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La Formula della Felicità (eBook)

La gioia di vivere non dipende dagli altri

 

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  • Prezzo € 6,99
    Articolo non soggetto a sconti
  • Tipo: eBook - PDF
  • Anno: 2014
  • Protezione: Watermark (cosa significa?)
  • Formati disponibili: pdf, epub

  • eBook
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«La felicità viene dall'assenza di pensieri, dalla perdita del senso del tempo, dall'abbandonarsi alle cose come sono e dal compiere azioni spontanee. Siamo tristi caricature quando riempiamo la mente di immagini ingannevoli, quando "cerchiamo di cogliere il fiore che non c'è".

Crediamo erroneamente di dover cambiare, di dover essere simili agli altri, di poter vivere vite diverse da questa: "Se avessi..., se fossi...". Così restiamo nell'illusione, vediamo solo fiori che non ci sono. Non guardare fuori di te, resta immerso nelle azioni che fai; in questo modo una magia irrompe nella tua vita e ti regala la felicità che viene dal fiore che non c'è, quello che sboccia dalla tua essenza interiore».

Il Taoismo mi ha insegnato molto: più di tutto l'arte di non commentare le cose che succedono. Ho imparato che la soluzione a qualsiasi problema non può venire da me, men che meno dai miei pensieri. Giorgia ha cominciato a stare bene facendo la cosa che le veniva più facile, senza fatica, senza sforzi, cioè il bucato. Quando ascoltava l'acqua scorrere e la biancheria sbattere nella lavatrice, quando sentiva il profumo di pulito, si immergeva in un'atmosfera di pace, di serenità «che veniva da chissà dove». Lei che pensava e ripensava al marito che l'aveva lasciata senza un euro, per andare con una più giovane, lei che aveva studiato mille strategie per riprenderlo, lei che piangeva disperata dalle amiche, lei che aveva i bambini piccoli, lei che non sapeva fare niente, lei che sentiva la terra franare sotto i piedi... lei che aveva una crisi di panico dopo l'altra.

«Ci sarà pur qualcosa che le piace» le ho detto in una seduta. Come tutti coloro che sono in preda al disagio, la risposta è stata la stessa: «Non c'è niente che mi piace, niente che mi fa star bene; niente mi dà sollievo. Continuo a pensare a come sono finita, al disastro che mi è capitato, alle mie amiche che vanno a prendere i bambini a scuola e che tornano a casa a cucinare per i loro mariti. Loro sì che una famiglia ce l'hanno».

Qualche giorno fa una giornalista mi ha chiesto che cosa c'entra il Taoismo con la cura dell'anima. Un mio allievo invece non riusciva a comprendere come la felicità abbia a che fare con qualcosa che «a guardarlo non lo vedi, di nome è detto l'Incolore». Non capiva come possiamo stare bene, essere felici, realizzare la nostra vita se del perno del nostro essere possiamo solo dire che «ad ascoltarlo non lo odi, di nome è detto l'Insonoro; ad affrontarlo non lo possiedi, di nome è detto l'Informe».

Abbiamo a che fare con qualcosa (il Tao, il Senza Nome, la Via) di cui non c'è dato di sapere nulla, eppure regge e conduce la nostra esistenza. Difficile da comprendere per un'epoca che ha fatto del pensare il suo principio dominante. Quello che oggi chiamo "me stesso" non è altro che una serie di pensieri che dominano il mio mondo interiore, qualche sentimento prevalente ed emozioni che, come onde dell'oceano, rompono il mare tranquillo della mia interiorità. Giorgia pensava e ripensava... non guariva!

Credo che il cerebralismo abbia rovinato il mondo e ci abbia reso profondamente scontenti, insoddisfatti, infelici. Per Giorgia era più importante pensare e ripensare al suo abbandono: eppure il bucato le dava la pace, la serenità, teneva lontano il panico; mentre lavava e rilavava i panni, le arrivava via via prima la tranquillità e poi la gioia di vivere. Faceva proprio come il grande saggio ebreo Abraham Chaim di Zlocow, che raggiunge l'illuminazione quando lava e rilava i piatti, «ma senza posare lo sguardo altrove».

Nelle azioni minime, qualsiasi, in cui siamo completamente immersi, c'è una luce che è pronta a illuminare tutta la nostra coscienza.

Il pensiero chassidico e lo Zen sono veramente vicini tra loro, come ricordava il grande Martin Buber. Per lo Zen non ci deve mai essere un secondo pensiero: qualsiasi cosa fai, perditi in quello che stai facendo. Pulisci, lava, apparecchia, cucina, cammina, ma fallo totalmente immerso, come se non esistesse che quell'azione e quel momento. Molti mistici raccontano di attacchi di felicità, se non di estasi, mentre coltivavano l'orto o mentre erano immersi in lavori più che umili. In quell'agire spontaneo che è fare il bucato, il cervello sprigiona un altro Sapere, un'altra chimica, migliore di quella degli psicofarmaci, perché spontanea.

Al mio allievo psicoterapeuta che chiedeva di spiegare con poche parole il senso del Taoismo, ho risposto: «non cogliere il fiore che non c'è...». Forse questa è la mia massima di vita, il mio mantra preferito. Sarei soltanto una caricatura, un'illusione vivente se cercassi di toccare, accarezzare, annusare, cogliere un fiore che non c'è... Che ne dite?

Giorgia, che pensava per ore e ore durante la giornata a come riconquistare suo marito, non stava forse cogliendo un fiore che non c'era? Facendo il bucato invece entrava in un altro regno, in un Altrove dell'esistenza interiore, dove la sua Immagine Originaria, la sua Unicità, le portavano la pace. Già, che cos'è fare il bucato? Lavare come gli animali che leccano i piccoli e così li riconoscono; lavare come gettar via lo sporco del corpo e della mente per rinascere; lavare come entrare nel regno delle acque: la saliva, le mestruazioni, le secrezioni; lavare come le femmine lavano la loro casa, che è la dimora dell'Essere. Lavare è chinarsi, abbassarsi, portare il viso vicino all'umido e all'acqua, come hanno sempre fatto le donne di tutti i tempi.

Si potrebbe parlare per ore e ore del bucato, ma non riusciremmo a dire tutte le parole capaci di farci comprendere la scia infinita che contiene un gesto così semplice, così essenziale, così naturale. Nel lavare, ogni donna entra nel regno del Femminile Materno: Giorgia non faceva il bucato, si stava allattando, nutrendo dell'energia di Atena, della provvidenza celeste che abita il cuore di ogni donna. Lavare e chinarsi, è mimare un atto erotico, sacro ad Afrodite, come ben sapeva Zeus, quando ha visto la Metis mostrare i genitali ed eccitarlo proprio mentre lavava i panni. Il padre degli Dei ha sentito l'impulso irresistibile di possederla... Così è nata Atena, la Signora del mondo.

Richard Wilhelm conosceva il pensiero cinese come nessuno e pensava che la miglior traduzione della parola Tao, fosse "il Senso". Il Senso è presente solo quando siamo spontanei, quando non siamo prigionieri dei pensieri, quando non cogliamo i fiori che non ci sono, che non sono ancora spuntati. Nel fare il bucato c'è il sapore dell'eternità: il femminile lava e rilava, pulisce e rinnova il mondo, o meglio le menti del mondo, dal principio del tempo. Insomma quell'azione spontanea, che era lavare i panni, era la miglior cura, il miglior farmaco che Giorgia aveva trovato per lenire i dolori dell'abbandono.

Guardando i bambini quando giocano e perdono il senso del tempo, ci si accorge che i loro occhi si impregnano della gioia di vivere: giocare è forse il miglior modo di parlare con il Tao. La felicità viene dall'assenza di pensieri, dalla perdita del senso del tempo, dall'abbandonarsi alle cose come sono e dal compiere azioni spontanee. Siamo tristi caricature quando riempiamo la mente di immagini illusorie. Da parte mia ho eliminato da molto tempo la parola "se", così ho abolito il condizionale: «Se le cose fossero andate diversamente...», «se mi avesse voluto bene lui, non mi sarei sposata con mio marito...», se..., se...

La parola "se" rappresenta molto bene le perdite di tempo con cui stanchiamo la nostra mente: il condizionale ci fa credere erroneamente che avremmo potuto vivere vite diverse da questa. Ma, se restiamo nell'illusione, vediamo solo fiori che non ci sono. Eppure, facendo il bucato o compiendo un'altra azione che ci coinvolge totalmente, una magia irrompe nella nostra vita e ci regala la felicità che viene dal fiore più vero, quello che è dentro di noi.

AUTORE

Raffaele Morelli è medico, psichiatra e psicoterapeuta. Dirige da molti anni la rivista Riza Psicosomatica e i suoi studi e il suo lavoro psicoterapeutico si sono orientati nel campo delle malattie psicosomatiche. La sua ricerca è rivolta agli aspetti simbolici del corpo umano e della malattia. É il presidente dell’Istituto Riza (da cui nasce la Scuola di Formazione in Psicoterapia ad indirizzo psicosomatico, riconosciuta dal Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica il 24/10/94) e vice-presidente della SIMP (Società Italiana di Medicina Psicosomatica), si dedica alla formazione psicoterapeutica di medici e psicologi.

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