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Aprirsi alla Vita!

 

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  • Prezzo € 15,00
  • Tipo: Libro
  • Pagine: 174
  • Formato: 12x19
  • Anno: 2011

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"In un libro fondamentale per l'identità ebraica, il Talmud, si narra che, quando il bambino che sta per nascere è ancora nel corpo della mamma, una luce gli splende sul capo ed egli apprende tutta intera la Torà; mentre arriva il momento di uscire all'aria del mondo, però, sopraggiunge un angelo che gli posa le dita sulle labbra, affinché dimentichi tutto e non possa parlarne, in futuro.

Come va intesa questa curiosa informazione? E perché occorre che il futuro neonato impari prima tutto, per poi dimenticare tutto?

Secondo un'interpretazione dei mistici chassidici, il senso sarebbe il seguente: se non ci fosse la dimenticanza, l'uomo penserebbe continuamente alla propria morte, non costruirebbe case, non si affaccenderebbe su nulla, non parlerebbe con gli altri, e neppure s'innamorerebbe... perciò Dio ha posto nell'uomo la dimenticanza! Per questo un angelo è incaricato di insegnare al bimbo, affinché impari il più possibile! Ma un altro angelo è incaricato di chiudergli la bocca, perché dimentichi quanto aveva imparato.

La suggestiva parabola espone una nozione cruciale per la tradizione d'Israele, costantemente sospesa nella scelta - rivelatasi lungo la storia non di rado traumatica - fra memoria ed oblio. Parafrasando la litania dei tempi del biblico saggio che va sotto il nome di Qohelet, verrebbe da dire che "c'è un tempo per fare memoria, e un tempo per astenersi dal ricordare". C'è un tempo per fare memoria, perché quanto è accaduto non abbia mai più ad accadere, e un tempo per astenersi dal ricordare, per non vedersi inchiodati ad un passato che va superato, e messo in discussione. Per non farne un idolo, come tutti gli idoli, illusorio e inutile, oltre che dogmatico.

Mi è tornato alla mente, il passo talmudico sopra citato, scorrendo le pagine dell'amica Manuela Paggi Sadun: pagine dense eppure leggere per la forma adottata, incentrate, mi pare, in primo luogo alla necessità di preservare una memoria viva e pericolosa, in una stagione smemorata e densa di quelli che la Bibbia chiama "giorni cattivi". Sono pagine preziose, talora persino urticanti, ma sempre dotate di parresìa, di franchezza, per fortuna, nell'affrontare temi delicati quali, alla rinfusa, il bisogno di dialogo fra le religioni, il ruolo dello stato di Israele, la funzione dell'ebraismo e delle comunità ebraiche nel nostro tempo. Temi che l'autrice, ben nota per l'infaticabile impegno pacifista e dialogico, pone sotto due slogan davvero forti: l'invito reiterato ad aprire i cancelli, senza cedere alle pur legittime paure e alle chiusure identitarie, oltrepassando i confini abituali, perché il mondo è uno e la sua salvezza può avvenire solo se ci salveremo assieme; e quello, squisitamente biblico, di "cercare lo shalom del paese" (Ger 29,7), una pace che non è solo assenza di guerra bensì allegria, convivialità delle differenze, apertura mentale e di cuori.

Geremia, qui, reinterpreta l'esilio a Babilonia quasi si trattasse di un nuovo esodo, di un nuovo inizio per il suo popolo: Israele si trova in mezzo ai goyim, ben distante dalla terra della promessa, senza il tempio, ma è proprio in quella situazione drammatica che potrà ritrovare il senso autentico della propria vocazione. Moltiplicarsi nella terra del nemico, favorire la prosperità di chi ha operato per annientarlo, ecco la ricetta paradossale che Dio ora affida ai suoi. Beninteso, con una promessa per il futuro: chi sceglie di conservare tutto e resta attaccato a un passato glorioso ma irrimediabilmente trascorso rischia di perdere anche se stesso, mentre chi è disponibile a perdere ogni bene materiale riavrà i suoi giorni e anzi li conquisterà come preda di guerra, dimostrandosi in tal modo il reale vincitore (è il tema, così caro al profeta, della "vita come bottino", che torna ripetutamente nella sua predicazione).

E a nulla serve l'illusione di poter riprendere in fretta le consuetudini amate: la circoncisione, le preghiere, i sacrifici, in quel frangente, andavano consegnati al passato. Israele era, in esilio, chiamato a reinventarsi da capo stili di vita, codici comportamentali, linguaggi. Con coraggio, senza timore, accettando il rischio dell'incertezza: anche se il nuovo, lo sappiamo bene, in genere fa paura e ci rende spaesati.

Nel suo itinerario, Manuela incontra una serie di figure che molto ama e che sono ancora in grado di fornirci delle chiavi di lettura importanti per l'oggi: da Buber a Panikkar, da rav Hartman a Etty Hillesum. E parecchi altri. (...)"

Dalla Prefazione di Brunetto Salvarani.

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