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Ascoltando Primo Levi

Lavoro, narrazione, etica

 

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Trovare un senso nel proprio lavoro è diventata una sfida. La necessità di riappropriarsi di un significato intrinseco alla dimensione lavorativa trova una risposta in una semplice e geniale riflessione di Primo Levi: niente ha senso se vissuto in una situazione totalizzante o eccessivamente semplificata. Anche il lavoro è costituito da complessità.

L'incontro dell'autore con l'esperienza manageriale e la sorprendente attualità della scrittura di Primo Levi stimolano una riflessione contro la deriva individuale e collettiva che oggi minaccia quotidianamente il lavoro. L'esperienza organizzativa è salvifica se ricerca una corrispondenza con la complessità del vissuto degli attori dell'organizzazione, se si fonda su un io autonomo e pienamente espresso che può aspirare all'autorealizzazione.

È necessario includere la complessità, valorizzare la narrazione del singolo vissuto, ammettere la zona grigia dell'ambiguità per porre gli esseri umani di fronte alla responsabilità etica delle scelte individuali possibili.

«Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra; ma questa è una verità che non molti conoscono [...] È malinconicamente vero che molti lavori non sono amabili, ma è nocivo scendere in campo carichi di odio preconcetto: chi lo fa, si condanna per la vita a odiare non solo il lavoro, ma se stesso e il mondo. Si può e si deve combattere perché il frutto del lavoro rimanga nelle mani di chi lo fa, e perché il lavoro stesso non sia una pena, ma l'amore o rispettivamente l'odio per l'opera sono un dato interno, originario, che dipende molto dalla storia dell'individuo, e meno di quanto si creda dalle strutture produttive entro cui il lavoro si svolge» - Primo Levi

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