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L'Olio di Palma: l'Ingrediente della Discordia (eBook)

Le criticità nell'impiego e la sostenibilità delle alternative. A corredo un confronto fra le opinioni di chi lo utilizza nell'industria alimentare e chi no.

 

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Olio di palma: l'ingrediente della discordia

Tra chi decide di boicottarne in toto la produzione e chi mantiene una posizione più moderata, abbiamo deciso di parlarne mettendo a confronto le opinioni di quanti lo utilizzano nell'industria. Per fare il punto sulle tante criticità che accompagnano l'impiego di questa materia prima e riflettere sulla sostenibilità delle possibili alternative.

Dall'introduzione dell'ebook...

Se nel 2012 l'Italia era il secondo paese europeo per importazioni di olio di palma con 992 mila tonnellate l'anno, nel 2014 le quantità sono schizzate in alto, arrivando a un import pari a 1 milione e 659 mila tonnellate, che rappresenta ben oltre il 2% della produzione mondiale, che tra il 2014 e il 2015 ha superato i 70 milioni di tonnellate e si avvia a crescere ancora da qui al 2020.

Da dove viene?

Quasi il 90% di tutto l'olio di palma a livello globale proviene dalle foreste di Malesia e Indonesia, devastate dalle coltivazioni intensive e dai roghi appiccati per destinare le terre alle piantagioni.

In questi anni, le monocolture hanno rapidamente distrutto gli ecosistemi delicati dei grandi polmoni verdi tropicali, causato un grave inquinamento, portato al rischio di estinzione diverse specie animali e calpestato i diritti dei popoli nativi. Per questo, nel nostro paese si sono mobilitate decine di migliaia di consumatori con petizioni e boicottaggi, e anche alcuni politici si sono impegnati su questo fronte con mozioni e interrogazioni in Parlamento

A fronte di una fortissima pressione dell'opinione pubblica, alcune aziende, soprattutto quelle dell'industria alimentare, hanno avviato programmi di ricerca e vere e proprie riconversioni di prodotto per eliminare questa materia prima dagli ingredienti e c'è chi è riuscito a passare a differenti oli vegetali.

Altre aziende e organismi pensano invece che questa strada non sia praticabile, come l'associazione dei produttori dell'industria dolciaria (Aidepi), che ritiene sufficiente passare all'utilizzo di un olio di palma certificato; quest'ultima opzione consente, con modalità però assai discusse, di etichettare quel prodotto come "sostenibile". Si tratta della certificazione Rspo, acronimo che sta per Roundtable on sustainable palm oil (Tavola rotonda sull'olio di palma sostenibile), che attualmente copre solo il 20% dell'olio di palma totale prodotto e che fino ad ora, in ogni caso, non è servita ad arrestare il fenomeno della deforestazione. Il 7 dicembre scorso, alla conferenza internazionale sulla sostenibilità delle filiere, organizzata ad Amsterdam, cinque stati europei - Olanda, Francia, Inghilterra, Danimarca e Germania - hanno annunciato l'impegno di voler arrivare al 100% di produzione sostenibile entro il 2020 attraverso la Rspo, ritenuta però una certificazione a maglie troppo larghe. Inoltre, secondo l'associazione Friends of the Earth, la modalità per raggiungere l'obiettivo sarebbe quella di inserire una clausola all'interno del contestatissimo TTIP, il trattato transatlantico contro cui si sono mobilitati milioni di cittadini in tutta Europa.

Dove si trova?

Situazione assai variegata, dunque, ma soprattutto complicata dal fatto che questo olio vegetale ha ormai un utilizzo molto ampio, che non si limita ai soli prodotti destinati all'alimentazione umana. Infatti, secondo il rapporto Patterns of global biomass trade del marzo 20158, il 50% della produzione globale si usa nelle agroenergie, nel settore farmaceutico, nella cosmesi e nella zootecnia per i mangimi destinati agli animali. La ragione di questo massiccio utilizzo sta nel fatto che l'olio di palma costa poco, ha una resa alta e una lunga durata, è versatile, resiste alle alte temperature, consente una facile lavorazione e non altera il sapore del prodotto finale. Ma il grosso problema sta proprio nella sostenibilità, benché occorra tenere ben presente come questo sia il punto debole anche di altri oli vegetali massicciamente utilizzati, come ad esempio quello di soia, accusato di contribuire in modo sostanziale alla devastazione della Foresta Amazzonica9. Occorre dunque avere una visione globale del problema delle filiere sostenibili e agire su più fronti.

AUTORE

Claudia Benatti, 36 anni e una laurea giuridica alle spalle, è giornalista professionista e lavora alla redazione del quotidiano Gazzetta di Modena.

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