Tu Non Sei Dio - A. Colamedici e M. Gancitano - Estratto
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Tu Non Sei Dio - Anteprima del libro di Andrea Colamedici e Maura Gancitano

Fenomenologia della spiritualità contemporanea

Capitolo 1 - La dualità in Occidente

Talvolta veniamo usati come pedine di un gioco che ci supera, e quasi mai ce ne accorgiamo. Nella maggioranza dei casi si tratta di piccoli movimenti di nessuna importanza, ma capita che qualcosa di noi susciti l’interesse del destino, che ci usa per manifestare un’idea di portata generale che cambia gli esiti del gioco.

Deve essere successo qualcosa del genere a René Descartes, filosofo e matematico francese meglio conosciuto come Cartesio, che nel 1637, nel celebre Discorso sul metodo, formulò la teoria secondo cui l’io in quanto pensiero (res cogitami) e il corpo in quanto estensione (res extensa) non sarebbero uniti, ma “mescolati”. Non ci sarebbe una sola sostanza, ma le sostanze sarebbero due: una materiale e una immateriale. Ecco l’origine del dualismo moderno, l’idea che esista una separazione irriducibile all'interno dell’essere umano occidentale, che cerca invano di ricomporre qualcosa che per sua natura non può essere ricomposto.

E come se Cartesio avesse dato voce a una frattura che la nostra società sentiva da secoli, ma che non era ancora riuscita a spiegare fino in fondo. Potremmo far risalire il bisogno ossessivo da parte della nuova spiritualità di ricongiungere corpo e mente, cuore e cervello a questa ferita. Che non nacque con Cartesio, ma molto prima. Hillman imputò la responsabilità di tutto il soggettivismo moderno al dualismo cartesiano che, bandendo l’anima dalla riflessione filosofica, aveva escluso il cogito dal rapporto con la realtà, con il mondo degli uomini e con quello degli Dèi.

La filosofia cartesiana segnò l’avvio di una nuova fase del pensiero occidentale ed ebbe più conseguenze pratiche, sociali e politiche di quanto si creda. Perché sembra che la filosofia non abbia niente di pratico e alcuna conseguenza pubblica, mentre invece muove le scelte delle persone, dei singoli e delle masse.

l’illuminismo

Si potrebbe dire che la nuova spiritualità sia una commistione tra pulsioni diverse, la cui origine si potrebbe rintracciare in due movimenti culturali: Illuminismo e Romanticismo. Invitiamo il lettore a vederli non come fenomeni storici, ma come la manifestazione di due modi di pensare apparentemente opposti.

E come se la ferita originaria, così chiaramente definita da Cartesio, avesse trovato spazio in queste due correnti di pensiero. Come se l’uomo occidentale si fosse convinto di dover scegliere: essere illuminista o essere romantico. Nel tempo, il bisogno di ricomporre la frattura ci ha portati a creare un miscuglio tra queste due istanze, inserendo ingredienti sempre nuovi. Un escamotage dopo l’altro per non vedere che la frattura era ancora sempre lì, e che ciò che si tentava erano sempre nuovi miscugli, mescolanze diverse ma sempre fallimentari.

Per spiegare che cos’è l’Illuminismo non si può che tirare in ballo Immanuel Kant:

L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d’intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! E questo il motto dell'illuminismo.

L’Illuminismo - che comprende il periodo che va dalla conclusione delle guerre di religione del Seicento, o dalla fine della Rivoluzione Inglese del 1688, alla Rivoluzione Francese del 1789 — elaborò una serie di idee forti in tutti i campi del sapere: religione, scienza, filosofia, politica, economia, storiografia, letteratura.

Nasceva dal bisogno di illuminare con la luce della ragione le menti degli uomini occidentali, che potevano finalmente liberarsi dai condizionamenti della superstizione religiosa e da tutto ciò che poteva limitare la loro azione nella vita civile, politica, economica. Il movimento culturale si accompagnò alla crescente egemonia della borghesia commerciale e industriale e segnò la fine delle strutture del mondo feudale.

Tutto ciò che era vecchio e stantio poteva finalmente essere ripulito, tutto il torbido diventava trasparente. Rimaneva solo ciò che c’era di efficace, chiaro, lucido. Gli illuministi desideravano illuminare la mente degli uomini, ottenebrata dall’ignoranza e dalla superstizione, servendosi della critica della ragione e dell’apporto della scienza.

Queste idee rappresentano il patrimonio da cui attingeranno - quasi sempre senza saperlo - i promotori del self help, della programmazione neurolinguistica, della crescita personale e del life coaching. Pensate a frasi come «Se puoi sognarlo, puoi farlo», «Con la potenza della mente puoi ottenere ciò che vuoi», «Conoscendo i modelli di pensiero puoi avere potere sulla realtà». Si tratta indubbiamente della degenerazione e dell’estrema semplificazione di idee che nascono con l’Illuminismo.

Con la differenza che il life coaching e le altre tecniche contemporanee non vogliono allontanare la religiosità e la spiritualità, ma vogliono usare la rivelazione divina e i testi sacri come strumento per ottenere qualcosa a livello pratico.

Il Romanticismo

Negli ultimi anni del Settecento nacque il Romanticismo, il quale pose l’accento su alcuni bisogni dell’uomo occidentale che l’Illuminismo non poteva comprendere, e che aveva escluso dal proprio panorama.

Il modo di pensare romantico aveva a che fare con l’insoddisfazione nei confronti della realtà e con la ricerca della trasfigurazione poetica. Era romantico un modo di sentire, di fare poesia e di vivere che poteva definirsi unicamente per sentimenti e aspirazioni. Per i romantici l’uomo era natura, e ogni forma di razionalismo o intellettualismo era anche una forma di riduzionismo.

Basti pensare all 'intuizione intellettuale di J. G. Fichte, una sorta di processo di trasfigurazione che mostrava il bisogno di un «superamento incessante del limite costituito dalla natura e dalla materia per realizzare una sintesi tra ideale e reale, tra infinito e finito che però i romantici sapevano impossibile o che almeno poteva essere operata soltanto “progressivamente” e mai in modo definitivo».

Il Romanticismo insegnato a scuola appare come una faccenda lontana e fumosa, e lo stesso sembra per la filosofia, come se non avesse niente a che fare con noi. I sistemi filosofici e i movimenti culturali sono nati, al contrario, dalla spinta intellettuale ed emozionale di alcuni individui, ma soprattutto della collettività, a volte anche inconsapevolmente. Così, a più di due secoli di distanza il Romanticismo parla ancora di noi, del nostro bisogno di superare la dualità, di colmare la separazione teorizzata da Cartesio.

I romantici desideravano comprendere l’unità profonda del tutto, e cercavano nella società uno spazio per l’intuizione e il sentimento di dipendenza dall'infinito, che erano stati banditi dagli illuministi perché considerati inutili. Per i romantici, al contrario, soltanto queste istanze avevano un valore autentico, e in questo modo annullarono ogni distinzione sostanziale tra religione naturale e religione positiva, credendo in una rivelazione continua e non facendo distinzione tra vera rivelazione e invenzione personale. In questo senso, per colmare l’assenza creata dall’Illuminismo, i romantici proposero un’idea del mondo ugualmente squilibrata, arrivando a formulare non un’integrazione tra idee diverse, ma un superamento indiscriminato.

Il Romanticismo apriva la strada alla scoperta dell’inconscio e all’analisi psicologica di Freud da una parte, e alle medicine alternative dall’altra. Il sentimento di insoddisfazione proprio dei romantici portava a cercare risposte nei sogni - secondo l’idea che l’uomo si troverebbe più vicino alla comprensione della totalità divina in quello stato, più che durante la veglia - a rimestare nei ricordi e nei simboli. Consapevolmente o no, il romantico desiderava tornare al passato, al mito, e «cercava la tesaurizzazione delle esperienze millenarie della coscienza». Usando un linguaggio junghiano, cercava di accedere all'inconscio collettivo.

Non è un caso che le opere del poeta e pittore visionario William Blake, vissuto a cavallo tra la seconda metà del Settecento e la prima dell’Ottocento, siano citate da esponenti del New Thought o della New Age, che hanno riconosciuto un’identità sostanziale tra le sue esperienze e le loro.

La celebre frase di Blake «Se le porte della percezione fossero purificate, tutto apparirebbe all’uomo come in effetti è, infinito» è diventata simbolo della ricerca sugli stati non ordinari di coscienza, dei viaggi nei mondi interiori, e associata ai racconti di Aldous Huxley sull’uso della mescalina, contenuti nel saggio Le porte della percezione, un dichiarato omaggio al poeta inglese.

Frutto della collaborazione con lo psicologo Humphrey Osmond, si conclude con il manifesto della superiorità dell'estasi rispetto al ragionamento.

Questo testo è estratto dal libro "Tu Non Sei Dio".

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