Tu e il Tuo Medico Interiore - John E. Upledger - Estratto
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Tu e il Tuo Medico Interiore - Anteprima del libro di John E. Upledger

L'esca era gettata

L'esca era gettata

Erano quasi le otto del mattino quando Judy mi chiamò a casa. Sembrava veramente sconvolta, anche se cercava con tutte le forze di apparire calma, però la sua agitazione mi perveniva forte e chiara attraverso il telefono. Generalmente era abbastanza formale, dal che capii che era accaduto qualcosa di grave. Ero il medico di famiglia di Judy e del marito Bill da quasi cinque anni. L’avevo aiutata a partorire suo figlio Frank, due anni fa. La conoscevo bene. Mi stava chiedendo di passare dalla casa dei suoi genitori prima di recarmi all’ospedale, in mattinata: il motivo era che suo padre stava molto male.

Accettai di buon grado, senza fare domande; Judy non me lo avrebbe chiesto se non fosse stato per qualcosa di importante. Addentai qualche toast lungo la strada e mi avviai verso la casa dei genitori di Judy. Era una di quelle offerte speciali, tipiche della Florida negli anni ‘50 a 9.999,99 dollari, vicino ai binari ferroviari. Quando mi fermai di fronte alla casa, Judy e sua madre attendevano fuori, in piedi. Judy faticava a dominarsi. Sua madre era sconvolta; stava piangendo. La sua mano tremò visibilmente, non appena la protese per salutarmi. Entrai in casa: disteso sul pavimento della camera da pranzo giaceva Delbert, il padre di Judy. Era in uno stato di semicoscienza. Per essere più esatti, voleva aprire gli occhi e gemette quando lo scossi. Vomitò una grande quantità di sangue. Tutta la stanza era impregnata del puzzo di vomito e whisky.

Come apparve alla mia vista, la scena dell’uomo in stato di semicoscienza disteso sul pavimento, il vomito pieno di sangue e l’odore di whisky, mi sembrò di avvertire distintamente l’innalzamento dei miei valori di adrenalina. Perché Judy non mi aveva detto che suo padre era un alcolista, che passava molto del suo tempo nell’alzare il gomito? Questo era certamente quello che avevo visto. Mi mostrai leggermente scortese e interrogai Judy e sua madre riguardo l'abitudine di bere di Delbert. Entrambe le donne insistevano nel dire che Delbert non era solito bere whisky. Sostenevano che ne aveva bevuto una piccola quantità solo quella mattina, nella speranza di attenuare il suo dolore allo stomaco. Iniziai a calmarmi. Forse questo non era un caso di alcolismo come tanti altri. Se quello che quelle due donne mi avevano riferito era vero, il whisky era stato la goccia che aveva fatto traboccare il vaso. Delbert doveva aver verosimilmente sofferto di una vasta emorragia ed essere stato sul punto di vomitare; quando ha bevuto un goccio di whisky, tutto il miscuglio era stato rigettato sul pavimento della camera da pranzo. Dopo avere ascoltato la storia che Judy e sua madre mi avevano raccontato, iniziai a sentirmi ancora più meschino per essere stato così rapido a trarre delle conclusioni.

In ogni caso, quello era uno di quei momenti in cui è necessario lasciare rapidamente le emozioni da parte ed agire. Il polso di Delbert era rapido e debole, la sua pressione arteriosa era al minimo. Sembrava avesse perso molto sangue (ma una pinta di sangue ha la brutta abitudine di sembrare un gallone quando lo vomiti sul pavimento di una camera da pranzo...). Aveva la necessità di essere soccorso immediatamente. Sarebbe morto lì, sul pavimento, mentre stavo riflettendo sulla quantità di whisky che aveva ingerito oppure mi abbandonavo ai sensi di colpa per essere giunto ad una conclusione errata.

Per prima cosa chiamai un’ambulanza. Subito dopo ebbi un rapido colloquio con l'ospedale per predisporre il ricovero di Delbert. Questo si verificava nei casi in cui un medico, chiamato a casa di un paziente, poteva ricoverare un paziente senza che fossero state compilate precedenti richieste di ricovero. Una stanza con quattro letti costava circa 50 dollari al giorno. L'ambulanza arrivò in una manciata di minuti, judy salì in ambulanza con suo padre. Guidai per cinque miglia fino all ospedale con la mia auto, mentre la madre di Judy ci seguiva con la loro vecchia Ford. Sulla strada verso l’ospedale considerai tutte le possibili patologie che avrebbero potuto interessare Delbert. E fu davvero poco, se si considera che questo uomo, moribondo e semicosciente, mi avrebbe mostrato qualcosa che avrebbe poi cambiato profondamente la mia vita professionale.

Il tragitto verso l’ospedale venne compiuto in circa dieci minuti. Appena arrivati fu possibile sistemare Delbert su una sedia a rotelle. Si sentiva leggermente meglio, così ci fermammo al reparto radiologia per effettuare alcune lastre al torace e all’addome. Mentre ci trovavamo nel reparto radiologia, giunse il tecnico di laboratorio che prelevò il sangue per le analisi. Amavo lavorare in questo piccolo ospedale, molto informale. Potevamo sbrigare piccolezze come questa e soddisfare in un secondo momento le formalità burocratiche, lo avevo paura che non sarebbe stato così per sempre.

I raggi X rivelarono che Delbert aveva una macchia nera su un polmone, con altre macchie su entrambi i polmoni e qualche enfisema. Poiché era un minatore del West Virginia in pensione, non ne fummo sorpresi più di tanto. I raggi X all’addome non mi rivelarono nulla all’infuori di una bolla d’aria piuttosto voluminosa a livello dello stomaco. Accompagnammo Delbert nella sua stanza e lo mettemmo a letto, lo cominciai a montare una flebo mentre attendevamo i primi risultati delle analisi del sangue. Questo caso era diventato una sfida, volevamo tirare fuori dai guai Delbert in maniera definitiva.

Desideravamo sapere, nella maniera più veritiera, come tutto ciò fosse cominciato e perché. Questo è uno dei piaceri dell’essere un medico: andare sempre alla ricerca del perché. Non avevo idea che si sarebbe trattato di una lunga ricerca e dell'impatto che la risposta avrebbe avuto sulla mia vita e su quelle di uno smisurato numero di altre persone. I risultati delle analisi del sangue richiesero circa trenta minuti. Era stato perso così tanto sangue da richiedere una trasfusione e chiesi ben due sacche di sangue da somministrare nelle successive 24 ore. Avevo imparato a non muovermi troppo velocemente in un caso del genere; l’organismo necessita di tempo per adattarsi.

Vennero somministrati dei farmaci per attenuare i dolori di stomaco e cominciammo a ricercare la causa del problema di Delbert. I raggi X allo stomaco con il bario rivelarono diverse ulcere in attività. Gli esami del fegato e del cervello mostrarono delle cisti in entrambi gli organi. Dopo che Delbert si fu calmato, effettuammo una biopsia al fegato e trovammo che le cisti contenevano un parassita chiamato echinococco. Gli esami del sangue ci confermarono che questa infezione parassitaria interessava l’intero organismo, era un danno sistemico. Mi sentivo di scommettere che le cisti nel cervello avevano la stessa origine. Esisteva un farmaco della famiglia del chinino che utilizzammo per trattare questa patologia, piuttosto rara. Nel giro di circa tre settimane le condizioni di Delbert migliorarono rapidamente, al punto che fece ritorno a casa.

Avevo abboccato e non lo sapevo

Circa dieci giorni dopo il rientro di Delbert a casa, Judy mi chiamò e mi disse che suo padre era stato piuttosto bene per una settimana circa, ma poi i suoi piedi avevano iniziato a fargli così male al punto di non essere in grado di stare in piedi dal dolore. Le feci qualche domanda e rimasi alquanto sconcertato dalle sue risposte. Judy disse che la pelle alle estremità dei piedi di suo padre era contornata di nero, spaccata e screpolata. Ed estremamente dolorosa. Il giorno seguente mi fermai alla casa di Delbert per dare un’occhiata alla situazione. E difatti le estremità dei suoi piedi erano molto scure, se non nere. La pelle era spaccata in profondità e vidi che avrei potuto spellarla in larga parte con la mia unghia. Nella parte più scura la pelle era spessa e già spellata e lasciava intravvedere un'area scoperta e molto sensibile. Non avevo mai visto nulla di simile prima e neanche dopo. Era come se si trattasse di una specie di “blindatura".

Più tardi ebbe inizio la lunga ricerca delle risposte. Un dermatologo non ci fu di molto aiuto. Per alcuni mesi portammo Delbert presso i tre maggiori centri medici della parte sudorientale degli Stati Uniti. Nessuno di questi fu in grado di darci qualche indicazione riguardo al problema dei suoi piedi.

Tutti e tre scoprirono una macchia nera sul polmone e un enfisema. Due di loro si rifugiarono in diagnosi psichiatriche.

Dopo tutto questo, Judy e sua madre mi convinsero ancora una volta a cercare di risolvere il problema di Delbert e dei suoi piedi. Mi ero fatto l'idea che, se medici molto più esperti di me non avevano risolto il problema, come potevano aspettarsi che lo facessi io? Ma alla fine caddi vittima delle lusinghe. Judy e sua madre mi dissero che ero il miglior medico che avessero mai conosciuto. Mi chiedevano di riprendere Delbert in ospedale ancora un’ultima volta e provare a scoprire quale fosse la causa. Se non avessi trovato nulla, non mi avrebbero chiesto altro. Avremmo serenamente accettato l'esistenza di patologie che, semplicemente, non erano ancora ben conosciute. Per accorciare il lungo resoconto tecnico, forse anche piuttosto noioso, esaurii tutte le mie conoscenze e le mie intuizioni durante i primi due giorni di ricovero di Delbert. Ero veramente al limite. Poi ebbi l’idea “dell'ultimo tentativo. Nello staff era entrato un nuovo neurochirurgo che aveva praticato medicina generale per circa nove anni prima di dedicarsi alla chirurgia. Aveva sviluppato la sua preparazione chirurgica per tre anni negli Stati Uniti, prima di spostarsi in Giappone per diventare neurochirurgo. Con questi precedenti, pensai che forse avrebbe potuto suggerirmi qualche nuova indicazione. Prima di tutto gli chiesi di vedere Delbert e provare a capire se intravvedesse qualche possibilità che io potevo aver ignorato. Dopo la visita, jim (era questo il nome del chirurgo) asserì che in Giappone parlavano di “distrofia” come causa di alcuni cambiamenti dei tessuti, simili a quelli che aveva visto nei piedi di Delbert. Jim suggerì di fare una mielografia nell’area del collo, una mielografia cervicale. Che non si mostrava priva di possibili complicazioni. Anche se il parere di Jim mi sembrava fosse largamente basato su una semplice intuizione, mi aveva però convinto che forse si sarebbe potuta trovare qualche risposta alle nostre domande, seguendo tale procedura.

Spiegai a Judy, a sua madre ed a suo padre, che Jim aveva suggerito una tecnica diagnostica che si svolgeva con l’iniezione di un mezzo di contrasto nel midollo spinale, a livello della zona postero-inferiore. Il tavolo dei raggi X veniva quindi inclinato in maniera tale che la testa risultasse in una posizione più bassa del resto del corpo, costringendo per gravità il mezzo di contrasto a scorrere fino al collo e alla testa. La lastra veniva quindi effettuata dopo che il mezzo di contrasto aveva percorso tutto il midollo spinale, fino alla regione del collo. Spiegai che tale mezzo di contrasto avrebbe potuto causare una reazione allergica e ciò sarebbe stato piuttosto rischioso. Aggiunsi, inoltre, che non ero abbastanza sicuro di cosa si sarebbe potuto ottenere da questa indagine, ma Jim era alquanto ottimista e io, del resto, non avevo nessun suggerimento migliore. Loro accolsero con vero entusiasmo questa indagine. Fu così che venne il giorno della mielografia. Il risultato fu sorprendente: nella superficie esterna della membrana meningea (la dura madre), che riveste il midollo spinale, circa nel mezzo, proprio sotto il collo e nella parte posteriore, venne rilevata una placca calcarea della grandezza di una moneta da IO centesimi. Jim esultava, lo ero rimasto affascinato dalla sua geniale intuizione. Delbert, Judy e sua madre intravvedevano il primo raggio di speranza dopo svariati mesi.

A questo punto arrivò il momento di un esame di coscienza. Delbert aveva superato il test diagnostico (la mielografìa cervicale) senza problemi. Ma ora si stava pensando ad un intervento chirurgico. E questo poteva anche essere letale, oppure causare la paralisi del corpo dal collo in giù. Il potenziale beneficio era quello di migliorare la condizione della pelle dei piedi dell’uomo. Fra l’altro, non eravamo del tutto certi che l'operazione li avrebbe aiutati i suoi piedi.

Jim premeva per rimuovere chirurgicamente la placca. Era un chirurgo; i chirurghi hanno la tendenza ad “eliminare" ogni problema. Però e questo va sottolineato a suo merito, dovevo ammettere come solo lui avesse trovato la placca, che nessun altro mai aveva sospettato.

Delbert, sua moglie e sua figlia premevano per l’operazione chirurgica. La vedevano come l’unica cosa da fare con qualche possibilità di successo. Era meglio del non fare nulla, che sembrava loro non offrire alcuna possibilità di miglioramento. Delbert disse che preferiva morire piuttosto di avere i piedi in quello stato, lo gli chiesi come si sarebbe sentito se fosse rimasto paralizzato. Mi fece capire che avrebbe desiderato pure morire piuttosto che rimanere paralizzato. Mi disse di non preoccuparmi; avrebbe rischiato la paralisi, aveva uno scopo. Ma come si fa a non preoccuparsi per un fatto del genere? Questa era una questione di diritto, quello di affrontare un rischio calcolato allo scopo di migliorare la qualità della propria vita. Tutta la mia preparazione medica mi suggeriva che il rischio era sproporzionato. Il rapporto rischio/beneficio era un’atrocità. Ma di chi era la vita, comunque? Chi ero io per rappresentare Dio per questo poveruomo sofferente? Dopo essermi a lungo tormentato ed aver riflettuto, accettai e programmai l’operazione chirurgica.

Jim voleva condurre l’intervento e io avrei dovuto essere il suo assistente. In termini pratici, questo mio assenso significava che, per alcune ore della mia vita, avrei dovuto fare tutto quello che Jim mi diceva di fare, nel modo esatto in cui me lo avesse chiesto.

Questo testo è estratto dal libro "Tu e il Tuo Medico Interiore".

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