Solo la Crisi ci Può Salvare - Ermani e Strozzi - Estratto
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Solo la Crisi ci Può Salvare - Anteprima del libro di Paolo Ermani e Andrea Strozzi

Una storia inusuale dall'economia (e, forse, della religione)

Una storia inusuale dall'economia (e, forse, della religione)

"Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che incontri qualcuno al quale tu possa andare bene come sei. Quindi: vivi come credi. Fai cosa ti dice il cuore... ciò che vuoi... Una vita è un’opera di teatro che non ha prove iniziali. Quindi: canta, ridi, balla, ama... e vivi intensamente ogni momento della tua vita... prima che cali il sipario e l’opera finisca senza applausi."
Charlie Chaplin

La Grande Recessione iniziata nel 2007 può forse rappresentare la soluzione ai tanti e radicali problemi che affliggono il nostro tempo.

Per comprendere il significato di questa affermazione apparentemente provocatoria, che in un certo senso “sorregge” tutto il volume, può essere utile ricordare il celebre monito di Albert Einstein, in base al quale un problema non può essere risolto dallo stesso livello di conoscenza che lo ha generato.

Soprattutto, è necessario osservare il corso degli eventi da una prospettiva storica che si svincoli dalla breve durata della nostra vita. Essa infatti - per la sua inevitabile limitatezza - non ci consente di abbracciare in un unico sguardo sia le cause che le conseguenze delle attuali discontinuità sistemiche.

Per semplicità, ricordiamo infatti come il termine “economia” derivi dalle due parole greche oikòs (casa, affari domiciliari) e nomos (amministrazione): nel suo significato originario, dunque, l’economia si riferisce alla gestione delle attività domestiche.

Oggi invece con la parola “economia” siamo soliti riferirci, con impressionante disinvoltura, alle transazioni finanziarie di miliardi di dollari o a interventi militari che possono decretare, suggellandole con un clic del mouse, la fortuna o la disfatta di intere aree del pianeta e, con esse, la vita o la morte di milioni di persone. Che cosa c’entra, tutto questo, con l’amministrazione dei beni domestici?

Per capire a quale stadio degenerativo siano giunte le cose su un piano sia storico che economico, sarà nel nostro caso sufficiente cominciare a osservarle dal 9 marzo del 1776, il giorno di pubblicazione di La ricchezza delle nazioni di Adam Smith, l’opera che avrebbe significativamente cambiato il corso degli eventi.

Universalmente considerato come il padre delle filosofìe liberali e del liberismo economico, con questo volume l’economista scozzese scrive di fatto per la prima volta le regole della modernità, stabilendo come il libero mercato rappresenti il perfetto ed equo regolatore delle vicende umane, per lo meno in termini di distribuzione del “benessere”. Famosissima è la sua metafora della “mano invisibile” che, con un’immagine tanto suggestiva quanto illusoria, rimanda alle proprietà regolatrici del regime di libera concorrenza e del suo compito di ridistribuire risorse e ricchezze tra chi ne possiede in eccesso e chi non ne possiede a sufficienza, proprio tramite i meccanismi equilibratori della domanda e dell’offerta di beni e servizi. Domanda e offerta che, grazie al sistema di aggiustamento dei prezzi, stabilirebbero le condizioni di equilibrio economico ottimale e, conseguentemente, creerebbero le condizioni per il benessere generalizzato.

Senza scendere adesso nei meandri dell’economia politica -la disciplina che, nata proprio con Adam Smith, ha sviluppato quella vera e propria scuola di pensiero che avrebbe trovato nel capitalismo la sua massima espressione attuativa - sarà sufficiente ai nostri fini ricordare quello che di fatto è stato, ed è tutt’ora, il principio dogmatico di questa dottrina, cioè la proprietà equilibratrice del libero mercato.

È curioso notare come stiano già emergendo vocaboli ed espressioni tipiche della terminologia religiosa (equità, dogma, dottrina...): vedremo fra poco come questo dettaglio non sia assolutamente casuale.

L’applicazione scientifica

L’applicazione scientifica, sistematica e sistemica di questi principi - che da liberali sono rapidamente diventati liberisti - nell’occidente “civilizzato” per tutto l’arco dell’Ottocento e del Novecento ha generato il mondo che conosciamo oggi. Ci piaccia oppure no, il principale responsabile concettuale di tutto questo è Adam Smith.

Sta di fatto che, col passare dei decenni e dei secoli, le posizioni ideologiche e le prescrizioni sociali del padre del libero mercato hanno esercitato un profondo influsso sulle dinamiche socioeconomiche del proprio tempo più di qualsiasi altro pensatore prima e dopo di lui.

La dottrina di Adam Smith, perfettamente sintetizzabile nella filosofìa del laissez-faire, sarebbe infatti stata perfetta per i grandi sommovimenti culturali, industriali, energetici e politici dei due secoli a venire. Questo è un punto assolutamente centrale della questione, sul quale quasi nessuno si sofferma: se La ricchezza delle nazioni fosse stato scritto un secolo prima o un secolo dopo, oggi il mondo che conosciamo sarebbe con ogni probabilità profondamente diverso. La sua comparsa proprio alla vigilia del secolo - l’Ottocento - in cui sarebbero stati pienamente sprigionati gli effetti della Rivoluzione industriale, ha avuto per l’economia un ruolo strategico determinante. Nel preciso momento della Storia in cui l’umanità, grazie alfimprowisa disponibilità su larga scala delle fonti energetiche fossili, abbandonava l’agricoltura e l’artigianato per concedersi euforicamente alle seduzioni dell’industrializzazione, una dottrina socioeconomica perfettamente rispondente al nuovo contesto legittimava questa eccitazione collettiva, consacrandola come l’unico destino possibile e desiderabile.

Dovrebbe a questo punto essere facile comprendere, quindi, come il passo per convertire questa filosofìa politica ed economica in una categoria dello spirito fosse, in effetti, drasticamente breve, agevole e a portata di mano: il neoliberismo stava diventando la principale confessione religiosa dell’intero Occidente.

Gli effetti empirici e misurabili di questo new-dealsi sarebbero presto concretizzati in una serie innumerevole di nuovi prodotti commerciali, nuovi servizi per la popolazione, nuove seduzioni consumistiche che avrebbero progressivamente allontanato l’uomo dai suoi bisogni primordiali. La categoria del pensiero

che si sarebbe diffusa in tutto l’Occidente come un’epidemia inarrestabile sarebbe dunque stata quella della Crescita.

Nelle popolazioni che ne accettarono i comandamenti, la religione della Crescita avrebbe progressivamente fatto piazza pulita di tutte le altre confessioni religiose, sostituendo alla liturgia della fede spirituale quella dell’accrescimento materiale. Più precisamente, le religioni sarebbero rimaste, proprio come una foglia di fico, per mascherare alla propria e all’altrui coscienza la folle rincorsa verso l’accumulo sistemico. Come a dire: la nuova filosofìa politica mi impone di correre e crescere sempre di più, io mi adeguo e lo faccio di buon grado, ma conservo pur sempre per la mia coscienza la fede religiosa, che mi educa spiritualmente. In parole ancora più povere: le mani protese alla materia, la testa invece allo spirito.

In realtà, come sappiamo bene, anche la “testa” sarebbe stata pian piano sedotta e schiavizzata dalla “materia”. Le dimostrazioni di questa affermazione apparentemente scontata sono due, investono rispettivamente l’Ottocento e il Novecento e, soprattutto, sono entrambe di portata mondiale. Da un lato, come vedremo, la stessa “antitesi ideologica” alla deriva capitalistica in corso si sarebbe rivelata altrettanto succube della religione della Crescita quanto l’ideologia che l’ha partorita. Dall’altro lato, sempre in nome della Crescita, l’intero Occidente sarebbe infatti scivolato in due conflitti di proporzioni mondiali, a riprova di come la nuova “religione” stesse animando le teste delle persone, ma armando le loro mani.

Da Smith a Marx

Come sarebbe inevitabile per qualsiasi sistema valoriale che va a toccare tutte le sfere dell’azione e del pensiero umano, anche il liberismo economico, che si è concretamente realizzato nel capitalismo, avrebbe inevitabilmente prodotto la sua antitesi: parliamo ovviamente del comunismo. Ogni idea, ideale o ideologia - specialmente se davvero rivoluzionaria - produce infatti sempre una spinta concettuale uguale e contraria. Se il capitalismo fondava la sua ragion d’essere sullo sfruttamento intensivo di uno dei due fattori produttivi concepiti dal dogma neoliberista, il contrappeso storico, economico e ideologico che con Marx stava emergendo dalle polveri sollevate dall’impiego del Capitale (e dalle iniquità distributive che il suo utilizzo implicava) si chiamava Lavoro. Consapevole della condizione di schiavitù a cui il crescente dominio della tecnica avrebbe costretto le persone, Karl Marx oppose alla voracità del Capitale la dignità del Lavoro.

Scusandoci per aver riassunto in così poco spazio questioni e istanze che hanno giustamente meritato fiumi di inchiostro e quintali di carta sugli scaffali delle biblioteche, la priorità che ci preme intanto accennare è come sia Smith che Marx, sebbene da pulpiti diversi e proponendo soluzioni antitetiche, obbedissero alla medesima religione della Crescita: che il processo economico venisse fondato prevalentemente sul Capitale oppure sul Lavoro, l’effetto sarebbe comunque stato quello di una deriva iper-produttivistica dell’attività umana, con esiti e prospettive che si sarebbero rivelate non sostenibili dal punto di vista sistemico. In altre parole, il neoliberismo selvaggio da un lato e il socialismo reale dall’altro, sebbene da presupposti ideologici completamente diversi, avrebbero verosimilmente condotto al medesimo risultato: lo sfruttamento intensivo delle risorse ambientali, per onorare il sacro dogma dell’accumulo di ricchezza. Una ricchezza distribuita diversamente, certo. E realizzata mediante forme partecipative con differenti gradi di eticità pubblica e privata, certo. Ma, in ogni caso, come stiamo scoprendo (in ritardo) oggi, ugualmente insostenibili.

Questo testo è estratto dal libro "Solo la Crisi ci Può Salvare".

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