Vivi Ora e Oltre la Morte - Elisabeth Kübler-Ross
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Vivi Ora e Oltre la Morte - Anteprima del libro di Elisabeth Kübler-Ross

Un libro che illustra le 5 fasi del morire

La morte non esiste

“Posso dire con assoluta certezza: Non vi è nessuna morte".

Nel 1982 mi recai a Birmingham nello stato dell’Alabama per andare a trovare Judy, la mia amica americana. Allora fisioterapista, oggi anche formatrice in questo campo, curava ogni tanto l’ex-governatore George Wallace costretto su una sedia a rotelle perché aveva perso l’uso delle gambe in un attentato.

Durante la mia visita trovai tra una pila di riviste un periodico intitolato The CoEvolutionary Quarterly, dove scoprii un articolo su Elizabeth Kiibler-Ross del 1977 che lessi con grande curiosità e che avrebbe nel tempo cambiato la mia vita.

Avevo già sentito parlare della dottoressa ma non avevo ancora letto nulla di lei o su di lei. Il titolo dell’articolo era: Death Does Not Exist (La morte non esiste). L’editrice, la signora Lerguson, introduceva l’articolo con le seguenti parole: “Carisma è un termine troppo debole per descrivere l’atmosfera elettrizzante che circondava la dottoressa Kiibler-Ross quando iniziò la sua conferenza. La maggior parte dei duemilatrecento ascoltatori si commosse fino alle lacrime. Al termine della sua relazione, il silenzio calò nella sala per qualche istante, poi tutti insieme si alzarono e applaudirono esprimendo così il proprio consenso”.

Per questo libro ho scelto alcuni brani fondamentali tratti dalla relazione che la dottoressa tenne a San Diego in occasione di un simposio presso l’Università della California. L’argomento era “La casa di cura del futuro”. Elizabeth Kiibler-Ross portò in primo piano il tema dell’amore, poiché vivere una vita autentica non è altro in realtà che imparare ad amare.

Cominciò a raccontare la sua vita. Nacque in Svizzera nel 1926 da un parto trigemellare. Nel 1946, studentessa di medicina, andò in Polonia per contribuire alla ricostruzione. È lì, nelle baracche del campo di concentramento di Majdanek, che scoprì che i bambini pochi istanti prima della propria morte incidevano farfalle sulle assi delle pareti come se sapessero che dopo la morte si sarebbero trasformati in qualcosa di più elevato.

Da quel momento in poi per Elizabeth Kùbler-Ross il leitmotiv della farfalla diventò il simbolo della trasformazione degli esseri terreni in esseri più belli in un mondo dell’aldilà.

Il suo matrimonio con Manuel Ross la portò in America, dove lavorò come medico in diversi ospedali, soprattutto con i bambini. I bambini diventarono, come usava dire, i suoi più grandi maestri poiché le raccontavano come poco prima di morire qualcuno venisse a prenderli. La maggior parte delle volte si trattava di un parente già deceduto oppure di un angelo. È così che una dodicenne, dichiarata morta ma poi riportata in vita, al suo risveglio raccontò al padre della bella esperienza che aveva avuto al di là della luce, in un mondo amorevole. Lì aveva incontrato un giovane ragazzo che l’aveva abbracciata affettuosamente dichiarando di essere suo fratello. La bambina disse poi a suo padre: “L’unico problema che ho rispetto a questa esperienza è che non ho nessun fratello”. Suo padre scoppiò in lacrime e le rivelò l’esistenza di un fratello morto prima che lei nascesse. I genitori non ne avevano mai parlato alla bambina.

Sul tema della morte clinica la dottoressa Kiibler-Ross sosteneva: “Nessuno dei miei pazienti che aveva subito l’esperienza di pre-morte mostrava in seguito una qualsiasi forma di paura della morte. E vorrei sottolineare: neanche uno! Tanti pazienti mi hanno rivelato che oltre alla sensazione di pace, di equanimità, di interiorità, che si era instaurata in loro, così come la capacità di percepire senza però essere percepiti, essi avvertivano soprattutto un senso di completezza. Con ciò si intende che se qualcuno perde una gamba durante un incidente d’auto e la vede amputata sulla strada, dopo l’uscita dal proprio corpo fisico si accorgerà di essere di nuovo in possesso di entrambe le gambe.

Un’altra nostra paziente diventò cieca dopo un’esplosione in un laboratorio. Di colpo si ritrovò fuori dal proprio corpo fisico ed era in grado di vedere. Poté guardare le conseguenze dell’incidente e in seguito descrisse cosa accadde quando le persone si precipitarono da lei. I medici riuscirono a riportarla in vita, ma aveva completamente perso la vista. Capite ora perché molte di queste persone resistono ai nostri tentativi di riportarli in vita visto che si trovano in un luogo meraviglioso, più bello e perfetto?

Ora molti diranno: ‘Tutto ciò non è altro che un desiderio prodotto da una loro proiezione mentale. Le persone che si trovano in punto di morte si sentono sole, abbandonate e hanno paura. Quindi incarnano davanti ai loro occhi qualcuno che amano’. Ma se questa affermazione fosse vera allora il novantanove per cento dei miei bambini di cinque, sei e sette anni dovrebbe aver visto la madre o il padre. Ma nessuno di questi bambini, in tutti i casi che abbiamo registrato negli anni, dice di aver visto durante la propria esperienza ai confini della morte la madre o il padre, e questo perché i genitori non erano morti.

Due condizioni

Due condizioni si sono dimostrate essere il comune denominatore quando si affronta la morte apparente. La prima è che la persona vista deve avere attraversato la stessa esperienza anche se per un solo minuto. E la seconda è che vi deve essere tra i due una vera relazione d’affetto”.

Caro lettore, cosa avreste pensato dopo la lettura di un tale articolo? Cosa avreste provato o sentito? Qui una dottoressa ha parlato della sua esperienza professionale e della sua capacità di sperimentare in maniera del tutto straordinaria nuovi territori della medicina, che la resero famosa come la “Signora del morire e della morte”. A conti fatti integrò nel suo lavoro l’aiuto che ricevette dal mondo dei morti: vivono in un mondo a noi ancora non visibile dove si acquista un corpo nuovo e sano e questo mondo è molto più bello del nostro.

È forse vero che sopravviviamo alla nostra morte e che abbiamo anche la possibilità di comunicare con gli abitanti della terra e di renderci persino visibili a loro? Se tutto quello che dice la dottoressa corrisponde a verità, ciò deve aver prodotto un ripensamento profondo in coloro che seguirono o lessero questa relazione. Si potrebbe definirlo un mutamento di paradigma, poiché il vero messaggio è: non dobbiamo avere paura della morte perché non esiste. Dopo la nostra morte continueremo a vivere in un mondo più bello e se, in quanto cittadini terreni, diventiamo fisicamente fragili o subiamo qualche mutilazione, avremo “dall’altra parte del velo” un corpo guarito e sano. E questa è sicuramente una bella notizia.

Sentivo di dover incontrare questa donna poiché mi trovavo in accordo con quello che diceva. Dopo qualche difficoltà iniziale mi fu permesso di assistere a tre serate del suo workshop intitolato Life, Death and Transition (Vita, morte e transizione).

Raccolsi le indicazioni per raggiungere il luogo e tre giorni più tardi presi l’aereo per San Diego. Il centro era nascosto in una foresta di abeti. Al mio arrivo parcheggiai l’auto vicino all'edifìcio e andai verso l’entrata dalla quale stavano uscendo in quel momento i partecipanti al seminario. Chiesi ad alcuni di loro dove potevo trovare Elizabeth. Nessuno sapeva dove si trovasse precisamente. Mentre continuavo a raccogliere informazioni, un fuoristrada mi sfrecciò accanto. L’auto trasportava una montagna di pigne sulla quale troneggiava Elizabeth Kùbler-Ross. Quando scese mi presentai e la ringraziai del suo invito. Mi disse che al momento non aveva tempo da dedicarmi e mi affidò a un giovane tedesco che mi spiegò il contenuto del seminario.

I seminari condotti da Elizabeth Kiibler-Ross in tutto il mondo si limitavano a settanta o al massimo settanta-cinque persone. Un terzo dei partecipanti erano malati terminali e genitori di bambini in fin di vita, un altro terzo erano medici, operatori sociali, terapeuti, infermieri ed ecclesiastici. L’ultima categoria era composta da persone “normali” che sentivano il bisogno di essere presenti.

L’attività di quel giovedì sera prevedeva una cerimonia con le pigne, ciò spiegava perché Elizabeth fosse tornata con quel carico di pigne raccolte con l’aiuto di alcuni partecipanti.

La mia guida mi accompagnò sul luogo della cerimonia. Vi era già stata preparata una postazione per un falò attorno alla quale giacevano le pigne. Arrivarono poco dopo anche tutti gli altri partecipanti e si sedettero su alcune panchine. Anche il mio nuovo amico e io scegliemmo un posto e aspettammo, curiosi di sapere cosa sarebbe accaduto. A un certo punto un mucchio di pigne fu posto sulla legna del falò e fu acceso. Nello sfavillio delle fiamme apparve Elizabeth come se fuoriuscisse dalla notte spettrale. Nessuno parlava della dottoressa poiché era diventata per tutti loro una figura familiare che non voleva differenziarsi dagli altri nonostante i suoi titoli accademici.

Si fermò davanti al fuoco e iniziò a spiegare lo svolgimento della cerimonia: tutti coloro che erano riusciti in quei giorni a liberarsi da vecchi traumi infantili o da condizionamenti che causavano paura, dovevano ora prendere una pigna, investirla di tutta quella sofferenza e dire a voce alta da che cosa si erano liberati. Una persona su una sedia a rotelle prese una pigna e disse: “Io perdono Dio che mi ha fatto nascere storpio”. Un altro dichiarò: “Non litigherò mai più con il mio destino. Da ora lo accoglierò come un importante cammino di autoconoscenza per non cadere più in depressione”. E poi gettavano la pigna nel fuoco. Alcune donne che da bambine o da adolescenti erano state violentate perdonavano i loro colpevoli. Elizabeth aveva insegnato a tutti loro che il caso non esiste e che da un piano più elevato tutto è giustificato. Una donna parlò della sua paura di cantare in pubblico, investì la sua pigna di questa paura, la gettò nel fuoco, si girò e si mise a cantare un’aria meravigliosa. Fummo tutti commossi.

Dopo la cerimonia chiesi a Elizabeth se fosse possibile incontrarci per scambiare le nostre esperienze spirituali. Propose una passeggiata sotto la luna nella foresta di abeti. Un ospite svizzero si aggiunse a noi. Ci raccontò un’esperienza vissuta a Ephrata e la dottoressa parlò di diverse esperienze di materializzazione avvenute a San Diego e a Escondido. Lì si trovavano gruppi che praticavano sedute spiritiche in stanze avvolte nel buio e materializzavano esseri che comunicavano attraverso le trombe medianiche (sorta di megafoni utilizzati dalle entità per manifestare la propria voce. N.d.R.). Il nostro compagno svizzero ascoltava in silenzio.

Elizabeth raccontò come la sua guida spirituale si fosse presentata a lei con un nome, così come tutti gli altri suoi amici dell’aldilà che la accompagnavano ovunque.

Essi le donavano la forza per portare avanti quel pesante compito, carico di responsabilità, che doveva realizzare su questa terra. Ma rimasi colpita soprattutto dalla seguente storia.

Qualche mese prima Elizabeth si recò in Australia per partecipare a diverse conferenze e condurre alcuni seminari. Una sera nella sua stanza di albergo ebbe un crollo, non riusciva a smettere di piangere. Uno psichiatra la definirebbe sindrome da burnout. Lei si tormentava con le seguenti domande: perché viaggio da un paese all’altro, da una conferenza all’altra, perché questi seminari ovunque? Non sono quasi mai a casa. Mio marito non riesce a condividere niente con me, ancora meno i miei due bambini. Sono una cattiva moglie e una pessima madre. Perché mi sono fatta carico di questo dovere così pesante? Del compito di informare il maggior numero possibile di persone che la morte non esiste e che non bisogna temerla? Basta, smetto! Tutto questo è al di sopra delle mie capacità! Torno a casa.

In quel momento Elizabeth vide materializzarsi la sua guida spirituale che conosceva benissimo dalle sedute fatte in precedenza nel sud della California. La guida era visibile fino ai fianchi, la osservava con uno sguardo amorevole e tese la mano per sfiorarle la nuca. Elizabeth sentì un’energia benefica fluire in tutto il corpo e di colpo ritrovò le forze. Si lasciò impregnare per qualche minuto di questa forza, poi sorrise piena di gratitudine e disse al suo accompagnatore di solito invisibile: “Sì, vado avanti”.

L’ultimo giorno arrivò e tutti i partecipanti si riunirono dopo la colazione nell’aula del seminario. Alcuni si sedettero sulle sedie, altri si sistemarono a terra davanti a Elizabeth. Lei descrisse nel dettaglio il processo del morire e la vita dopo la morte. Rispose a tante domande e spesso il suo modo di rapportarsi con gli interlocutori fece ridere tutti i presenti. Irradiava nella sua naturalezza e acutezza un’aura di carisma così forte che chi la incontrava personalmente non avrebbe mai più dimenticato quell’evento. Quando dovetti congedarmi, sapevamo tutte e due che un giorno ci saremmo riviste.

In quell’occasione comprai una cassetta di Elizabeth intitolata Life, Death and Life after Death (Vita, morte e la vita dopo la morte). Non immaginavo allora che un giorno avrei pubblicato gran parte di quella relazione. In quella sede Elizabeth rivelò una delle sue esperienze più importanti.

“Una delle mie prime esperienze avvenne durante una ricerca scientifica nella quale mi fu permesso di lasciare il corpo. Questo esperimento si svolse in un laboratorio in Virginia usando delle sostanze iatrogene, l’intera ricerca era seguita anche da alcuni scienziati molto scettici. In una di queste esperienze extracorporee il responsabile dell’esperimento mi richiamò nel corpo perché sosteneva che lo avessi lasciato troppo velocemente. Fui molto contrariata, mi sentii invasa non solo nel mio campo professionale ma persino nella mia persona. Mi promisi di ripetere l'esperimento aggirando questa volta il problema, cioè impedendo che qualsiasi causa esterna potesse interferire con la mia esperienza extracorporea. Decisi quindi di programmare io stessa l’esperimento in modo che potessi raggiungere non solo la velocità della luce ma anche la capacità di volare e di levitare come nessuno aveva mai fatto prima.

Quando arrivò il momento di ripetere l’esperimento, non solo lasciai il corpo ma riuscii a spostarmi a una velocità incredibile. Quando tornai nel corpo fisico, non ricordavo nulla se non le parole shanti nilaya. Non avevo la minima idea né della provenienza né del significato di quelle parole. Non sapevo nemmeno dove ero stata. Mi ricordavo soltanto che prima di tornare nel corpo sapevo che sarei guarita da una grave crisi di costipazione e da un forte mal di schiena che mi impediva, prima di sottopormi all’esperimento, di sollevare anche solo un libro. E così fu! Quando questa esperienza extracorporea terminò, potei constatare che lo stomaco si era ripreso e che ero in grado di sollevare un sacco di zucchero da cento libbre. Coloro che avevano assistito all’esperimento mi dissero che sembravo vent’anni più giovane. Ognuno dei presenti cercava di pormi domande e di ricevere ulteriori informazioni sulla mia esperienza. Non avevo la più pallida idea di dove ero stata in quel viaggio extracorporeo, finché la notte seguente non cominciai a capirci un po’ di più.

Trascorsi quella notte in una pensione appartata nel mezzo di una foresta che fa parte del Blue Ridge Mountain. Lentamente mi diventò chiaro che durante il mio viaggio extracorporeo avevo superato ogni limite. Ne fui molto spaventata e ora dovevo subirne le conseguenze. Tentavo di resistere alla stanchezza poiché intuivo nel profondo del mio essere che sarebbe successo “qualcosa”, senza sapere cosa. Nell’istante in cui mi abbandonai a quel qualcosa, subii un’esperienza ai limiti del sopportabile: dei dolori atroci mi attraversarono il corpo e una solitudine infinita invase il mio essere. Nel vero senso della parola, feci l’esperienza del morire di tutte le migliaia di persone che avevo seguito. Mi ritrovai fisicamente, emotivamente, intellettualmente e spiritualmente in lotta tra la vita e la morte. Non riuscii più a respirare. Mentre subivo quella tortura, sapevo che non c’era nessuno nei dintorni e che dovevo superare quella notte da sola.

Ore terribili

In quelle ore terribili mi furono concesse solo tre pause. I dolori assomigliavano a quelli delle doglie. Durante queste tre interruzioni in cui riuscii a prendere qualche respiro più profondo, successero alcuni importanti fatti simbolici che capii tanto tempo dopo.

Nella prima pausa respiratoria chiesi una spalla su cui appoggiarmi. E mi sembrò che apparisse veramente la spalla sinistra di un uomo su cui potermi abbandonare per riuscire a sopportare meglio i dolori. Nell’istante stesso in cui pronunciai questa preghiera, sentii una voce seria e profonda, tuttavia partecipe e amorevole, che disse: ‘Questa spalla non ti sarà concessa.

Mi fu accordata un’altra pausa ma dopo un lunghissimo periodo di tempo. Questa volta chiesi una mano alla quale mi potessi aggrappare. Di nuovo speravo che sul lato destro del mio letto apparisse una mano che avrei potuto stringere per sopportare meglio quei dolori incessanti. La stessa voce si fece di nuovo sentire e disse: ‘Non ti sarà concessa.

Durante la mia terza e ultima pausa decisi di chiedere solo la punta di un dito. Ma come sempre in queste situazioni il mio carattere prese il soppravvento e dissi: ‘No, se non mi viene tesa nessuna mano, allora rinuncio anche alla punta del dito’.

Con la punta di un dito intendevo ovviamente il desiderio di sentire qualcuno vicino, perché comunque non ci si può aggrappare alla punta di un dito. Iniziai a capire, per la prima volta nella mia vita, che in un combattimento mortale di questo tipo bisogna credere in se stessi. Questa rivelazione sorse da un mio sapere interiore, profondo e quieto; mi fece capire che disponevo della forza e del coraggio per sopportare da sola quelle torture fatali. Mi diventò chiaro che per porre fine a quel combattimento dovevo semplicemente trasformare la mia resistenza in una pacifica e positiva sottomissione ed essere capace di dire ‘sì’. Nello stesso istante in cui nella mia mente dissi ‘sì’, le torture svanirono. La mia respirazione si calmò e i dolori fisici svanirono. Invece di rivivere tutte le morti che avevo attraversato nelle vite precedenti, feci l’esperienza di una rinascita, impossibile da descrivere con parole umane.

Vibrazioni veloci

Iniziai a sentire nella zona della pancia delle vibrazioni molto veloci o meglio pulsazioni che si diffusero poi per tutto il corpo. Ma non è tutto. Si diffusero ovunque posassi il mio sguardo, il soffitto, la parete, il pavimento, i mobili, persino il cielo che vedevo dalla mia finestra. Anche gli alberi furono mossi da quelle oscillazioni e infine tutto il pianeta terra. Sì, mi sembrò che tutta la terra, che ogni singola molecola vibrasse. Poi arrivò quello che mi sembrò essere il bocciolo di un fiore di loto che si aprì davanti a me variopinto di colori bellissimi. Improvvisamente dietro al fiore di loto apparve quella luce risplendente di cui i miei pazienti mi raccontano così spesso. Attraversando il magnifico fiore aperto che vibrava veloce, mi avvicinai alla luce. Sentii di essere tirata lentamente ma con molta cautela verso la sua fonte, verso quell’amore incondizionato al di là di ogni immaginazione. Finché non mi fusi in esso.

Nello stesso istante in cui diventai uno con la sorgente di luce, tutte le vibrazioni cessarono. Fui invasa da una profonda calma e caddi in un sonno simile a uno stato di trance. Quando mi svegliai, seppi che dovevo indossare un vestito, i sandali e scendere dalla montagna. Sapevo che all’alba ‘qualcosa’ sarebbe successo. Ma un’ora e mezza dopo mi risvegliai da uno strano dormiveglia, allora indossai il vestito, i sandali e scesi dalla montagna. Lì entrai in estasi. Mi sentivo in uno stato di amore totale e fui invasa dallo stupore verso tutto quello che mi circondava. Mi trovavo unita in un’onda di amore con ogni foglia, con ogni nuvola, con ogni filo di erba e con ogni essere vivente. Avvertivo persino il pulsare di ogni pietra del sentiero. A quel punto iniziai a camminare, e ciò nel vero senso della parola, ‘sopra’ di queste, cioè senza sfiorarle, e pensai: ‘Non voglio calpestarvi perché non vi vorrei fare del male’. Quando arrivai ai piedi della collina, mi resi veramente conto che non toccavo la terra. Ma non dubitai della realtà di quest’esperienza. Era semplicemente una percezione scaturita dalla coscienza cosmica. Mi era permesso quindi di riconoscere la vita in tutta la sua natura vivente avvolta nell’amore. E impossibile tradurre tutto ciò in parole.

Mi ci sono voluti un paio di giorni prima di potermi sentire di nuovo a mio agio in quest’esistenza fisica, prima di poter riprendere le attività quotidiane come lavare i piatti, pulire i panni o preparare una cena alla mia famiglia. Mi servirono un paio di mesi prima di riuscire a parlare della mia esperienza. La condivisi con un gruppo di persone molto comprensive che mi avevano invitato a un simposio sulla psicologia transpersonale a Berkeley in California. Quando terminai il mio racconto, essi diedero persino un nome alla mia esperienza: ‘Coscienza cosmica’. Come sempre in questi casi mi recai in biblioteca per vedere se esistevano dei libri con questo titolo che avrei potuto prendere in prestito per capire razionalmente il significato di questo stato.

Mi spiegarono anche il significato di ‘Shanti Nilaya’, che mi era stato infuso nel momento della mia unione con l’energia spirituale, la sorgente di luce, che non è altro che la nostra vera dimora di pace. Quella sede dove ritorneremo tutti dopo aver attraversato infinite paure mortali, dolori, preoccupazioni e soprattutto dopo che avremo imparato a sormontarli tutti. Solo così potremo tornare a essere ciò per cui la natura ci ha creati, cioè esseri in cui i quadranti fisici, emotivi, intellettuali e spirituali sono armoniosamente equilibrati. Degli esseri che hanno riconosciuto nel vero amore uno stato senza pretese di possessività, nel quale non si pone nessuna condizione. Se viviamo una vita di amore totale, saremo sani e salvi. A quel punto saremo anche in grado di compiere in un’unica vita tutti i doveri che ci avevano assegnato nell’aldilà.

Questa mia esperienza mi ha cambiato la vita in un modo che non so spiegare a parole. Mi sembra di aver capito che se avessi diffuso la mia conoscenza sulla vita dopo la morte, sarei dovuta passare attraverso mille morti, nel vero senso della parola, poiché la società in cui vivo avrebbe provato a rompermi in mille pezzi. Ma l’esperienza e la conoscenza, la gioia, l’amore e l’eccitazione che possono sorgere dopo queste paure superano, assieme alle ricompense che si riceveranno, qualsiasi afflizione”.

Questo testo è estratto dal libro "Vivi Ora e Oltre la Morte".

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