’acqua che scorre in profondità: nel famoso luogo sacro di Prayag, puoi vedere il Gange e lo Yamuna, ma il Sarasvati è invisibile - e Sarasvati è la dea dello jnana. Cerca di comprendere bene questo punto...

Ovviamente il karma è visibile, perché la parola “karma” indica la realtà esterna, visibile. Nascondere la bhakti, ossia la devozione, è difficile: sarebbe come cercare di nascondere che ti sei innamorato e a questo mondo si può nascondere qualunque cosa, ma nascondere l’amore è impossibile! Una persona innamorata cammina in modo diverso e i suoi occhi assumono una luce nuova, mostrano una sorta di ebbrezza, riflettono uno stato d’estasi; chi è innamorato acquisterà una qualità melodiosa: continuerà a camminare, a sedersi e ad alzarsi come sempre, ma ti accorgerai che qualcosa è cambiato - chiunque lo noterà, persino un cieco se ne renderebbe conto! Per questo gli innamorati non sono mai riusciti a nascondere il loro amore, e se non si può celare un amore ordinario, nascondere l’amore per il divino sarà letteralmente impossibile: quell’amore brillerà come una lampada in una casa buia, diffondendo la sua luce in lungo e in largo.

Lo jnana, ossia la comprensione, è invisibile come il fiume Sarasvati, mentre il karma, l’azione, è manifesto come il Gange: l’amore sta a metà fra ciò che è manifesto e ciò che non lo è, proprio come il fiume Yamuna. Le acque dello jnana scorrono molto in profondità, come il fiume Sarasvati: per questo si può nascondere soltanto la meditazione - anzi, a dire il vero è davvero difficile renderla visibile.

Ecco perché i Sufi hanno potuto restare nascosti, perché seguono la via della meditazione: è impossibile sapere se una persona è un Sufi, anche se si tratta del tuo vicino di casa. Persino la moglie non è in grado di scoprire in quale stato di meditazione è immerso il marito, perché ogni cosa, l’intero processo, si svolge dentro di lui: non solo è possibile nasconderlo, in effetti renderlo manifesto è davvero impossibile!

Nascondere l’amore è difficile; è arduo sia nasconderlo sia esprimerlo, perché si colloca a metà fra il manifesto e il visibile. L’azione invece è manifesta, e Kabir è l’insieme di tutti e tre questi elementi: jnana, bhakti e karma - conoscenza, devozione e azione.

Nel corso della sua vita, Kabir non ha mai evitato l’azione, non ha mai fermato il karma. Sicuramente era un bhakta, un devoto del divino, e tutta la sua esistenza è stata colma di estasi e di canti devozionali: cantava senza tregua dall’alba al tramonto. I suoi non erano canti qualsiasi, non provenivano semplicemente dalla sua gola e neppure dal suo intelletto o dai suoi pensieri, ma emergevano dalla più intima profondità del suo essere.

I canti di Kabir

I canti di Kabir non sono molto poetici, né sono composti con una metrica particolare; contengono moltissimi errori, ma hanno cuore, e quando mai il cuore si è preoccupato di seguire determinate regole di metrica per comporre un canto? Il cuore fluisce a dispetto di ogni legge; è simile alle inondazioni del Gange durante la stagione dei monsoni: scorre rompendo ogni argine! L’intelletto, al contrario, è semplicemente arido: è simile al Gange che si prosciuga durante l’estate, scorrendo al sicuro all’interno delle sue sponde. Il cuore fluisce, totalmente colmo, fino all’orlo! Kabir dunque ha cantato per tutta la vita: non ha scritto i suoi canti, li ha cantati!

Un poeta che scrive un canto compie uno sforzo, lo riempie di decorazioni e si preoccupa di usare un linguaggio appropriato, assicurandosi che la grammatica e la metrica seguano tutte le leggi della poesia. E poi ci sono i rishi, i veggenti che semplicemente cantano: anche loro sono poeti, ma ciò non significa che tutti i poeti siano rishi. Anche i rishi compongono canti, ma i loro canti non comportano uno sforzo intellettuale e non si preoccupano di usare un linguaggio, una grammatica, una metrica appropriati. Sono espressione di un cuore traboccante; quando non è più contenibile, il canto si riversa all’esterno: il canto di un rishi è la manifestazione della sua estasi.

Kabir ha cantato per tutta la vita e nei suoi canti scorre la bhakti, la devozione. Non poteva nasconderla — nessuno può riuscirci - ma poteva invece tenere dentro di sé la meditazione, perché il jatan è esattamente questo: un fenomeno interiore che non ha nulla a che vedere con il mondo esteriore e che accade nella solitudine assoluta. Nel karma, oltre a te è presente tutto il samsara, ossia il mondo intero; nella bhakti, con te c’è anche il tuo amato, l’essenza divina, ma nella meditazione sei assolutamente solo: non è presente nemmeno il divino.

Kabir ha detto: «Nel cercarti, amico mio, Kabir si è perso!». Sta raccontando che mettendosi alla ricerca, ha smarrito se stesso e adesso non riesce più a ritrovarsi: «Lasciamo perdere ciò che stavo cercando,» dice «adesso non so più nemmeno dove trovare colui che aveva iniziato la ricerca!».

Il momento della meditazione

Nella meditazione arriva un momento in cui, oltre a non trovare ciò che stavi cercando, smarrisci te stesso, ma proprio in quel momento trovi il divino. Si crea quindi un incredibile paradosso: è impossibile incontrare il divino, perché quando lui è presente, tu non ci sei! Finché tu rimani presente, il divino non può esserlo, per questo fra l’uomo e il divino non può avvenire alcun incontro. L’incontro accade sempre fra divino e divino: l’uomo si perde per strada. Nel corso della ricerca si scioglie, si dissolve completamente e quando arriva il momento dell’unione, ti accorgi all’improvviso che ciò che avevi cominciato a cercare all’inizio si è perso in qualche punto lungo la strada.

Inoltre, non avevi mai realizzato che colui che arriva effettivamente a destinazione in realtà era nascosto dentro di te; colui che ha raggiunto la meta è sempre stato dentro di te; non c’era bisogno di andare da nessuna parte: se avessi semplicemente chinato il capo, avresti visto che il divino si trovava proprio là, nel tuo cuore. La destinazione è dentro di noi, il divino si trova nella nostra dimensione interiore: l’unica cosa che manca è il ricercatore, è perdere se stessi!

Nella meditazione - dhyana — così come nella conoscenza - jnana - sei completamente solo: la meditazione è la via della conoscenza, la bhakti è la via dell’amore e il servire è la via del karma. Servire gli altri è stata la via di Cristo, perciò la devozione dei cristiani si è basata sul servizio; il Buddha, invece, ha fatto della meditazione il centro del proprio lavoro spirituale, per cui nel buddhismo sono scomparsi sia il servizio sia la devozione ed è rimasta solo la meditazione. Mira e Chaitanya hanno vissuto dedicandosi totalmente alla bhakti, ossia alla devozione, mentre Kabir ha unito queste tre cose.

Per questo lo paragono a Prayag, la meta di pellegrinaggio suprema, la più famosa di tutte, perché dentro di lui s’incontrano e si fondono tutti e tre i fiumi. Una sintesi così eccezionale come quella che accade in Kabir non ha precedenti e proprio per questo è difficile comprenderlo: è sempre problematico comprendere quando tre fiumi diversi giungono al loro punto d’incontro. In questo caso, la logica non serve più a niente: a volte sembra che Kabir stia dicendo una cosa, altre volte sembra ne dica un’altra; qualche volta fa una certa affermazione per poi contraddirsi, perché ciò che è vero per il karma non lo è per la bhakti e ciò che è vero per la bhakti sarà d’ostacolo per il karma. Per questo le persone come Kabir sono circondate da un immenso mistero: ci si è co, bensì un invito; è una chiamata, un richiamo: signify I prepararsi ad annullare se stessi. Quando dimostri di voler annullare te stesso, anche l’altro smette di aver paura di annullarsi, mentre quando cerchi di controllare l’altra persona, ovviamente anche lei vorrà controllarti: il conflitto, la lotta fra gli amanti consiste proprio in questo.

In realtà nell’amore non c’è spazio per il conflitto, eppure capita costantemente di vedere amanti che lottano, e il motivo di fondo di questi litigi è che entrambi cercano di annullare l’altra persona. Per quanto una moglie continui a lamentarsi di essere solo una schiava, una serva, tutti i suoi sforzi mirano a dominare; per quanto un padre continui a ribadire quanto ami suo figlio, non è disposto ad annullarsi in lui: desidera che il figlio rispetti le regole che lui stabilisce, che diventi la sua ombra. Il padre vuole annullare il figlio: «Questi sono i miei ordini» gli dice. «Ciò che dico io vale anche per te! Le mie parole devono indicarti la strada, la direzione giusta: ubbidisci a ciò che ti dico!». È questo che fa felice un padre.

Quando qualcuno segue ciò che tu dici, significa che l’hai spinto a perdersi dentro di te, ma questo non è amore. Se un padre amasse davvero suo figlio, gli direbbe: «Non preoccuparti di seguire il mio esempio, diventa te stesso. Io ti sosterrò in ogni modo, metterò la mia forza al tuo servizio, ma non diventare mai la mia ombra: sii te stesso, diventa chi sei veramente, realizza la fragranza della tua vita! Non importa se, nel farlo, dovrai disobbedirmi, perché non ha senso seguire i miei ordini; non importa se, per raggiungere la tua fragranza, dovrai stare lontano da me: dopotutto, che senso ha restare accanto a me, se non riesci a realizzare quella fragranza?».

Padre e figlio

Se un padre ama davvero suo figlio, si dissolverà in lui e se un figlio ama veramente suo padre, si dissolverà nel padre, così come una moglie innamorata si fonderà con il marito. Ma noi abbiamo paura di perdere noi stessi; se il nostro scompare, ci sembra di sparire, di perderci senza lasciare alcuna traccia. Questo ferisce il nostro ego, che è costantemente terrorizzato da ciò che accadrebbe se dovesse sparire: per questo fa di tutto perché l’amore non accada mai.

Ricorda che non c’è nulla che si opponga all’amore quanto l’ego. L’odio non è il contrario dell’amore, bensì la sua assenza; il contrario dell’amore è l ego, perché se amare significa sciogliersi fino a sparire, l’ego cercherà sempre di impedirtelo: ti ripeterà che il suo compito consiste nell’impedirti di sparire e, a poco a poco, ti indurrà a chiudere tutte le porte che ti permettono di scioglierti nell’altro.

Proprio per questo abbiamo sostituito l’amore con il matrimonio, perché l’amore è pericoloso. Il matrimonio è utile, comodo, mentre l’amore è faticoso: comporta sempre la paura di non farcela e di cadere nel fosso che si trova costantemente lì accanto. Il sentiero dell’amore, inoltre, è irregolare, non è mai liscio e lastricato; il matrimonio invece è come una via maestra, asfaltata, compatta e percorsa da migliaia di persone. È una strada affollata che dà sicurezza; ci sono posti di polizia dappertutto e lungo il percorso si incontrano tribunali e magistrati pronti a entrare in azione, attivando l’intero apparato.

Il matrimonio è un’istituzione sociale, mentre l’amore è un salto che si compie individualmente.

Questo testo è estratto dal libro "Silenzio - Il Linguaggio dell'Esistenza".

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