Tempo di Guarire - Beata Bishop - Estratto
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Tempo di Guarire - Anteprima del libro di Beata Bishop

L'incidente

L'incidente

Non ricordo quando la macchia marrone compàrve sulla mia tibia destra, grosso modo a metà tra il ginocchio e la caviglia e leggermente di lato. Potrebbe essere successo a metà degli anni Settanta, ma devo confessare che non mi resi conto del suo affiorare. Quello che notai, ad un certo punto, era che stava là e poi, molto più tardi, che lentamente, si allargava, senza però cambiare nel suo aspetto. La scrutavo attentamente, per coglierne eventuali variazioni nel colore, nel tessuto o nello spessore, perché — lo avevo letto sugli opuscoli per la prevenzione del cancro — in quel caso poteva essere segno di pericolo. Ma la mia macchia marrone non cambiava, non aveva assolutamente nulla di simile ad una protuberanza o a una piaga. Era solo una zona di pelle color cappuccino, normale e liscia, che si andava lentamente espandendo.

La mia macchia marrone non mi preoccupava. La controllavo quotidianamente quando mi facevo il bagno e, soltanto qualche volta, in un arco di tempo di tre anni o più mi chiesi fuggevolmente se potesse essere un melanoma (di cui sapevo solo che era la forma di cancro della pelle a più rapida diffusione con esito spesso letale). Ma la voce interna che aveva posto la domanda era diversa da quella con la quale abitualmente comunicavo. Proveniva da un’area sconosciuta della mia coscienza, e così lasciai perdere. Dopo un po’ di tempo la macchia giunse ad avere le dimensioni di un’unghia, dai margini irregolari, ma tutt’altro che sgradevole. Un amico che la notò la ritenne persino sexy, come se si trattasse di un neo situato in una zona inconsueta. Io stessa non avrei potuto trovare un’interpretazione più simpatica.

Nemmeno il mio stato di salute mi dava preoccupazione. Mi sentivo più in forma ora, nella mezza età, che in gioventù, avevo molta energia e una buona resistenza alle infezioni. Durante una epidemia di influenza, che aveva costretto a letto la maggior parte dei miei colleghi, mi ero ritrovata a lavorare in una deprimente solitudine.

all’estremità di un corridoio deserto dell’ufficio, desiderosa quasi quasi di prendere anche io il virus, piuttosto che resistere, tutta sola.

A differenza dei miei colleghi - all’epoca ero una sceneggiatrice della bbc — seguivo un regime alimentare che dai più era considerato salutare, altri invece lo definivano eccentrico o ancor peggio, ma in ogni caso, per me, funzionava. Mi basavo su una dieta latto-vegetariana, evitando i cibi considerati insani. Rifuggivo anche, quando mi era possibile, dalla medicina ortodossa. Il mio medico era un eccellente medico erborista e non il classico medico di base (che sembra un imprenditore di pompe funebri e prescrive aspirina solubile o antibiotici). Inoltre frequentavo corsi di yoga. Per quanto lo yoga sia non competitivo, ero molto soddisfatta di essere più flessibile di altre donne, mie coetanee. In breve, ero orgogliosa del mio stato fisico, quando mi ci soffermavo, il che accadeva di rado. Per me il corpo era il veicolo sul quale viaggiavo. Mi sembrava accettabile e così me ne preoccupavo poco.

La cosa che invece mi dava parecchio da riflettere, e questo capitava sempre più spesso, era piuttosto la mia incapacità di smettere di fumare. Era un problema e un peso per la mia coscienza, perché il fumo era in contrasto sia con la mia immagine che con il mio stile di vita. Sembrava incoerente coltivare la salute attraverso la dieta e l’esercizio fisico e contemporaneamente danneggiarla con la nicotina. Inoltre che senso aveva nella mia vita quella costosa e maleodorante dipendenza mentre mi davo da fare tenacemente, o così credevo, per raggiungere la libertà interiore? Poi, come giustificare il fatto che stavo inquinando l’aria altrui? Purtroppo nessuna di queste argomentazioni mi fu d’aiuto. La mia sudditanza verso le sigarette era irrazionale, e perciò non potevo distogliermene attraverso le argomentazioni. Perlomeno non tossivo, grazie ai miei quotidiani esercizi di yoga. Un giorno - me lo ripromettevo - in qualche modo avrei rinunciato!

La visita

Questo era il Quadro generale nel novembre del 1979, quando mi recai, per un controllo di routine, dalla dottoressa Alisa Hay, la ginecologa che mi seguiva da anni. Ero contenta di rivederla. Era cordiale, sollecita e premurosa. Un’amica che era medico e non viceversa. Facemmo le classiche chiacchiere preliminari, poi continuammo a parlare mentre mi esaminava sullo stretto lettino. La visita era sempre accompagnata da un momento di apprensione perché naturalmente, avrebbe potuto trovare un nodulo al seno, o qualche altra anomalia («c’è sempre una prima volta» erano soliti dire in tono lugubre i nostri vecchi medici di famiglia), ma non fu questo il caso.

Piuttosto, invece di pronunciare qualche probabile sentenza a livello ginecologico, la dottoressa Hay mi chiese soltanto se “quella cosa” sulla gamba mi desse fastidio.

«Quale cosa?» Allungai il collo e vidi che stava osservando la macchia marrone sulla mia gamba. «Oh, quella», cominciai, ma mi fermai, perché sotto il forte fascio di luce della sua lampada, la macchia appariva diversa. Sembrava alterata, non era più liscia e contenuta, ma con un’irritata chiazza purpurea che premeva dal centro verso l’alto, come se tentasse di aprirsi un varco nella pelle. Non avevo mai visto nulla di simile, anche se, assurdamente, mi richiamò alla mente l’immagine di un mio recente sogno nel quale due grandi lastroni di pietra erano sospinti verso l’alto da una qualche misteriosa, oscura forza che scaturiva dalla terra sottostante. Quando la macchia aveva cominciato a cambiare? Perché non me ne ero accorta prima? O, magari, inconsciamente, avevo scelto di non notarla?

«Le fa mai male o sanguina?» domandò.

«No, mai. Cosa può essere?»

«Non lo so. Ma se io avessi qualcosa di simile sulla gamba, andrei immediatamente a farmi visitare da uno specialista della pelle.»

«Bene» dissi. «Dal momento che lei lo farebbe, lo farò anch’io.»

Mi vestii, sconcertata da questa improvvisa svolta.

La dottoressa Hay stava già scrivendo una nota per il Dr. Colville, l’eminente dermatologo che lei conosceva bene. «E molto esperto, insegna ai giovani medici», aggiunse e mi consigliò di andare da lui quanto prima. Mentre ci congedavamo sembrava più coinvolta di me. Uscendo dal suo studio continuai a fissarmi la gamba destra e la sua macchia, non più familiare. Poteva trattarsi di un’ulcera, mi domandai, non sapendo nemmeno quale aspetto avesse. Mi sentivo sicura del fatto che non si trattasse di qualcosa di preoccupante, così mi affrettai ad andare in ufficio per completare la sceneggiatura del programma di Natale.

Il dottor Colville, l’eminente dermatologo, mi vide quattro giorni dopo. Era un uomo alto, elegante, sulla sessantina inoltrata, indossava un abito d’alta sartoria, una ricca cravatta di seta e scarpe lucide. Quando mi accomodai nel suo studio, stava appoggiato ad un antico stipo, nell’atteggiamento di un brillante attore che recita il ruolo di un brillante medico. Infatti, quello che maggiormente mi colpi, oltre alla perfezione del suo abbigliamento, fu la sua antiquata aria teatrale. il modo in cui sorrideva e avanzava, con brevi, rapidi e oscillanti movimenti, gesticolando e invitandomi a sedere nel mentre alzava le braccia, mi fece pensare che, all’improvviso, potesse entrare in una sequenza di canto e danza, impersonando la versione Harley Street del defunto Maurice Chevalier. Mi chiedevo quale genere di personaggio potesse proiettare nella corsia di un normale ospedale.

La lettera

Lesse la lettera della dottoressa Hay. «E una brava ragazza» disse, guardandomi con gli occhi socchiusi, come se mi fossi materializzata dal nulla; poi mi chiese di mostrargli la gamba. Anche in questo caso, il fascio di luce che usò era estremamente forte, durò pochi secondi, che furono però sufficienti per fargli pronunciare le seguenti parole «questa deve essere asportata.»

«Perché?»

«Perché nel giro di due o tre anni potrebbe causarle molte noie. Meglio liberarsene ora e vivere felice e contenta. Cosa ha intenzione di fare per Natale?»

«Niente di speciale.»

«Bene, allora opereremo a Natale. È comunque un periodo particolare. E lei potrà fare la convalescenza nel nuovo anno, d’accordo?»

«Un momento» dissi. Di cosa stava parlando? Fare la convalescenza, ma quale genere di grossa operazione aveva in mente? Mi sentivo come se fossi caduta di fronte ad un grande aspirapolvere che mi stava risucchiando nella sua buia profondità; impossibile resistervi.

Smettila di fare pressione, pensai tra me e me, che fretta c’è?

«Un attimo... Certamente non può essere così urgente?»

«Le consiglio di farsi operare per Natale» disse il dottor Colville, con il tono importante della sua voce, un tono da “Dio che si rivolge ad un piccolo essere ignorante”, poi rimase in silenzio, come per dimostrare che non ci fosse altro da dire. Così decisi di prendere il toro per le corna e feci finalmente la domanda, quella domanda che la mia voce interiore aveva fatto alcune volte, in passato.

«E melanoma?» Domandai con aria quasi indifferente.

«Naturalmente, certo che si tratta di melanoma.» Stava precisando qualcosa di ovvio, stava rispondendo ad una sciocca domanda da bambini. Poi, sollevò le sopracciglia. «Come fa ad essere informata sul melanoma? Ha per caso una formazione medica?»

«No, ma sono stata reporter e nel mio lavoro sono venuta a contatto con molto materiale di varia natura.» Non permisi al suo verdetto di penetrarmi fino in fondo, almeno per quel momento. Mi resi conto che era seccato con se stesso, per il fatto di essere caduto nella mia trappola, ma mantenne il controllo e si appoggiò allo schienale della sedia.

«Ha mai vissuto ai tropici? La gente di pelle chiara spesso si ammala di melanoma per effetto dell’eccessiva esposizione alla luce solare. In Australia e in Nuova Zelanda, le probabilità di contrarre questa malattia sarebbero per lei molto alte. Così pure in Africa.»

«Non sono mai stata in Australia, nemmeno in Nuova Zelanda e il solo tempo che ho passato in Africa, è stato quando visitai Khartoum dove durante il mio soggiorno il cielo era costantemente coperto, inoltre mi spostavo da un edificio dotato di aria condizionata all’altro. E, nemmeno le vacanze che ho trascorso in Grecia nei mesi di maggio-settembre possono essere classificate come vacanze tropicali, vero? Inoltre non mi espongo per ore al sole, se posso evitarlo. Lo trovo di una noia mortale.»

«Bene, allora sicuramente il suo melanoma non è stato causato da un’eccessiva esposizione al sole, per il resto non sappiamo a cos’altro attribuirne la causa. Ma, se preso in tempo, non c’è niente di cui preoccuparsi. Mi lasci controllare un’ultima cosa» disse, venendo verso di me. «Mi scusi se le sembro invadente...» e, con circospezione mi sollevò la gonna ed esplorò il mio inguine destro con un movimento che trovai sconcertante. «Bene» disse guardandomi dalla sua grande altezza. Non avevo alcuna idea di cosa stesse succedendo.

«L’angioma pigmentato - così si chiama la sua macchia marrone - verrà tolto, e le sarà praticata un’ampia asportazione sulla gamba destra della misura di 20 cm per 10. Poi le verrà innestata una parte di pelle, prelevata dalla sua gamba sinistra, in modo da chiudere la cavità che si sarà formata.»

«Ma è un’area enorme da asportare!» ansimai.

«Perché deve essere così estesa?»

«Per prevenire ulteriori problemi. Per avere la certezza che niente rimanga di ciò che non deve rimanere. Se asportassimo solamente il pezzetto che circonda il punto critico, nel giro di qualche anno, lei potrebbe avere qualcosa di molto peggio e si arrabbierebbe con noi. E, avrebbe perfettamente ragione.»

Con gli occhi della mente riuscivo a immaginare la mia gamba destra configurata come se fosse una mappa. La macchia marrone era il centro della zona di pericolo, la quale si estendeva in maniera irregolare su a nord, verso il ginocchio e giù a sud, verso la caviglia e l’intera area era coperta di piccole, imprecise linee immaginarie che stavano ad indicare la forza di diffusione del melanoma, se di questo si trattava. Ma come poteva sapere, questo raffinato uomo di mezza età, dopo aver dato solo una rapida occhiata, che si trattava proprio di melanoma? Come? Probabilmente avendo passato gran parte della sua vita a guardare problemi come il mio. Nel qual caso sapeva bene come le cellule maligne avrebbero potuto spostarsi lontano dal focolaio. Era tutto piuttosto logico. Ma anche così, ciascuna parte di me, corpo, mente-emozioni, e sistema nervoso — si sentiva irrigidita e indecisa se combattere o fuggire; perché il dottor Colville stava prescrivendo una violenza chirurgica contro l’integrità del mio fisico, per eliminare un problema che, a stento, sapevo di avere. Mi sentivo fredda dentro e fuori e leggermente traumatizzata.

«Conosce un buon chirurgo?» domandò. «No? Bene ho proprio la persona giusta per lei. Particolarmente abile nei trapianti di pelle e dotato di grande esperienza.» Dal cassetto della scrivania tirò fuori un biglietto da visita e me lo porse. «Ecco. Vada e prenda immediatamente un appuntamento. Lo studio del professor Lennox è proprio dietro l’angolo.»

«Spiacente» dissi, «devo proprio tornare in ufficio, ora. Telefonerò più tardi alla segretaria del dottor Lennox.»

«No, voglio che ci faccia un salto ora. Procedere per via telefonica potrebbe far passare troppo tempo.»

La sua insistenza mi irritava. Il mio credo nel principio che nulla potesse essere imposto finché non venisse dimostrato, esigeva che non dovessi essere costretta a fare qualcosa, senza che prima me ne venisse fornita una ragione bella e buona. «Certamente non può essere così impellente» dissi. «Sicuramente, qualsiasi cosa abbia, non può essere grave a tal punto da dovermi buttare a capofitto su un intervento chirurgico. Non è necessaria tutta questa fretta, visto che questa macchia, dopotutto, non mi impedisce di mangiare o respirare, non le pare?» Non rispose. «Lei per caso sta dicendo che se non affronto questa cosa immediatamente, morirò?»

«Noi tutti moriremo, cara signora» disse. «Scherzi a parte, sia ragionevole e non rimandi il suo appuntamento con il dottor Lennox. E una persona molto occupata, ed è probabile che non possa vederla subito.»

«E mi dica, qual è il suo parere su questa macchia, allora?» domandai, indicando una larga, irregolare chiazza marrone sulla guancia sinistra, vicino all’orecchio, che mi aveva dato molto fastidio, semplicemente per una questione di pura vanità. «Anche questa deve essere asportata?»

Fece scorrere le punte delle dita sulla chiazza. «Cielo, no, questa è una normale macchia dovuta all’età. Dico sempre ai miei studenti di esaminare bene il tessuto. Se lo sentono vellutato, allora si tratta di normali macchie di vecchiaia. L’unico problema è che non si possono eliminare.»

«Neppure con creme speciali?»

«Al contrario, soprattutto se si usano creme speciali. Una volta apparse, rimangono per sempre.»

L’udienza era conclusa. Ero contenta di salutare il dottor Colville, e ancor più contenta di lasciare il suo studio nel grande edificio di Harley Street, che era un vero e proprio alveare di studi medici, uffici amministrativi e chissà cos’altro ancora. Avendo vissuto gran parte della mia vita senza bisogno di cure mediche, provavo ora una viva avversione nei confronti dell’atmosfera che si respirava all’interno dell’afFollato alveare che mi apprestavo a lasciare. Inoltre, mi rendevo conto di quanto non mi piacesse il dottor Colville. Con la sua affrettata diagnosi, che tra l’altro avevo il sospetto essere errata e, con il suo incalzante riferimento alla chirurgia, aveva cambiato il sapore della mia esistenza - dalla salute al probabile cancro - e condizionato il mio immediato futuro, ma sorprendentemente, tutto questo era avvenuto senza creare con me il ben che minimo contatto umano. Aveva parlato rivolgendosi a me, ma non con me, nemmeno per un attimo...continua

Questo testo è estratto dal libro "Tempo di Guarire".

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