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Ahamannam: Io Sono Cibo

Essere universale di tutte le cose

 
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  • Tipo: Libro
  • Pagine: 128
  • Formato: 13,50x21,50
  • Anno: 1982

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Tutte le creature nascono dal cibo - inteso come alimento materiale e spirituale - in un continuo rito di sacrificio universale dell'Essere per la loro vita.

Nella sua suprema significazione, la fame di cibo, nella forma sia fisica, sia spirituale, non è "fame" di questo o di quello, ma fame di armonia, cioè di Unità. Quando l'armonia è raggiunta, la "fame" apparentemente cessa, con la realizzazione dell'Unità energetica. Al di là delle forme e degli apparenti cibi, non vi è che la dualità erronea o l'Unità interiore raggiunta, cioè l'armonia in sé, di cui tutte le apparenti forme non sono che simboli.

Il bisogno di amare è anch'esso fame di Unità, sia che tu venga a me (mio cibo) sia che io mi dissolva in te (tuo cibo): nell'Unità raggiunta non c'è che l'Uno. In realtà, noi non siamo che immagini: ciò che realmente "è" è l'Essere.

Di qui il significato supremo della frase di Cristo: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue sta in me e io in lui". Nello stesso senso l'Autore interpreta il canto della Tattirya Upanishad: "Io sono il cibo... e colui che mangia il cibo... nel cuore dell'immortalità".

La gioia dell'amore è nel donarsi alla "fame" dell'altro, e assumere il dono dell'altro, annullando l'io e l'altro nell'Uno.

AUTORE

Giulio Cogni scrittore, filosofo, indologo, musicologo, è autore della interprelazione in versi italiani secondo i ritmi originali della Bhagavadgita, opera unica nel suo genere, pubblicata in questa stessa collana, la quale, riproducendo il mantra dell'originale, suscita in chi la legge e medita il medesimo effetto di liberazione intenore che l'indiano riceve da millenni dalla lettura dell'originale. Cogni è anche autore di diecine di volumi e saggi di filosofia, indologia e musicologia, fra cui emergono le interpretazioni liriche dei sette principali drammi musicali wagneriani, oltre che di Novalis e Nietzsche. Ha pubblicato, tra l'altro, «lo sono Te» (Sesso e Oblazione) (Ceschina, Milano 1970) e una interpretazione dal sanscrito dell'avadàna buddhista Manicudàvadàna (Vidya, Roma 1979): storia di un re — precedente incarnazione del Bude!ha — che diede per compassione se stesso in cibo ad una ràkshasa affamato (il saggio è incluso in questo volume). Il senso primordiale della scoperta di cui si parla in questo libro, fu già espresso dall'autore nel volume Saggio su l'Amore (come nuovo principio di immortalità) (Bocca, Torino 1933), opera che sollevò un certo scandalo, e che fu benevolmente accolta da Giovanni Gentile, a cui è dedicata.

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