Tu Menti! - Marwan Méry
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Tu Menti! - Anteprima del libro di Marwan Méry

La guida definitiva per scoprire le menzogne, evitare le truffe e smascherare i bugiardi

«Men occasionally stumble over the truth, but most of them pick themselves up and hurry off as if nothing ever happened»
Winston Churchill

Tutti noi mentiamo, è così, che lo si ammetta o no. Certo, la portata e l’entità delle menzogne possono variare, ma mentire è un evento quotidiano, qualunque sia la nostra cultura, la nostra religione, la nostra educazione, il nostro sesso, la nostra età o il nostro contesto socio-culturale.

I giapponesi non evitano forse la verità quando devono dar conto di una catastrofe nucleare? Un giovane aborigeno, perdutamente innamorato di una donna di una tribù vicina e nemica, non dissimula i suoi sentimenti quando suo padre lo interroga in proposito?

Un prete, preoccupato di preservare l’unità del suo gregge, non è forse costretto a minimizzare certi avvenimenti particolarmente delicati? Un bambino non simula forse la tristezza per ottenere un giocattolo? Esiste un uomo o una donna che siano immuni dalla menzogna? È interessante constatare che la menzogna non conosce né limiti né frontiere. Fin dalla più remota antichità, come un fluido informe e intangibile si intrufola in tutte le interazioni sociali. Tutte le civiltà hanno messo in moto i loro “apparati menzogneri” per raggiungere il potere, rovesciare capi di Stato o unire gli uomini attorno a un’idea comune.

Il suo uso dipende dalle circostanze, dalle persone o dal contesto, ma soprattutto dall’obiettivo personale. La menzogna è affascinante, perché polarizzante. Disgiunge le opinioni in nome dell’etica. A volte si ammanta di benevolenza, quando serve un interesse superiore o una “nobile” causa, come la difesa di centinaia di vite. Al contrario, può essere additata quando nuoce volontariamente gli altri o serve interessi troppo personali. Al di là di ogni considerazione filosofica, la menzogna fa semplicemente parte della nostra vita, in quanto è uno strumento di sopravvivenza.

La menzogna che cos'è?

La menzogna non si contrappone alla morale:

La letteratura scientifica ha ampiamente esplorato il tema della menzogna e diversi lavori hanno proposto definizioni più o meno pertinenti. Prima di tutto è importante depurare la menzogna da ogni nozione moralizzante. Sarebbe impossibile associare alla menzogna la morale, la quale si basa sulla distinzione tra valori manichei (giusto/ingiusto, bene/male), senza fare appello a un partito preso. Noi strutturiamo tutta la realtà in funzione della nostra percezione. Ciò che è male per alcuni, non lo è necessariamente per altri. Allo stesso modo, ciò che per alcuni può sembrare logico è, a volte, illogico per altri. Non è quindi logico concludere che la menzogna si contrappone alla morale.

Questione di intenti:

L’altro elemento da prendere in considerazione è l’intenzione, cioè quello che muove un individuo prima di passare all’azione. È giusto definire bugiardo qualcuno che mente senza saperlo? Vostro figlio rientra da scuola, posa lo zaino e vi racconta la sua giornata. Durante la discussione afferma con fierezza di avere imparato il nome dei quattro presidenti raffigurati sul monte Rushmore: George Washington, Thomas Jefferson, Théodore Roosevelt e Benjamin Harrison. Gli fate notare che non si tratta di Benjamin Harrison ma di Abraham Lincoln, primo presidente repubblicano. Vostro figlio rimane sulle sue posizioni, si arrabbia, finché vi mostra il quaderno, sul quale è scritto Benjamin Harrison. Telefona a uno dei suoi compagni, il quale conferma di aver preso gli stessi appunti. Risultato: il professore aveva commesso un errore e, di conseguenza, gli alunni trasmettevano, loro malgrado, delle informazioni sbagliate. Mentivano o no? No. Questo aneddoto, che fra parentesi è una storia vera, permette di introdurre un punto fondamentale: l’intenzione. Quando non vi è alcuna intenzione di ingannare l’altro, è sbagliato classificare l’atto come menzogna. Il bambino non poteva immaginare di star comunicando un’informazione falsa, e, sicuramente, il professore non era consapevole del proprio errore. L’informazione è stata semplicemente trasmessa senza modifiche da parte dell’alunno.

È anche necessario considerare il modo in cui ci si pone all’altro. Se vi annunciassi che l’informazione che sto per darvi è falsa, mi qualifichereste come un bugiardo? No di certo. Perché? Perché non ho agito a vostra insaputa. Vi avrei quindi ingannato? No.

E infine, in che misura l’azione esercitata sull’informazione può essere associata a una menzogna?

Alterazione, soppressione o... omissione?

Ritengo esistano tre situazioni precise assimilabili alla menzogna: l’alterazione, la soppressione e l’omissione. Queste tre forme di menzogna sono la traduzione dell’azione dell’uomo sui contenuti dell’informazione. Consideriamo l’esempio seguente: trovo, per strada, un biglietto da 100 euro e uno da 50. Decido di lasciarli delicatamente scivolare nella mia tasca destra. Un minuto più tardi, un uomo affannato mi avvicina e mi domanda se ho trovato dei soldi per terra (senza specificare la somma esatta). In base alla mia decisione di tenermi l’intera somma o solo una parte, ho tre differenti possibilità:

  • l’alterazione: l’informazione è distorta in modi differenti. Il suo contenuto può essere sottovalutato o sopravvalutato o, ancora, modificato, in base ai bisogni della persona e della situazione. In questo caso preciso potrei rispondere: “Ho trovato 50 euro per terra, proprio ora!” (sottovalutazione) Oppure: “Ho trovato 200 euro” (sopravalutazione), o ancora: “Ho appena trovato un biglietto per un concerto” (modificazione);
  • la soppressione: la verità è immediatamente annichilita, spesso nella speranza di evitare la giustificazione. La menzogna è breve e diretta. Nel nostro esempio potrei adottare la risposta seguente: “No, mi dispiace, non ho trovato nulla”;
  • l’omissione: un’altra tecnica spesso usata dai bugiardi in quanto difficilmente smascherabile, consiste nel fornire un’informazione vera ma volontariamente parziale. L’informazione non è né alterata né soppressa, ma semplicemente frammentata, come un dolce tagliato in più parti. Questo permette alla persona di servirsi solo della parte utile. Questo metodo è molto proficuo, tant’è che il bugiardo ottiene spesso la fiducia dell’altro per la sua “buona azione”. Torniamo all’esempio che ci riguarda: “Ah sono suoi? Ho appena trovato 50 euro.” Guadagno netto dell’operazione: 100 euro. Qualunque sia il metodo utilizzato, l’intenzione è di ingannare l’altro, omettendo una parte dell’informazione.

Menzogna e verità

Sulla base di questi elementi, propongo la seguente definizione, che, nel corso dell’intero libro, ci servirà come punto di partenza per avvicinarci alla nozione di menzogna.

Definita la menzogna, è necessario delimitare i confini del termine “verità”, al fine di evitare confusioni che potrebbero alimentare inutili dibattiti.

Sebbene questi concetti siano contrastanti, in alcune circostanze il confine che li divide è abbastanza labile.

Siete testimoni di un crimine; improvvisamente un uomo viene ucciso sotto i vostri occhi attoniti e a quelli di altri due passanti. L’autore del crimine fugge rapidamente in una stradina oscura. Durante la vostra deposizione indicate al poliziotto incaricato dell’inchiesta che l’assassino portava dei baffetti sottili. Questa informazione non sarà confermata dagli altri due testimoni. Questi ultimi, sottolineano che l’assassino aveva gli occhi blu e portava gli occhiali. Voi non confermate questi elementi. Chi mente? Nessuno; com’è possibile allora? Le testimonianze che si riferiscono a un evento, raramente concordano. Semplicemente perché ciascuno struttura la realtà in funzione della propria percezione, e la polizia ne è perfettamente consapevole.

Ognuno dei testimoni ha fornito informazioni al meglio della propria conoscenza e della propria volontà; dati parziali certo, ma complementari.

Viceversa, avremmo parlato di menzogna qualora avesse volontariamente omesso un dettaglio o deformato la realtà. Nel caso specifico, ha estratto dalla sua memoria la totalità degli elementi a sua disposizione e li ha trasmessi senza azioni che potessero alterarne il contenuto.

Si pone allora il problema della conoscenza globale dell’informazione. Ha trasmesso un’informazione nella sua totalità, avendo cura di non omettere alcun dettaglio né di alterare minimamente il suo contenuto, e nonostante questo l’informazione raccolta da un terzo è errata. È l’esempio dello scolaro e del presidente del monte Rushmore. Ha mentito? No, l’informazione era errata alla fonte e lo scolaro era sincero. Ed è ciò che dovremo tenere in mente per definire la verità.

E che dire della memoria volontariamente alterata?

Come vedremo in seguito, la memoria a volte può sbagliare. Un amico vi chiede di comunicargli l’ammontare della somma che vi aveva prestato cinque anni prima. Anche sforzandovi, non ci riuscite, finché una cifra non vi torna in mente, chiara e nitida: 5.300 euro. Il vostro amico vi ringrazia e se ne va. Salvo che la somma che vi aveva prestato all’epoca ammontava esattamente a 5.700 euro. Avete mentito? Contrariamente ai presidenti del monte Rushmore, avevate piena conoscenza dell’informazione (5.700 euro), poiché eravate l’attore principale. Purtroppo un avvenimento endogeno, come per esempio l’invecchiamento o lesioni cerebrali, ha alterato la vostra memoria a vostra insaputa. In questo caso siete stati onesti trasmettendo un’informazione al meglio delle vostre capacità. E di questo terremo conto nella definizione di verità.

Da questi esempi, la volontà appare il prerequisito fondamentale per aprire le porte della verità.

È da questi elementi e principi che traggo la mia definizione di verità.

Perché mentiamo?

Salvo la presenza di una patologia, tutti mentono per una qualche buona ragione!

Altrimenti si sceglierebbe la verità. Perché scegliere il cammino più lungo quando ne abbiamo a disposizione uno più breve e più accessibile? Semplicemente per un interesse, per quanto irrisorio esso possa essere.

La verità è “disponibile” senza ricorrere ad alcun processo cognitivo. È immagazzinata nella nostra memoria e può essere rievocata in qualsiasi momento, senza sforzi particolari (salvo casi specifici, in cui i ricordi sono di vecchia data o si è di fronte a deficit della memoria). Inoltre, è di più semplice ricezione.

La menzogna, al contrario, richiede sforzi proporzionali alla sua entità. Solitamente è più facile cavarsela utilizzando l’omissione, piuttosto che creare una menzogna gigantesca. Alla formulazione dell’“argomento” della menzogna si aggiungono anche altri fattori che appesantiscono il carico cognitivo: mantenere la storia plausibile nel tempo; verificare che l’interlocutore vi aderisca; assicurarsi della congruenza tra la dimensione verbale e quella comportamentale, nascondere la paura di essere smascherato... In breve, è più difficile mentire che dire la verità. Allora per quale ragione mentiamo? Mentiamo prima di tutto con uno scopo, che sia personale o altruistico. Possiamo tentare di classificare le menzogne per tipologia e, in seguito, per sottotipologia, ma sarebbe noioso e privo di senso. Per semplicità possiamo individuare sei ragioni differenti che spingono verso la menzogna.

Mentire per benevolenza

Queste menzogne hanno come minimo comune denominatore la benevolenza. Sono volte a facilitare le relazioni ricorrendo all’uso attento della gentilezza o della lusinga.

Chi le utilizza è animato principalmente da buone intenzioni. Ciò si può tradurre con l’intenzione di proteggere l’altro o di far emergere una sua qualità. Vostra moglie, felicissima all’idea di mostrarvi il suo nuovo abito, lo indossa e chiede il vostro parere. Voi sorridete meglio che potete ed esclamate “Magnifico!” In verità l’abito non vi piace, ma preferite non dire questa verità. La vostra intenzione è di non offendere vostra moglie.

Altro esempio, un po’ più personale: poco tempo fa ero in un ristorante con un amico. Il padrone del locale era stato particolarmente sgradevole, insultando una giovane cameriera visibilmente inesperta. Per due volte era stata sul punto di rovesciare la nostra bottiglia di vino, scusandosi platealmente. Il padrone, a seguito di questa piccola goffaggine, ci prese da una parte esclamando: “Non è possibile! Non vale nulla, vero?” Il mio amico gli rispose: “Va tutto bene signore, non si preoccupi”. La cameriera era di sicuro stata maldestra, ma non meritava un tale trattamento. In quel caso, questa piccola menzogna voleva proteggere la cameriera e calmare gli eccessi del proprietario.

Mentire per comodità

Ci sono delle situazioni nelle quali la menzogna è utilizzata per semplificare il discorso o evitare giustificazioni interminabili. In questo caso state servendo primariamente il vostro interesse in una situazione che giudicate scomoda o imbarazzate.

Immaginate il caso seguente: siete invitati dal vostro datore di lavoro a una serata di gala alla quale parteciperanno persone che non conoscete. Immaginando quanto avreste potuto annoiarvi, declinate l’invito motivando il rifiuto con un precedente impegno già programmato da tempo. In questo caso mentite per il vostro interesse (non partecipare), contrariamente a quanto avrebbe presupposto una menzogna per benevolenza, il cui l’obiettivo primario sarebbe stato assecondare il datore di lavoro.

Mentire per darsi un tono

Questo tipo di menzogna consiste nel valorizzare certe qualità competenze, al fine di abbellire la propria reputazione agli occhi degli altri. L’obiettivo è fare una buona impressione con il proprio interlocutore, ricorrendo a stratagemmi volti ad “abbellire” la realtà.

I giovani innamorati fanno spesso ricorso a questa tecnica; i ragazzi tendono ad amplificare certi aspetti a loro avviso importanti, come il numero delle loro conquiste amorose, il loro stipendio o le loro responsabilità professionali. Le ragazze, invece, preferiscono esagerare quelle qualità apprezzate normalmente dagli uomini, e magari tenderanno a sottostimare il numero delle loro conquiste.

Gli esperti del name dropping che consiste nel citare delle personalità o il nome dei grandi proprietari nel mondo dell’impresa, usano questo tipo di menzogna per elevare il loro status sociale, sperando cosi di ottenerne favori.

Ho incontrato un certo signor X nel 2011 a Nantes, durante una mia conferenza sull’individuazione della menzogna, il quale mi raccontò di conoscere molto bene Michael Jackson. Con il mento leggermente sollevato, il petto gonfio, mi raccontava con grande gioia, senza che io avessi posto domande in merito, di quando si recò “con Michael a Neverland”, il numero delle volte in cui “Michael” (per gli intimi) l’aveva chiamato per chiedergli consigli e via dicendo. Gli domandai allora, quando avesse avuto luogo il loro ultimo incontro. Dopo due secondi di riflessione, occhi bassi, rispose: “Poco tempo prima della sua morte, agosto 2009?” Solo che Michael Jackson morì il 25 giugno 2009. Peccato...

Mentire per ottenere un vantaggio significativo

Certe persone mentono con l’intenzione di ottenere un vantaggio significativo. La motivazione è strettamente personale e generalmente, se l’inganno viene smascherato, le conseguenze sono gravi, talvolta addirittura disastrose. Per “vantaggi” si intende elevarsi al di sopra degli altri, sia cercando una posizione di superiorità, che abbassando quella degli altri. In entrambi i casi il bugiardo otterrà una posizione di maggior prestigio.

In questa tipologia di menzogna il bugiardo può diffondere voci false, inventare di sana pianta titoli di studio prestigiosi, appropriarsi del lavoro altrui o ancora sminuire il valore dei propri collaboratori.

Tuttavia, una volta scoperto l’inganno, la reputazione del bugiardo è generalmente rovinata.

Mentire per evitare le conseguenze

Vostro figlio rientra da scuola, prende la sua merenda e si appresta a fare i compiti, sotto il vostro sguardo benevolo. Apre la cartella e si accorge che l’astuccio è scomparso. Getta un rapido colpo d’occhio nella vostra direzione e dice: “Papà, mi hanno rubato l’astuccio”. Mica scemo! Sa benissimo che ammettere di averlo perduto sarebbe più dannoso per lui che addossare la colpa a qualcun altro. Mente dunque, per proteggersi da un’eventuale punizione. Analogamente un marito inventa una serata con gli amici per raggiunge tranquillamente la sua amante: vuole evitare le conseguenze del fatto.

In tutti questi esempi, le menzogne si caratterizzano da una mancata assunzione di responsabilità. Il ricorso alla menzogna è un palliativo.

Mentire per il piacere di farlo

Questa motivazione è più rara, tuttavia esiste. Alcuni provano semplicemente piacere a ingannare gli altri, per il puro piacere di farlo. Non hanno come scopo il guadagno né la valorizzazione, né l’intenzione di adulare, né altri obiettivi nascosti. Sono persone affette da una patologia e nel loro caso la menzogna è particolarmente difficile da rilevare.

Menzogne banali... o cariche di conseguenze

Quindi, tutti noi siamo animati da una o più motivazioni per mentire.

Sarebbe interessante conoscere il ruolo di ogni tipologia di menzogna nelle nostre relazioni. Purtroppo tale esercizio è impossibile, in quanto vi sono troppi fattori da tenere in considerazione. Tuttavia, possiamo ragionevolmente pensare, senza essere eccessivamente ingenui, che le menzogne formulate a fin di bene o per comodità siano le più numerose, in quanto assicurano l’equilibrio delle relazioni sociali e interpersonali. Cosa diventerebbe il mondo se alla verità, in ogni sua forma, fosse permesso di circolare liberamente?

Le bugie a fin di bene sono indubbiamente le più difficili da individuare, a causa del debole coinvolgimento emotivo di chi le produce e di chi le recepisce. In effetti, in questo tipo di menzogna, è poco importante convincere e perfino essere creduti. Inoltre, dato che le conseguenze per il bugiardo sarebbero assolutamente marginali, se non addirittura accettabili, qualora un giorno fosse scoperto, quest’ultimo agisce con un livello di stress o di paura relativamente debole, se non inesistente.

Si tratta, dunque, di un comportamento caratterizzato da una ridotta valenza emotiva, in quanto presenta un limitato o inesistente scarto di attivazione rispetto a un comportamento veritiero.

In alcuni casi possiamo porre la domanda senza neanche attendere la risposta: “Tutto bene oggi?” La risposta sarà “sì” nel 90% dei casi. La domanda non:è reale e la risposta ha poca importanza. È una convenzione sociale, allo stesso titolo del dire “buongiorno”. D’altra parte chi riceve la domanda, sapendo della sua valenza convenzionale, privilegerà un “sì” per concludere l’interazione. A questo punto, ognuno tornerà alle proprie faccende personali.

Per ovvie ragioni di credibilità e di gestione quotidiana, le menzogne “pericolose” sono meno frequenti di quelle “innocue”. Nonostante ciò, sono significativamente numerose e, spesso, abbiamo la pessima abitudine di sottovalutarle.

Il tornaconto che si può ottenere è uguale alla motivazione, elemento non trascurabile. Queste menzogne sono, di solito, accompagnate dalla paura: paura di assumere e affrontare le conseguenze delle proprie azioni. A eccezione di casi particolari, in queste situazioni il bugiardo sperimenta un livello di stress più elevato di quello di una persona onesta. Un uomo che intrattiene una relazione extraconiugale, a meno che non desideri essere scoperto per porre fine alla propria vita di coppia (strategia a volte impiegata, anche a livello inconscio), sarà preda di sentimenti strettamente legati alla sua infedeltà: paura, vergogna, senso di colpa. Ciò dipenderà dal contesto, dalla sua personalità e dalla storia della sua relazione. Indipendentemente da ciò, il suo comportamento sarà molto più artificioso se paragonato a una menzogna benevola, rendendo più abbordabile l’individuazione della bugia. Ho volontariamente sostituito la parola “facile” con “abbordabile”, in quanto leggere una menzogna non è mai così semplice come si potrebbe pensare.

Questo testo è estratto dal libro "Tu Menti!".

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