Tutti i Tipi di Latte Vegetale - Estratto
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Tutti i Tipi di Latte Vegetale - Anteprima del libro di Luigi Mondo e Stefania Del Principe

I pro e i contro del latte vaccino

I pro e i contro del latte vaccino

Sul latte vaccino si è detto di tutto. Anche qui, un po’ come per i grassi di origine animale, infuria una vera e propria battaglia tra i sostenitori e i detrattori. Una bagarre alimentata e soprattutto ingrassata (quasi obesa) dalla larga disinformazione che dilaga veloce, specie su internet.

Molte delle argomentazioni tirate in ballo sia dai sostenitori che dai detrattori sono sostenute da argomentazioni “per sentito dire”. Queste purtroppo sono spesso prive di fondamento scientifico o evidenze (cioè prove). La verità, come spesso accade, nella maggioranza dei casi sta nel mezzo.

Il latte vaccino, come suggerisce il nome, è il latte prodotto dalla vacca (familiarmente detta “mucca”). Nonostante le moderne lotte pro e contro, è un alimento antichissimo che accompagna la vita dell’uomo da millenni - anche se il latte di oggi non è probabilmente più paragonabile a quello di un tempo quanto a principi nutritivi e, se vogliamo, a qualità. In quest’ultimo caso, sono complici gli allevamenti di massa, la creazione di razze atte a produrre milioni di litri di latte l’anno e l’uso massiccio di farmaci e antibiotici per contenere il rischio di infezioni che, inevitabilmente, finiscono nel latte poi bevuto, con tutte le conseguenze del caso.

Ma andiamo ad analizzare quelli che si ritengono essere i pro e i contro del latte vaccino.

Una fonte di calcio?

I prò sarebbero derivati dall’assunto che bere latte apporta sali minerali come il calcio, fondamentali per prevenire malattie ossee come l’osteoporosi. In realtà, questo pare sia soltanto un mito, poiché la scienza l’avrebbe smentito in più occasioni. Tra tutti, uno studio del 2014 pubblicato su JAMA Pediatrics dal titolo “Milk Consumption During Teenage Years and Risk of Hip Fractures in Older Adults”. Lo studio, condotto dai ricercatori del Department of Medicine del Brigham and Women’s Hospital e della Harvard Medical School, Harvard University (USA), ha coinvolto 96.000 persone, uomini e donne ultracinquantenni. I risultati dello studio hanno mostrato che “Un consumo maggiore di latte durante l’adolescenza non è stato associato a un minor rischio di frattura dell’anca da adulti”. Infine, nei maschi si è addirittura evidenziato un aumento del 9% del rischio di frattura da adulti. Da questo studio si evince pertanto che l’idea che il latte faccia bene alle ossa non ha fondamento scientifico.

Il latte acidifica?

Se dunque ritenere che il latte faccia bene alle ossa non ha fondamento scientifico, non lo ha neanche la convinzione che il latte faccia male - sempre alle ossa - perché acidifica il corpo.

A tutti coloro che invece ne sono convinti forse farà piacere sapere che introdurre una sostanza acida o basica non cambia il pH del sangue, il quale deve rimanere stabile a 7,4. Il fatto è che se il nostro intelligente organismo non si adattasse a tutto questo, moriremmo nel giro di pochi minuti. Gli scienziati sanno che una sostanza basica o viceversa acida viene immediatamente trattata dal sistema che mantiene requilibrio dell’organismo, così che non possa nuocere. Nel caso di una sostanza basica, questa viene prima neutralizzata dagli acidi gastrici. Nel caso invece di una sostanza acida, per esempio un pomodoro, se l’organismo non riuscisse a mantenere questo equilibrio la sostanza diverrebbe un serio pericolo per la salute e la vita anziché un ortaggio prelibato e nutriente.

Un altro argomento a sfavore del latte è che questo, sempre acidificando l’organismo, costringerebbe il corpo a prelevare il calcio dalle ossa, rendendole così più fragili e soggette alle fratture. Sempre la scienza ci informa tuttavia che le principali cause dell’osteoporosi sono soprattutto di origine ormonale o metaboliche. In secondo luogo, sono date da una reale carenza di calcio nella dieta, provocata da un’alimentazione scorretta e non necessariamente dall’assunzione di latte.

Sull’argomento si è concentrato uno studio del 2013 pubblicato sulla rivista Nutrients e condotto dai ricercatori polacchi del Dipartimento di nutrizione umana dell’Università di Warmia e Masuria. Dai risultati, i ricercatori hanno concluso che “il consumo di prodotti lattiero-caseari durante l’infanzia e l’adolescenza può migliorare la densità minerale ossea e ridurre il rischio di osteoporosi nelle donne adulte”.

Infine, un altro studio pubblicato su Calcified Tissue International e condotto dai ricercatori italiani dell’Istituto Gaetano Pini di Milano, ha trovato che Tosteoporosi e l’ipertensione sono associate nelle donne in post-menopausa, e una bassa assunzione di latte può aumentare il rischio di entrambe le malattie, in qualità di un possibile collegamento patogeno”.

La questione “cenere acida”

Sia sul Web che in certi libri c’è chi afferma che il latte rilascia una cenere acida dannosa. Secondo gli scienziati quelle che sono chiamate “ceneri acide dell’osteoporosi” sono in realtà un mito. Ciò che oggi si sa è che sì, gli alimenti possono modificare il pH delle urine, ma come detto non quello del sangue. E inoltre, i latticini non sono acido-formanti. Su questo ultimo punto si è espresso uno studio revisionale del 2009 pubblicato sul Nutrition Journal. Sostengono i ricercatori dell’Alberta Health Services di Calgary (Canada): “I consigli dietetici che affermano che i prodotti lattiera-caseari, le carni e i cereali sono dannosi per la salute delle ossa a causa del contenuto di acidi’ fosfati devono essere rivisti. Non ci sono prove che una maggiore assunzione di fosfato sia dannosa per la salute delle ossa”. Per buona pace di chi è preoccupato dalle ceneri acide, i ricercatori ricordano che ogni cenere acida rilasciata dagli alimenti è trattata ed espulsa per mezzo delle urine. Per cui se avviene che il pH delle urine si modifica, significa soltanto che i reni stanno facendo bene il loro lavoro.

Caseina e tumori

Si è parlato molto della possibilità che la caseina contenuta nel latte stimoli lo sviluppo dei tumori, soprattutto dopo l’uscita del famoso “China Study”.

Per chi non lo conoscesse, si tratta di un vasto studio epidemiologico condotto negli anni Ottanta del secolo scorso tra la popolazione cinese dal dott. Thomas Campbell, un famoso nutrizionista figlio di allevatori di vacche da latte. Lo scopo era verificare la possibile esistenza di un legame tra determinati alimenti e lo sviluppo di malattie cardiovascolari e cancro. I risultati dello studio sono poi confluiti in un libro pubblicato nel 2005, The China Study per l’appunto. Il volume è diventato presto un bestseller, in particolare tra vegetariani e vegani, che lo prendono spesso a esempio per giustificare le proprie scelte di salute.

Ma è davvero così? O almeno per quel che riguarda il nesso caseina/tumori?

Andiamo per gradi. Il dott. Campbell voleva avere conferma della sua tesi che la caseina favorisce lo sviluppo dei tumori. Per averne le prove condusse una serie di test in laboratorio e su modello animale, in cui somministrò della caseina ai ratti. Osservandone gli effetti, notò che la sostanza pareva far aumentare il tumore nei modelli già malati. Tutto ciò sembrava dunque confermare la sua tesi. Tuttavia, quello che non è stato evidenziato nello studio (e dunque neppure nel libro) era che la caseina faceva sviluppare il tumore nei ratti solo quando somministrata in dosi pari al 20%: una dose altissima per un ratto e anche per un essere umano, che difficilmente qualcuno assumerebbe mai. Al contrario, una somministrazione del 5% di caseina provocava l’arresto della crescita del tumore.

A mettere in dubbio la validità del China Study vi è tra gli altri anche un lavoro condotto dal dott. Andrea Ghiselli, medico nutrizionista e dirigente ricercatore dell’INRAN (oggi CREA): “Lo studio non ha corrispondenza con la realtà” sottolinea Ghiselli. “È stato svolto 40 anni fa e poi smentito dall’attuale letteratura. Tutti gli orientamenti della comunità scientifica attuale sono contrari. Campbell ha condotto per esempio esperimenti in vitro, ha messo la caseina in provetta e ha visto che le cellule di un particolare tipo di tumore stavano meglio: ma certo, la caseina ha fornito loro del cibo, ma sarebbe successa la stessa cosa con qualsiasi altro tipo di nutriente”.

“Campbell ha considerato la Cina rurale degli anni ’70 e ’80” continua Ghiselli, “che aveva abitudini alimentari simili a quelle italiane degli anni ’50. In quell’epoca anche da noi, che consumavamo comunque latticini, la mortalità per tumori e malattie cardiovascolari era molto bassa. Diffìcile stabilirne il motivo con precisione, ma verosimilmente in Italia prima del boom economico ci si ammalava meno perché si mangiava meno di oggi. [...] E l’eccesso di calorie a uccidere e far male, in particolare l’eccesso di zuccheri e grassi, certamente non il latte o i derivati animali, se assunti con moderazione”.

Infine, nel prestigioso rapporto del World Cancer Research Fund/American Institute for Cancer Research, non si evidenzia per esempio alcun legame tra il consumo di prodotti lattiero-caseari e il cancro dell’ovaio. A mettere in dubbio la validità del China Study è anche l’AIRC, l’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro, che sentenzia: “Il China Study è stato ritenuto inattendibile dalla comunità scientifica e non vi sono studi a favore di una dieta che elimini totalmente le proteine di origine animale, in particolare i latticini”.

Questo testo è estratto dal libro "Tutti i Tipi di Latte Vegetale".

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