Le Tue Parole Possono Cambiare il Mondo - Estratto
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Le Tue Parole Possono Cambiare il Mondo - Anteprima del libro di Marshall Bertram Rosenberg

Come possiamo esprimere ciò che è vivo in noi?

Come possiamo esprimere ciò che è vivo in noi?

Osservazioni

"Puoi enervare molto, òemplicemente guardando”.
Yogi Berra

Per esprimere ciò che è vivo in noi abbiamo bisogno di un particolare tipo di competenza linguistica. Prima di tutto vogliamo rispondere alla domanda che vi ho posto prima, senza mescolarvi alcuna valutazione. Vi ho chiesto di pensare ad una cosa specifica che una persona ha fatto e che non vi piace. Questa è quella che io chiamo un'osservazione. Cosa fanno le persone che ci piace o non ci piace?

E' molto importante saper comunicare questa informazione: per raccontare alle persone ciò che è vivo in noi, abbiamo bisogno di essere in grado di descrivere che cos ò che stanno facendo che sta sostenendo la vita dentro di noi, oppure che cos'è che stanno facendo che non sta sostenendo la vita in noi. Ma è molto importante imparare a dire queste cose senza mescolarvi alcuna valutazione.

Per esempio, qualche tempo fa parlai con una donna che era preoccupata per il fatto che sua figlia, adolescente, non aveva fatto una certa cosa. Le chiesi: «Che cos'è che sua figlia non ha fatto?» e lei rispose: «È pigra».

Potete sentire una differenza tra la domanda che io ho posto e la risposta che lei mi ha dato? Le ho chiesto di dirmi che cosa non aveva fatto sua figlia e lei mi ha risposto dicendomi quello che lei pensava che la figlia fosse.

Le etichette sono profezie che si autorealizzano

Feci notare a questa signora che le etichette, i giudizi sulle persone, sono profezie che si autorealizzano.

Qualsiasi nostra parola che implica che l'altra persona è in torto è un'espressione tragica di ciò che è vivo in noi. È un'espressione tragica perché fa sì che le persone non provino gioia nel contribuire al nostro benessere. Provoca invece un comportamento difensivo e una reazione aggressiva.

La prima volta che imparai questa lezione la trovai molto spaventosa, perché mi resi conto di quanto la mia testa fosse piena di giudizi moralistici. Mi era stato insegnato, in tutto il periodo della mia formazione, a pensare in termini di giudizi moralistici. Come ho detto prima, alla radice di questa educazione c'è una particolare teoria sugli esseri umani: la convinzione che gli esseri umani siano fondamentalmente egoisti e malvagi. Quindi il processo formativo prevalente è quello che fa sì che le persone odino se stesse per quello che hanno fatto. L'idea di base è: bisogna far sì che le persone si rendano conto della loro malvagità, così che poi si pentano e modifichino i loro comportamenti sbagliati.

Il linguaggio che mi fu insegnato mentre crescevo a Detroit era questo. Quando ero in macchina, se qualcuno stava guidando in un modo che non mi piaceva e volevo educarlo, aprivo il finestrino e gridavo qualcosa tipo "Idiota!". La teoria è che ci si aspetta che si sentano in colpa e si pentano e dicano: "Mi dispiace, mi rendo conto che ho sbagliato. Ho visto che ero in torto".

Questa è una teoria molto complessa, ma non ha mai funzionato. Ho pensato che forse si trattava di un dialetto particolare che avevo imparato a Detroit, ma ho visto che non è così. Quando ho conseguito il mio dottorato in psicologia ho imparato a insultare le persone in un modo molto più colto. E così, quando ero in macchina e qualcuno guidava in un modo che non mi piaceva, abbassavo il finestrino e gridavo qualcosa come: "Sociopatico!”.

Ma, vedete, anche questo non funziona!

Dire alle persone quello che non va in loro è tragico e, oltre tutto, è inefficace. Non vogliamo esprimere questi giudizi quando cerchiamo di dire alle persone quello che hanno fatto che non ci piace. Vogliamo arrivare direttamente al comportamento senza mischiarvi dei giudizi.

Una volta stavo lavorando con alcuni insegnanti che avevano un conflitto con il loro dirigente.

  • Cosa fa, che non vi piace? - Chiesi.

Ed uno di loro rispose:

  • Ha la lingua lunga.
  • No - dissi - non vi ho chiesto di che dimensioni è la sua lingua, vi ho chiesto cosa fa. Un altro disse:
  • Ho capito quello che il mio collega intende dire. Il nostro dirigente parla troppo.
  • Parla troppo è un’altra diagnosi, vedete.

Un altro collega intervenne:

  • Pensa di essere l'unico che ha un po' di intelligenza.
  • Dirmi che cosa pensa che lui pensi è una valutazione. Che cosa fa?

Con il mio aiuto finalmente ci chiarimmo su come fosse possibile definire dei comportamenti senza mescolarvi una diagnosi. Ma nel frattempo continuavano a dire: «Accipicchia, è molto difficile. Ogni cosa che ci viene in mente è una diagnosi o un giudizio».

Certo, non è facile eliminare i giudizi dalla nostra consapevolezza. Infatti il filosofo indiano Jiddu Krishnamurti disse che la più alta forma di intelligenza umana è l’abilità di osservare senza valutare.

Gli insegnanti finalmente riuscirono ad elencare alcuni comportamenti. Il primo sulla lista era che durante le loro riunioni di lavoro, a prescindere da quale fosse l’argomento della discussione, il dirigente lo ricollegava a una delle sue esperienze di guerra o della sua infanzia. Come risultato, la riunione durava solitamente più a lungo di quanto previsto.

Bene. Questa era la risposta alla mia domanda relativa a quello che faceva.

Un'osservazione chiara che non conteneva alcuna valutazione.

«Qualcuno di voi ha mai portato alla sua attenzione questo specifico comportamento che vi preoccupa?».

Uno di loro disse: «Ci rendiamo conto che abbiamo sempre espresso dei giudizi e non abbiamo mai, in effetti, menzionato il comportamento specifico. Quindi non c’è da sorprendersi che la sua reazione sia stata di autodifesa».

Questo è il primo passo per cercare di dire alle persone che cos’è che è vivo in noi. Vogliamo richiamare la loro attenzione in maniera concreta e specifica su quello che la persona sta facendo che ci piace o non ci piace, senza mescolarvi una valutazione.

Esercizio

Guardate quello che avete scritto. Controllate se contiene una valutazione del comportamento dell'altra persona. Se è così, cercate ora di vedere se riuscite a rifcrmulare ciò che avete scritto nella forma di un’osservazione, descrivendo precisamente quello che la persona fa e di cui volete parlare.

Ora che abbiamo in mente un’osservazione relativa a ciò che la persona fa, se usiamo la Comunicazione Ncnviolenta vogliamo essere onesti. Ma è un’onestà diversa rispetto al dire alle persone che cosa c’è che non va in loro, è un’onestà che viene dal cuore, non un’onestà che implica il torto.

Questo testo è estratto dal libro "Le Tue Parole Possono Cambiare il Mondo".

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