Tocco Pranico - Mario Papadia
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Tocco Pranico - Anteprima del libro di Mario Papadia

E counseling bioenergetico

L'uomo e le sue mani

Homo sapiens ha saputo fabbricare così tanti e tali manufatti, addomesticare e selezionare animali e piante, costruire forme di comunicazione estremamente complesse quali il linguaggio e l’arte, organizzato varie società e forme sociali, da meritarsi la specificazione sapiens. E tutto questo grazie a degli arti che nessun’altra specie ha potuto sviluppare in forma altrettanto complessa come l’umana; mani che parlano senza pronunciare parola: agli altri, a se stessi; mani che nel dire: “io” indicano il proprio cuore; mani che, secondo un’antica tradizione popolare, hanno scritto nelle palme la storia e il destino dell’individuo; mani che aiutano, percuotono, parlano, indicano. Nessuno ha saputo descrivere l’istante perfetto in cui la più potente sorgente d’energia vitale fa emergere dalla sua inerzia passiva un essere tratto dal fango, come ha fatto Michelangelo rappresentando gli indici delle mani del Creatore e di Adamo, sequenziali tra loro come due poli di potenziale abissalmente diverso nell’istante immediatamente precedente lo scatto della più potente delle scintille.

La mano umana è un utensile molto raffinato, anzi, forse il più raffinato esistente in natura: può stringere o afferrare, lanciare o raccogliere, sostenere o lasciar andare, accarezzare o percuotere, indicare, parlare il linguaggio muto dei movimenti, e talvolta perfino “vedere”. La liberazione della mano dal compito di sostenere il corpo del nostro antenato ominide e l’acquisizione eretta della sua postura furono le condizioni per un’evoluzione epocale del nostro arto: l’opposizione del pollice alle altre dita abilitò la mano a divenire sia organo di azione (la cosiddetta presa di forza) sia organo di senso.

Quest’ultima prestazione, definita presa di precisione, è talmente delicata da richiedere un’attenzione cosciente da parte del cervello che deve impegnarsi a modulare la muscolatura in modo proporzionato all’oggetto con cui si ha a che fare. In tal modo mano e cervello instaurarono un dialogo sempre più stretto e confidenziale: la prima grazie a un’innervazione sempre più ricca di terminazioni e sensibile alla percezione; il secondo attraverso uno sviluppo sempre più vasto e articolato in innumerevoli connessioni neuronali dell’area sensomotoria.

Da parte sua il senso della vista è sempre intervenuto in queste prestazioni per collaborare a che la presa fosse il più possibile rispondente alla delicatezza e alle misure dell’oggetto. Tuttavia con il tempo avviene anche l’opposto: il tatto, per esempio nelle persone non vedenti, acquisisce un’acutezza tale di percezione, da poter quasi affermare che la persona “vede” con le mani; lo stesso fenomeno si può affermare avvenga nei musicisti di professione, che sono in grado di “leggere” la diversa intensità di vibrazione della corda o del tasto dello strumento; non meno evidente è il fenomeno nei massaggiatori professionisti, che sono in grado di percepire le minime tensioni della muscolatura sottostante l’epidermide della persona trattata. Si può dire, insomma, che più tocchiamo più il cervello cambia. Il legame tra i due è così stretto che lo psicologo canadese Ronald Melzack ha ritenuto di aver scoperto che il famoso fenomeno dell’arto fantasma è dovuto al fatto che la corteccia somatosensoriale primaria - a cui arrivano le informazioni sensoriali dalla periferia - è andata incontro a fenomeni di radicale riorganizzazione quando lo stimolo periferico è scomparso. In sostanza, qualcosa cambia a livello cerebrale quando il corpo subisce una modificazione importante.

Che cosa è dunque avvenuto durante l’evoluzione di Homo sapiens? Tutte le attività di cui la mano è capace richiedono un alto livello meccanico e dinamico collegato con le sofisticate capacità analitiche e coordinatrici dell’area sensomotoria neocorticale del cervello. La raffinata sensibilità del nostro arto superiore ci permette di ottenere informazioni riguardanti la consistenza e il contorno delle superfici, ci avverte della presenza di forti sbalzi termici e ci difende dalle collisioni. Tutte queste funzioni sensoriali e motorie richiedono una notevole rappresentazione all’interno della corteccia celebrale: «Membro fisiologicamente e tecnologicamente rivoluzionario agli inizi della storia della nostra specie, la mano, oggi alquanto superata dalle invenzioni che essa da principio permise, rimane per l’uomo il simbolo della sua libertà individuale, anche se fu ed è ancora uno dei fattori del suo asservimento.»

È stata quindi la concomitante evoluzione della mano e del cervello a portare l’uomo in una posizione dominante all’interno del panorama del mondo animale. Grazie a un continuo processo ascendente di causa ed effetto si perfezionarono, durante centinaia di millenni, i tre attributi fisiologici che distinguono l’uomo dagli altri primati: la deambulazione bipede, l’abilità manuale e la complessità cerebrale. Ogni appassionato di pesca all’amo ha sperimentato la sensibilità con cui percepisce le vibrazioni della canna quando il pesce abbocca, anche se di piccole proporzioni e non così in grado di tirare con forza. Al pescatore avviene lo stesso fenomeno che caratterizza la strategia di caccia del ragno: dalla vibrazione della ragnatela comprende quanto grossa sia la preda e a che punto della sua trappola è imbrigliata. Il fatto ci era altrettanto noto quando, da ragazzi, saltavamo alla corda e, pur senza vedere, sapevamo quale era la sua curvatura giusta al momento di toccare terra durante il salto per non farci cadere. È difficile rendere, più efficacemente di quanto abbia fatto la romanziera Antonia Byatt, la nascita di una creazione artigianale dalle mani di un ragazzo: «Venne il giorno in cui Fludd lo invitò a sedersi alla ruota e a modellare un vaso. Centrò per lui il blocco di creta, e Philip ci posò sopra le mani squadrate e umide, e premette nel centro. L’argilla marrone scorreva sulle dita come se anch’esse stessero diventando argilla, liscia e omogenea, o come se fossero argilla che diventava carne con nocche e polpastrelli vivi. Sotto le sue mani, la creta si sollevava trasformandosi in un sottile muro cilindrico, sempre più alto, apparentemente dotata di volontà propria. Roteava con regolarità, rigata dai movimenti delle dita: su, su, poi aH’improvviso ebbe un fremito e vacillò, e la forma si dissolse nell’informe. Philip, senza fiato, rise. Anche Fludd rise, e gli mostrò come dare il tocco finale al bordo, come riconoscere la forma a cui l’argilla aspirava. Disse che molti maestri artigiani non modellavano mai un vaso, limitandosi invece alla decorazione. Philip si domandò come potessero rinunciare a sentire l’argilla. Fludd disse che Philip aveva mani da vasaio.»

Rick Joy è un signore ultrasessantenne sordocieco, il cui unico modo di capire ciò che gli si dice è quello di farsi supportare dal Tadorna, metodo di lettura tattile dei movimenti delle labbra del parlante. I metodi per insegnare il Tadorna ai sordociechi sono diversi. Di solito, si suggerisce allo studente di porre un pollice in verticale sulle labbra del parlante, per percepire i movimenti di entrambe le labbra. Questa posizione consente anche di percepire l’effetto tattile delle esplosioni d’aria prodotte dalla pronuncia di consonanti sorde come la “p” o la “t”. Spesso l’indice viene collocato sulla parte inferiore della guancia del parlante, per sentire sia i movimenti della mascella sia i brevi e impercettibili gonfiori della guancia che accompagnano alcune consonanti. Le restanti tre dita vengono poste di fianco alle corde vocali, per cogliere le vibrazioni dovute a vocali e consonanti sonore, come la “b”, la “cl” e la “g”. Gli utilizzatori esperti del Tadorna spesso modificano questa tecnica secondo le dimensioni della mano e altre considerazioni. Rick Joy ritiene di poter capire altrettanto bene mettendo il dito su un solo labbro, poiché ha riscontrato che in tal modo alcuni parlanti si sentono più a loro agio.

D’altro canto possiamo tutti sperimentare la finezza della propensione alla lettura delle nostre dita. Ciò è evidente soprattutto per quanto riguarda i volti. Chiudiamo gli occhi e chiediamo a una persona di nostra conoscenza di poterne esplorare il volto allo scopo di stabilire se stia ridendo, piangendo, esprimendo meraviglia ecc. Il cervello usa aree corticali correlate per la vista e per il tatto quando deve riconoscere l’identità dei volti e le loro variazioni facciali. A riprova gli studi sulle lesioni cerebrali. A un individuo affetto da prosopagnosia a seguito di una lesione cerebrale è stato chiesto di esplorare un viso familiare con il tatto. Il paziente ha trovato il compito quasi impossibile perché la lesione condizionava la sua capacità di riconoscere i volti sia con la vista sia con il tatto.

In conclusione è indubitabile l’estrema sensibilità della nostra mano e i privilegi neuronali di cui godono i polpastrelli delle dita, attraverso i quali soprattutto si verifica la sua prestazione. Scrive a questo proposito lo psicologo Lawrence Rosenblum: «La pratica immaginaria, come quella reale, può modificare il cervello. Se tra voi c’è qualche esperto di lai chi, ci sono buone possibilità che abbia già impiegato l’immaginazione per migliorare la propria sensibilità tattile. Arte marziale di solito impiegata per la meditazione, il tai chi implica movimenti lenti e controllati di braccia, mani, gambe e torso, che non prevedono il contatto con un’altra persona né (di solito) con il proprio corpo. Tuttavia, i veri esperti di tai chi incanalano notevoli energie mentali nella concentrazione sulle mani e, in particolare, sulla punta delle dita, una pratica che si ritiene aiuti a concentrarsi su tutto il corpo, dal centro alle estremità.»

Anche il toccopranico è un’arte in cui il contatto ha un’importanza secondaria, tanto è vero che alcuni operatori compiono il loro intervento senza mai toccare il ricevente. Dove sta quindi il collegamento con il discorso fatto sinora? Se quanto detto nei capitoli precedenti è accettabile per il lettore di questo libro appare evidente che il contatto fisico corpo-corpo, diretto o mediato (come nella lenza o nel salto della corda) non è l’unico contatto possibile. Abbiamo imparato a comprendere che anche il campo della persona vivente è una realtà, e come tale percepibile dal nostro sistema nervoso centrale attraverso la punta delle dita.

Si è colpiti dal fenomeno, oggi comune, per cui tanti nostri contemporanei tentano di evadere dall’anonimato del rapporto con la meccanica, cercando un rifugio, forse illusorio, spesso liberatorio, in un tipo di relazione di contatto che vede direttamente coinvolta la dimensione homo faber, una ricerca dell’età dell’oro perduta, un utopico ritorno a una libertà sognata di una felice comunità primitiva di cui diventa simbolo il “fare tutto a mano”. Le mani, arti delle certezze e delle servitù materiali, sono in pari misura il sostegno del sogno del ritorno alla natura. A dispetto dello scetticismo della società tecnologica, L'imposizione delle mani si è saputa costruire un sistema integrale fondato sull'artigianato della conoscenza, della relazione, della cura e del cammino spirituale.

Il senso emotivo delle carezze

Con leggerezza una mano sfiora la pelle del viso. E quel tocco si trasforma in una vibrazione piacevole che raggiunge il cervello e da lì si diffonde forse alla mano del ricevente, stimolato a restituire il gesto affettuoso. Nel 2009 un gruppo di neuroscienziati dell’azienda britannica Unilever, in collaborazione con l’Università svedese di Goteborg e l’Università americana del Nord Carolina hanno dimostrato che uno speciale gruppo di fibre nervose, non mielinizzate, dette C Tattili (CT), consente al cervello di percepire il piacere derivante dalle carezze, ma non un piacere qualsiasi, bensì legato al carico di affetto che esse portano. La sensazione, poi, non finisce nell’area sensomotoria ma raggiunge i neuroni della corteccia insulare, regione cerebrale coinvolta nell’emotività, e da lì si diffonde alla neocorteccia alla quale spetta il compito di fame un’elaborazione cognitiva.

Secondo gli sperimentatori, perché gli sfioramenti siano percepiti come carezze, è necessaria una velocità di contatto di 4-5 centimetri al secondo. Ma non tutta la superficie della pelle è programmata a leggere lo sfioramento come carezza. L’evoluzione ha determinato che avvenga non su tutto il corpo, ma solo sulle parti adatte a ricevere carezze, dove non si creano interferenze percettive, per esempio sulla guancia o sulla punta delle dita, ma non sul palmo della mano, dove rischiano di essere sentite come solletico; e difatti il palmo deve fare ben altro lavoro.

Le fibre CT mediano di per sé le relazioni affettive tra genitori e figli, tra partner o in situazioni di intimità e amicizia. Appartengono quindi all’ambito della comunicazione sociale, ma non di una comunicazione qualsiasi. È anche necessaria una consapevolezza psicologica di simpatia reciproca, altrimenti anche la carezza di uno stupratore procurerebbe piacere. La carezza è, infatti, uno dei segnali sociali più potenti dal punto di vista emozionale. Ecco perché non è un tocco qualsiasi che causa una sensazione di benessere e perché siamo disposti a dedicare del tempo al massaggio, procurato personalmente o da altra persona, a scopo di cura di noi stessi.

Le mani che curano

Il massaggio è un procedimento terapeutico e igienico, utilizzato presso i popoli antichi già in età molto remote. Gli scritti della medicina ayurvedica ne sottolineavano l’importanza curativa e veniva usato anche per applicare sulla pelle del paziente i principi fitoterapici utili alla soluzione della patologia. Nella civiltà romana, invece, era la tecnica elettiva abbinata alla pratica termale per ottimizzare lo stato di benessere dopo l’attività fisica o dopo il bagno in piscina, allo scopo di decontrarre le masse muscolari.

La massoterapia oggi in uso prevede una serie di tecniche funzionali al tipo di effetto terapeutico che si vuole ottenere: sfioramenti con i polpastrelli per stimolare reazioni sensitive; digitopressioni sulle aree utilizzate nell’agopuntura per produrre reazioni riflesse; frizioni, per sollecitare la microcircolazione arteriosa e favorire l’ossigenazione dei tessuti; impastamenti per manovrare masse muscolari. Il linfa-drenaggio interviene sul sistema linfatico con lievi pressioni sulle stazioni linfonodali per ottenerne lo svuotamento e favorire il formarsi di vuoti dove spostare i liquidi convogliati e con movimenti circolari per assecondarne il riassorbimento. Lo shiatsu opera attraverso la compressione operata tramite il polpastrello di un dito in punti corrispondenti a quelli dell’agopuntura, procurando il miglioramento funzionale di organi e apparati e il rilassamento psicologico con sedazione.

Più sofisticato, e mediato da strumenti di grande precisione, è il lavoro delle mani dei chirurghi. Anche la chirurgia ha origini remote, non quanto quelle dei massaggi chiaramente, ma comunque in tempi assai lontani dall’oggi, in cui questa pratica ha raggiunto livelli molto alti di tecnologia. Se ne ha testimonianza verso il 3000 a.C. in Mesopotamia; in Egitto era usata per circoncidere, cauterizzare, rimuovere la cataratta; in India per interventi di rinoplastica. In Grecia ne parla Ippocrate, nel suo Corpus Hippocraticum, che descrive i numerosi strumenti in uso e gli interventi nei casi di fratture; in Roma ne parla Celso nella sua De re medica dove descrive tra l’altro il trattamento degli ascessi, un metodo di plastica cutanea con scorrimento dei lembi (metodo autoplastico), ed elenca precetti per la sutura delle ferite profonde dell’addome. Fra le cure orientali va menzionata l’indiana, per un metodo di autoplastica con lembo cutaneo ricavato dalla regione frontale. Non c’è nemmeno bisogno di soffermarsi sulla chirurgia contemporanea protagonista di straordinari progressi con le tecniche dei trapianti, della endoscopica e della microchirurgia.

Mani che parlano e ragionano

È noto che fra gli umani la comunicazione è verbale e non verbale; e quest’ultima si affida molto alla gestualità, principalmente delle mani. Quando approfondiremo la pratica del tocco pranico dovremo soffermarci sulla sua gestualità, per scoprire che essa non va vista solo sotto l’aspetto della meccanica del movimento. I gesti rappresentano anche significati simbolici di cui è necessario tener conto se si vuole comprendere il discorso dell’interlocutore. Si dice comunemente che la comunicazione umana è rappresentata per il 7% da parole, per il 38% dalle tonalità e dal volume sonoro che si usano nel discorso, per il 55% da un complesso di apporto fisiologico formato da posture, gestualità, respiro e sospiri, battiti di palpebre, mimica facciale.

Le parole trasmettono segnali digitali, espressi chiaramente e senza bisogno di seconda lettura; i gesti comunicano segnali analogici che di norma richiedono una decrittazione. Alcuni gesti sono uguali in tutto il mondo e sembrerebbero perciò innati, ad esempio indicare se stessi per parlare di sé; molti altri sono legati alle singole culture e quindi un medesimo gesto potrebbe avere in diversi contesti diverso significato. Il fatto di veicolare la comunicazione per via analogica e simbolica espone il linguaggio gestuale all’errore di comprensione e di interpretazione. Uno stesso gesto, per esempio sollevare la mano per salutare, può tuttavia avere significati opposti o se non altro diversi, sicché occorre tener conto del contesto per coglierne appieno il contenuto comunicativo.

Esistono gesti involontari, che veicolano un’emozione incontrollabile e che l’interlocutore coglie al volo; in questo caso si parla di gesti espressivi. I volontari, invece, sono usati per il loro preciso significato, che si intende volutamente comunicare e che talvolta amplifica comunicazioni troppo complesse per essere racchiuse in un discorso immediato; vengono perciò detti gesti illustratori. Si usa catalogare questi ultimi in diverse categorie: mimetici, se si mima un’azione, come bere o mangiare; deittici, quando hanno lo scopo di indicare qualcuno o qualcosa; metaforici, che traducono un concetto astratto, come l’oscillare avanti e dietro la mano posta a coppa, per indicare che qualcuno è matto; e infine il vero e proprio gesticolare con cui si accompagnano ritualmente i discorsi e se ne rafforza l’intensità soprattutto quando si usano analogie e metafore.

La gestualità più interessante, a mio parere, perché in qualche modo ha contribuito a programmare circuiti neuronali della nostra mente verso la visione decimale, è stata la rappresentazione dei numeri attraverso l’ostensione o il nascondimento delle dita: ogni dito una unità. In altre parole la cosiddetta “indigitazione” ha veicolato la primitiva matematica, soprattutto mediterranea, verso il sistema quinario. Dai Romani, per i quali la “V”, il loro segno per indicare il numero 5, sarebbe il rimasuglio della mano aperta; ai Greci, per i quali il vocabolo “enumerare” racchiude il concetto “scorrere attraverso cinque;”45 a lingue originarie delle popolazioni amerinde e africane in cui 5 e mano sono sinonimi.

All’inizio di questo capitolo accennavo all’antica pratica della chiromanzia,46 che afferma di essere in grado di indovinare la storia, i sentimenti e il destino di una persona, mediante l’esame della forma della mano e delle linee del palmo. Era nota ai Greci, come ci fanno sapere i filosofi Aristotele e Anassagora, ai Romani, ai Cinesi e agli Indiani. Ha avuto i suoi alti e bassi di fortuna; la onorarono nei loro scritti Paracelso e Cardano.

La mano presa in considerazione è quella meno abile, quindi la sinistra per i destrorsi e viceversa, perché meno usurata dall’impiego quotidiano. Al cuore, alla testa, alla vita e alla fortuna sono state assegnate delle linee del palmo che rivelerebbero delle caratteristiche caratteriali; le gibbosità tipiche del palmo, denominate “monte”, indicherebbero possibili eventi. Al di là della validità di questa esplorazione che attribuisce significati simbolici alla morfologia della mano, resta il dato di fatto della forte attrazione psicologica che questo nostro arto desta in noi.

Perfino il costume dell’antropofagia, praticato da alcune popolazioni primitive, riserva alle mani una particolare attenzione. Scrive James Frazer, il massimo antropologo: «Nel Tonga, era credenza diffusa che, chiunque mangiasse con le mani dopo aver toccato la sacra persona di un alto capo o un qualsiasi oggetto di sua appartenenza, si sarebbe gonfiato e sarebbe morto; la santità del capo infatti infettava, come un veleno virulento, la mano del subalterno e, passando dalle mani al cibo, si dimostrava fatale per colui che lo mangiava. Un plebeo che fosse incorso in quel pericolo, poteva disinfettarsi con un apposito rituale, che consisteva nel toccare la pianta del piede di un capo col dorso e il palmo di ciascuna mano, sciacquandosi poi le mani con acqua. [...] Dal momento che i Tongani credevano che la scrofolosi fosse una conseguenza dell’aver mangiato con mani tabù, possiamo supporre che, chi ne era affetto, ricorresse spesso al tocco o alla pressione del piede regale come cura. L’analogia di questa usanza con l’antico costume inglese di condurre gli scrofolosi dal re perché li guarisse col suo tocco, è abbastanza evidente; e, come ho sottolineato altrove, potrebbe darsi che il nome “morbo del re”, che i nostri remoti antenati davano alla scrofola, nascesse, come per gli abitanti di Tonga, dalla convinzione che la malattia fosse sia provocata che curata dal contatto con la divina maestà dei sovrani.»

Mani che creano e costruiscono

Non è questo il luogo per dilungarsi sulla “manifattura”, termine con il quale la rivoluzione industriale, fin dal suo sorgere, ha voluto denominare il processo di produzione rivolto alla creazione in serie di beni di consumo e di beni di investimento destinati al mercato, nonostante che anche Tartigianato richieda l’uso delle mani. In realtà si parlò di “rivoluzione industriale” perché la produzione fu affidata principalmente alle macchine e sottratta all’artigiano; ma l’introduzione di macchine automatiche per paradosso sembrò esaltare il ruolo delle mani dapprima come loro guida e controllo e poi come loro modello. Nel nostro tempo, soprattutto dove prevale l’innovazione, sembra che in qualche modo il ruolo delle macchine sia andato regredendo, per tornare a un rapporto più intrinseco tra ricerca intellettiva, progettazione e produzione. Le mani, magari mediate dalla tastiera o dalla tecnologia digitale, si sono riappropriate del loro ruolo. E viene a proposito, quindi, una riflessione di Leonardo che nel Codice Urbinate (§ 33), a proposito della pittura scrive che la pittura «è prima nella mente del suo speculatore, e non può pervenire alla sua perfezione senza la manuale operazione.»

Questo testo è estratto dal libro "Tocco Pranico".

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