Utero in Affitto - Enrica Perucchietti - Estratto
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Utero in Affitto - Anteprima del libro di Enrica Perucchietti

Il Principio della rana bollita di Noam Chomsky

Siamo rane o tacchini?

«Che cosa succede, se il passato e il mondo esterno esistono solo nella vostra mente e la vostra mente è sotto controllo?».
George Orwell

Il Principio della rana bollita di Noam Chomsky

Immaginate un pentolone di acqua in cui venga messa una rana. L’acqua è fresca e I’animale vi può sguazzare tranquillo. A sua insaputa, però, viene accesa la fiamma sotto il pentolone e l’acqua diventa per gradi tiepida. La rana non si accorge del cambiamento di stato e qualora anche se ne rendesse conto ci starebbe bene; inizierebbe poi a soffrire ma preferirebbe affrontare con passività il tepore. Una mano esterna però, che la rana non può vedere, continuerebbe ad alzare la temperatura portando infine a ebollizione la pentola: l’animale a quel punto avrebbe le zampe intorpidite, sarebbe stremato dal caldo e non avrebbe la forza di reagire. Non sarebbe più in grado di saltare fuori e fuggire. Non avrebbe così più scampo.

La povera creatura non si è accorta di nulla e ha affrontato con passività la fine. Anzi, ha nuotato di buon grado nel pentolone finché non è stato tardi. Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a una temperatura elevata avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori verso la libertà e scampando così alla morte.

E stata invece accompagnata dolcemente verso il suo triste destino: è finita bollita per gradi.

Questa immagine macabra ci viene dal filosofo Noam Chomsky ed è nota come il Principio della rana bollita o la Strategia della gradualità. Essa mostra che, quando un cambiamento si effettua in maniera sufficientemente lenta e graduale, sfugge alla coscienza e non suscita per la maggior parte del tempo nessuna reazione, nessuna opposizione, nessuna rivolta. Anzi, la maggior parte della gente può anche convenire sulla modalità che il carnefice avrà scelto per essa.

I foschi presagi annunciati per il futuro, anziché suscitare delle reazioni e delle misure preventive, non fanno altro che preparare psicologicamente il popolo ad accettare condizioni di vita perfino drammatiche, contrarie al proprio interesse. Le Cassandre che profetizzano il peggio verranno additate e allontanate dal corpo sociale con violenza da coloro che avrebbero invece dovuto ascoltarle e vigilare sul benessere sociale.

La saturazione di informazioni da parte dei Media opprime e confonde i cervelli che non riescono più a discernere, a pensare in modo critico.

Secondo Chomsky, per far accettare una misura inizialmente inaccettabile, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per un po’ di anni consecutivi, esattamente come si è portata a ebollizione l’acqua nel pentolone per gradi.

Questo è quello che è accaduto negli ultimi decenni, quando abbiamo accettato passivamente (come la rana) condizioni socio-economiche inaccettabili, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione, lo smantellamento dello stato sociale, l’approvazione di Fiscal Compact e mes, ecc., cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati di colpo in una sola volta. Basti vedere cosa è accaduto da noi con l’approvazione del Jobs Act e quanto sta avvenendo nella vicina Francia dove il popolo è sceso per le strade per protestare anche in modo violento contro simili provvedimenti. Evidentemente, almeno sul fronte lavorativo, noi italiani siamo a un punto avanzato di ebollizione rispetto ai cugini francesi.

La Finestra di Overton

Va addirittura oltre la cosiddetta Finestra di Overton, vera e propria “tecnologia della persuasione” delle masse elaborata da Joseph Overton, già vice-presidente del centro studi statunitense Mackinac Center for Public Policy, un think tank del Michigan che si occupa di politiche liberiste. Overton morì a soli 43 anni schiantandosi con un ultraleggero: la sua teoria quindi divenne pubblica postuma. Egli voleva studiare gli effetti sull’opinione pubblica dei “pensatoi” come quello per cui lavorava e l’influenza del processo politico su di essa.

In estrema sintesi, si tratta di un modello di rappresentazione graduata delle possibilità di cambiamenti nell’opinione pubblica all’interno del quale si individuano sei fasi in cui si può descrivere lo spostamento dell’atteggiamento dell’opinione pubblica rispetto a una certa idea. Secondo questa teoria, ogni idea evolve secondo sei diversi stadi e anche la più incredibile e impopolare, per potersi sviluppare nella società, ha una finestra di opportunità. In questa finestra l’idea può essere ampiamente discussa, e si può apertamente tentare di modificare la legge in suo favore, rendendola infine accettata. L’apparire di questa idea permette il passaggio dallo stadio di “impensabile” a quello di un pubblico dibattito, prima dalla sua adozione da parte della coscienza di massa e il suo inserimento nella legge.

Non si tratta di lavaggio del cervello puro e semplice, ma di tecniche più sottili, efficaci e coerenti: si tratta di portare il dibattito fino al cuore della società, per fare sì che il cittadino comune si appropri di una certa idea e la faccia sua per gradi senza sentirsi manipolato.

All’inizio si lascia che un personaggio pubblico o politico la promuova in modo caricaturale ed estremo, e che poi il resto della classe politica e del corpo sociale la smentisca con foga. L’importante è che se ne parli ma per gradi, così come la temperatura dell’acqua del pentolone è stata alzata gradualmente, in modo che la rana non si accorgesse di nulla.

Le idee, secondo la finestra di Overton, evolvono secondo i seguenti stadi:

  1. UNTHINKABLE (“impensabile”, cioè inaccettabile, vietato);
  2. RADICAL (“radicale”, vietato, ma con delle eccezioni);
  3. ACCEPTABLE (“accettabile”, segno che l’opinione pubblica sta cambiando);
  4. SENSIBLE (“sensata”, ragionevole, dotata di spiegazioni e quindi supportabile razionalmente);
  5. POPULAR (“popolare”, diffusa e socialmente accettabile, rinforzata dal sostegno dei media);
  6. POLICY (“legalizzata”, cioè l’idea è divenuta parte concreta della politica dello Stato).

Molte idee contemporanee che soltanto una decina di anni fa sembravano inconcepibili sono poi diventate accettabili e addirittura legalizzate: età pensionabile progressivamente innalzata (secondo Tito Boeri, presidente inps, la generazione degli anni Ottanta andrà in pensione, se va bene, a 75 anni!) crollo dei salari, il lavoro domenicale, sistemi di controllo, maternità surrogata, ecc. E ora il dibattito si sta persino spostando su utero artificiale, poliamore, incesto e pedofilia (in Svezia i giovani esponenti del partito liberale hanno chiesto di legalizzare pedofilia e necrofilia).

L’uso della finestra Overton è il fondamento della tecnologia di manipolazione della coscienza pubblica finalizzata all’accettazione da parte della società di idee che le erano precedentemente estranee e consente l’eliminazione progressiva dei tabù. L’essenza di questo metodo sta nel fatto che l’auspicato mutamento di opinione deve perseguirsi attraverso le sei fasi citate, ciascuna delle quali sposta la percezione a uno stadio nuovo dello standard ammesso fino a spingerlo al limite estremo. Ciò comporta uno spostamento della stessa finestra, e un dibattito polemico ben governato permette di raggiungere la fase ulteriore all’interno della finestra senza che l’opinione pubblica si renda conto della manipolazione graduale a cui è sottoposta. In questo modo è possibile rendere accettabili e infine legali comportamenti fino a qualche anno proibiti e giudicati moralmente inammissibili. Così facendo si può sdoganare qualunque consuetudine, di natura etica, sociale e persino sessuale. Appurato che questo sistema funziona e ne siamo succubi da decenni, dovremmo domandarci a chi giova il cambiamento progressivo (e antropologico) della società e a chi fa comodo lo sdoganamento di idee ritenute inizialmente inaccettabili. Lo si fa perché lo impone il progresso o perché ci sono altri interessi miliardari in gioco?

Infine, se noi siamo manipolati, chi sono i controllori?

Questo testo è estratto dal libro "Utero in Affitto".

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