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Cibo per Nutrire l'Anima

Ringiovanire mangiando

 
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  • Prezzo € 9,00 invece di 18,00 sconto 50%
  • Tipo: Libro
  • Pagine: 442
  • Formato: 17x24
  • Anno: 2010

  • Sconto

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«Mangiare bene diventa un altro modo in cui manifestiamo l'amore per noi stessi, una maggiore connessione con la nostra Anima»

Grazie a Cibo per nutrire l'Anima, con pochi accorgimenti saremo in grado di mangiare entrando in risonanza con l'Anima e intraprendere il sentiero della consapevolezza interiore. Come? Basta modificare il nostro approccio al cibo, che non significa soltanto mangiare di meno o di più. E neppure negarsi categoricamente una splendida lasagna al pranzo di Natale, o della deliziosa torta al compleanno dell'amico del cuore.

Nel nostro stile alimentare la qualità è importante quanto la quantità. Scegliere di nutrire l'anima significa mangiare con amore ciò che è stato coltivato con amore, preparato con amore e servito con amore. Nella pratica di tutti i giorni impareremo quindi a scegliere gli ingredienti giusti, ad entrare in risonanza col cibo che prepariamo per noi e per le persone che amiamo.

Apprenderemo come acquisire consapevolezza di tutte le sensazioni sprigionate da un piatto cucinato con affetto. Scopriremo come ringiovanire godendo fino in fondo dei veri piaceri della tavola, e migliorando contemporaneamente la nostra salute fisica e spirituale. E, cosa più importante, imparando a coltivare un rapporto sano con il cibo impareremo ad amare totalmente noi stessi.

Per farlo, Maureen Whitehouse ci illustra diversi tipi di alimentazione, come la cucina macrobiotica, la ayurvedica, il food combining e tanti altri. 

"Proprio come una splendida opera d'arte si crea mediante un'interazione costante tra l'artista e la tela, così anche un pasto che soddisfa l'anima è il risultato dell'attenzione, della cura e del contatto col cibo messi in atto dal cuoco. Il vostro stato di coscienza si espanderà. Comincerete a percepire la forza vitale che fluisce da voi verso il cibo, e viceversa. Quindi risulta chiaro quanto sia importante agire in base a una presenza consapevole mentre siete impegnati nella preparazione degli alimenti, non solo per voi stessi, ma anche per coloro a cui li servite. Il cibo risulta nutriente al massimo per l'Anima se è preparato con cura e amorevolezza, quando è ben pulito e maneggiato attentamente. Cucinare può a ragione essere considerato come un atto di auto-espressione e creatività.

Questo libro si propone di fornire informazioni chiare e concise su di un modo di mangiare che promuoverà al meglio la risonanza con la vostra Anima. Dapprima "digerite" l'approccio, in seguito adattatelo in base al vostro personale stile di vita e alle vostre abitudini e preferenze. Soltanto voi potete decidere come mettere in pratica i suggerimenti del libro per ricavarne il massimo beneficio. Solo voi conoscete il sentiero più giusto per voi stessi. Inoltre voglio sottolineare questo: Voi lo conoscete realmente! Nessun altro lo può sapere. Stando in contatto con la vostra Anima, essendo realmente consapevoli, potete conoscere voi stessi e come procedere nella direzione migliore."

Maureen Whitehouse 

AUTORE

Maureen Whitehouse è un’esperta nutrizionista. Dopo aver lavorato come modella e attrice, ha vissuto il risveglio spirituale nel 1996. Da allora ha passato la sua vita aiutando gli altri a migliorare il proprio potenziale.

Le vostre recensioni

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Scritto da: - 1 agosto 2013

Libro da avere assolutamente,molto ben articolato e soprattutto veritiero,alcuni alimenti incidono sulla salute della nostra anima.

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Scritto da: - 18 maggio 2013

Gli Italoamericani e la cultura del cibo: originario, completamente naturale e cucinato da zero. Intervista a Maureen Whitehouse, autrice di "Cibo per nutrire l’anima". Ringiovanire mangiando (Bis Edizioni 2009), 460 pp. A cura di Nicoletta Cherubini, traduttrice dell’opera.

NC Maureen Whitehouse, lei è autrice di Soul-Full Eating, un best seller pubblicato in traduzione italiana col titolo di "Cibo per nutrire l’anima", che offre al lettore una esauriente e aggiornata mappa dell’alimentazione sana e consapevole. Nel libro talvolta lei ricorda gli abbondanti pasti all’italiana che venivano consumati nella sua famiglia.
MW Una delle tipiche storie raccontate da mia madre era che il giorno in cui sua madre morì di infarto nel suo posto preferito –la spiaggia-- aveva in borsa un “panino unto, farcito con uova e peperoni”. “E’ quello che l’ha uccisa,” diceva sempre mia madre, “quel panino bisunto che le piaceva mangiare quasi ogni giorno. Ecco cosa l’ha accoppata.” In effetti mi ricordo di aver assaggiato proprio quel delizioso sandwich un giorno in cui ci recammo in spiaggia con mio zio Lou e mia zia Filomena. Mi piacque molto, ma mentre me lo gustavo ricordo ancora la smorfia dipinta sul volto di mia madre! Fu la prima e ultima volta che consumai un panino del genere fino a quando non passai un periodo in Italia per fare la modella a Roma e Milano. Mi ricordo di aver pensato che o mia nonna era orgogliosa di me, oppure si stava rivoltando nella tomba!

NC Come è riuscita a conciliare la passione gastronomica con la carriera di modella?
MW Non ho veramente mai dovuto preoccuparmi del mio peso. Almeno finché non sono diventata modella nel settore della moda, obbligata ad avere il fisico di un grissino. E’ stato allora che il cibo –che amavo tanto—divenne una specie di maledizione…Avevo cominciato a fare la modella a New York City, ma solo qualche mese dopo mi ero ritrovata a bordo di un aereo diretto a Milano. Era la prima volta che andavo in Europa: che splendido modo di cominciare a girare il mondo e fare il mio ingresso fra le modelle internazionali! Adoravo Milano, fare carriera, uscire sulle copertine di riviste e sulle pagine pubblicitarie, ma c’era un piccolo problema: andavo pazza anche per lo strabiliante cibo italiano! Così mi ricordo di molte passeggiate serali lungo strade affollate nell’ora di punta, mentre lasciandomi trasportare dal flusso pedonale mi soffermavo solo il tempo necessario per sbirciare nelle vetrine di qualche panetteria, morendo letteralmente dietro alle ghiottonerie di giornata –fantastici dolci, torte, biscotti e varietà di pane— in pratica tutti i miei cibi proibiti prediletti! Proprio in Italia ho capito che, nonostante mia madre pensasse che avrei potuto sempre “mangiare tutto quello che volevo”, i clienti dell’agenzia di pubblicità e i titolari di riviste che dovevo convincere a usare la mia immagine per vendere i loro prodotti avevano un concetto ben diverso di essere “magri”. La moda di allora esigeva l’aspetto di un vero e proprio stuzzicadenti... Quindi ho fatto la brava, concedendomi uno strappo alla regola solo di tanto in tanto, magari consumando una porzione in più di gnocchi o di pane italiano appena sfornato (come quello che immaginavo sarebbe riuscita a preparare solo mia nonna!). Alla fine, l’ultima settimana in cui ero a Milano sono tornata in tutte le panetterie in cui non avevo mai osato entrare e ho mangiato “uno di tutto” di quei dessert decadenti che mi avevano sbeffeggiata per tutti quei mesi. Credo di essere ingrassata di tre chili e mezzo in una settimana!

NC Cos’hanno di tanto speciale per lei gli gnocchi? Sono forse un simbolo di piacere gastronomico?
MW Ho davvero un ricordo molto vivido della prima volta in cui ho assaggiato gli gnocchi: quell’esperienza si è impressa per sempre nella mia mente. Non avevo idea di cosa fossero, quando la persona con cui cenavo li ha ordinati per me. Mi hanno messo davanti dei bocconcini fatti di una deliziosa pasta di patate che nuotavano in una stupenda salsa cremosa a base di formaggio e quando, esitando, ne ho gustato uno, ho avuto la sensazione di essere passata nell’aldilà e di trovarmi in paradiso! Riesco ancora oggi a percepirne il sapore mentre ne parlo. Dopo, fui sorpresa ancor più di sapere che quello era solo un primo di pasta e c’erano altre tre portate da consumare! Che splendido modo di mangiare!

NC Lei è figlia di madre italo-americana di prima generazione cresciuta a Brooklyn in un quartiere di emigrati italiani. Che ricordi del cibo le ha trasmesso sua madre da bambina?
MW Ecco cosa mi raccontava e scriveva mia madre sulla sua educazione italo-americana: “La cucina era il centro della nostra vita familiare. Come in ogni casa italiana di Brooklyn, era il cuore di ogni attività. Tutti i miei ricordi d’infanzia iniziano o confluiscono proprio in questa stanza: l’aroma della farina di semola e di una ricca salsa di pomodori coltivati in casa, il forte profumo dell’aglio –anch’esso coltivato in giardino—e il grande tavolo in legno della cucina su cui mia madre stendeva la pasta e i ravioli. Alla fine li deponeva su panni puliti sopra un letto finché non si seccavano e li cucinava per cena sulla stufa a legna, che serviva a far bollire l’acqua e a riscaldarci quando ci stringevamo tutti intorno ad essa. Il nostro cibo era sempre Fresco, Fresco, Fresco! Ricordo quando mio padre ed io andavamo al mercato avicolo e guardavamo le galline che starnazzavano, e poi mio padre ne indicava una; a quel punto il venditore prendeva una mannaia e, con una sola mossa esperta, la decapitava. Ero molto piccola e mi faceva star male vedere quella gallina senza testa che continuava a correre in cerchio! Ricordo che piangevo, mentre tutti la gustavano a tavola e proprio mi sfuggiva il perché fossero così soddisfatti della cena.”

NC C’è qualche immagine legata al cibo tramandata dai suoi nonni materni italiani, emigrati in America?
MW I nonni erano di Salerno e di Napoli. Entrambi sono morti prima che nascessi e la sola foto che ho visto di mia nonna, a parte quella del suo matrimonio, la ritraeva mentre faceva i ravioli a partire da zero, stendendo la sfoglia su un grande tavolo di legno ben infarinato. Ricordo che da bambina la osservavo per ore, chiedendomi che tipo di persona fosse stata. Aveva l’aspetto di una donna bellissima, in piedi davanti a quella sfoglia di pasta pronta da tagliare, con le mani e un ciuffo di capelli infarinati mentre se ne stava orgogliosa nella cucina del suo appartamento di Brooklyn. Mia madre spesso diceva di lei: “Era la persona più dolce del mondo.” Le uniche storie che ricordo di aver sentito mille volte sul nonno erano quelle sulle strabilianti viti che crescevano nel suo orto e di quando ogni anno tutta la famiglia si riuniva per pressare i grappoli camminandoci sopra. E anche che ogni pasto cominciava con lui che diceva: “Mangia questa bread” –che credo fosse un suo modo per dire, metà in italiano e metà in inglese: “Mangia questo pane!”. Secondo mia madre era un tiranno, perciò il fatto di mangiare molto bene, e di finire tutto quello che c’era nel piatto, sembrava essere una componente vitale e importante del menage familiare.

NC “Non lasciare nulla nel piatto”: un retaggio di antica povertà, un prezioso concetto anti-spreco ormai lontano nel tempo. Anche i suoi genitori la costringevano a mangiare tutto?
MW No, mia madre non ci ha mai imposto di ripulire il piatto, né ci ha costretti a mangiare come una “tipica madre italiana”, perché credo che dentro di sé fosse convinta che “meno significa di più,” essendo cresciuta in una famiglia dove l’onnipresente mantra era: “Mangia, mangia, mangia!”. E poi, naturalmente, lei ci teneva ad essere americana. Ricordo che, a volte, si cenava con una ciotola di cereali, se ci andava di più del cibo che lei aveva cucinato; e la cosa non sembrava importarle affatto, purché non diventasse un’abitudine. Questo perché mia madre era cresciuta in una casa dove il fatto che tu volessi mangiare o meno non era altrettanto importante dell’obbedire a un padre che troneggiava sopra di te con “quello sguardo” dicendoti: “Mangia!” e allora tu mangiavi; o “Aspetta!” e tu aspettavi; o “Capish?” e tu annuivi e dicevi “Sì, ho capito”, anche se non era affatto così! Quindi no, mia madre non ci ha mai forzati a finire tutto né a spolverare i piatti, piuttosto la sua regola ferrea era che tutto a tavola dovesse essere fresco! Niente cene a microonde da mangiare davanti alla TV, niente cibi in scatola né surgelati –perfino in un’epoca in cui questo faceva già tendenza in un gran numero di famiglie americane. Mia madre spesso mi diceva: “Sei un tale scricciolo, se fortunata ad essere alta, potrai mangiare sempre quello che vorrai”. Ma non mi ha mai detto né cosa né come mangiare... continuava solo a ripetere che avrei potuto mangiare qualunque cosa io volessi. Ricordo che qualunque cosa ci desse da mangiare era sempre offerta con amore, mai con coercizione o manipolazione o con un senso di minaccia.

NC E il cosiddetto junk food o “cibo spazzatura”? Entrava nella cucina di casa vostra o era proibito?
MW In casa nostra non c’era molto cibo da mangiare “per golosità” come il junk food, perché mia madre “non ci ha mai creduto”. Infatti lei riteneva che gli ingredienti stessi fossero alimenti! Non era necessario che una mela fresca, una patata al forno, delle carote o del formaggio fossero combinati in una ricetta per diventare alimento; al contrario, molto spesso li consumavamo da soli. Sono certa che questa “componente di amore” del suo rapporto col cibo l’aveva ereditata da sua madre, per poi trasmetterla a me... voglio dire, il fatto che secondo lei i nostri alimenti dovessero essere naturali: “originali, completamente naturali e preparati da zero”. Questo valeva a meno che non si avvicinasse un’occasione speciale o una festa, nel qual caso si preparavano elaborati banchetti, o che mio padre ci portasse a fare la spesa al supermercato. Allora sì, che ci si divertiva! Ci comprava gelato e dolci, patatine e perfino caramelle, quasi due carrelli pieni; e mi ricordo che gran parte di quei cibi, una volta entrati in casa nostra, non restavano a lungo nella credenza. Mia madre per poco non lo uccideva. Quando la spesa la faceva lei, venticinque dollari bastavano a sfamare una famiglia di sei persone per una settimana. Penso che fosse tutta questione di novità; oltre tutto, avevo un fratello maggiore, quindi divoravamo tutto in men che non si dica. Comunque eravamo una famiglia a cui piaceva fare sport e bruciavamo in fretta tutte quelle calorie e poi era molto raro che restassero in giro degli avanzi di buon cibo.

NC Ma lei stessa, italo-americana di seconda generazione cresciuta a East Rockaway, Long Island, da chi ha ereditato la passione per la buona cucina?
MW Mia madre per così dire era una “italiana particolare”. Come americana di prima generazione la sua maggiore aspirazione era quella di esserlo in tutto e per tutto. Era la minore di sette fratelli e non volle mai imparare l’italiano né farsi i forare i lobi delle orecchie, poiché provava imbarazzo per le sue origini e per il piccolo appartamento lungo la ferrovia nel quale era cresciuta. Così fece di tutto per nascondere la sua vita domestica ai suoi compagni di scuola. Quando era alle medie diventò campionessa di nuoto, quindi tutte le sere, quando tornava dagli allenamenti, trovava sui fornelli un piatto di pasta col sugo o con le polpette di carne, o una parmigiana che le avevano messo da parte, pronti da riscaldare e da consumare con l’onnipresente pane. Perciò nel crescere mia madre non ha mai avuto un forte coinvolgimento nella preparazione dei cibi.

NC Quindi non è stata sua madre a insegnarle le ricette italiane di famiglia?
MW Sono state le zie a insegnarmi gran parte di ciò che so cucinare in fatto di cibo italiano, più o meno allo stesso tempo in cui mia madre imparava alcune delle nostre ambite ricette di famiglia. Prima delle feste spesso mi recavo da mia Zia Maria, che abitava solo a qualche isolato di distanza, per raggiungere lei e sua figlia in cucina, dove salivo in piedi su una sedia per poter arrivare al lavandino e aiutarla a lavare e tagliare le verdure fresche. Svolto quel compito, spingevamo la sedia vicino ai fornelli, dove combinavamo tutti gli ingredienti per fare la “salsa segreta”. Poiché letteralmente adoravo cucinare sin da quando ero piccola, mi fu detto che in famiglia sarei stata la sola della mia generazione a imparare i segreti del perfetto sugo all’italiana, e che era mia responsabilità tramandarli, mediante la pratica e il passaparola. Era un vero onore, tenendo conto che mia zia Maria diceva sempre: “Se il sugo non è buono, il pranzo non vale niente!”

NC Per le feste, come si mangiava da voi? E invece cosa c’era a tavola di solito, visto che suo padre era irlandese?
MW La vigilia di Natale c’era il cenone più sontuoso di tutto l’anno. La tavolata spesso consisteva in due o tre tavoli uniti. C’era... di tutto! Ma i miei cibi preferiti erano la ricetta speciale di mia madre, una torta di savoiardi versione “tiramisu” e i suoi particolarissimi bigné alla crema italiani! I nostri pasti quotidiani invece erano abbastanza normali: molti stufati o bistecche con patate; ma i pranzi festivi, e molto spesso anche le cene della domenica sera, erano dei veri e propri banchetti. Sì, mia madre sapeva davvero cucinare! Comunque, non credo ne avesse voglia molto spesso... D’altra parte io, invece, non ne avevo mai abbastanza! Quindi, appena ho avuto l’età per ereditare il “mestolo d’oro” di famiglia, quel trofeo mi è stato conferito e da allora ho finito per far da mangiare ai miei quasi ogni giorno…

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Scritto da: - 21 ottobre 2010

Più che un libro si tratta di un tesoro da leggere con la dovuta calma ed attenzione poichè davvero ogni pagina letta è un prezioso consiglio su come affrontare aspetti della vita che sottovalutiamo, dall'alimentazione alla meditazione e molto altro. Ho letto montagne di libri sul tema e questo è uno di quelli in assoluto che preferisco, documentato riccamente, alla portata di tutti, aperto su più fronti, scritto con il cuore e con intelligenza. Mi piace molto, lo tengo a portata di mano tutti i giorni. Straordinario!

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Scritto da: - 6 maggio 2010

E' da molto tempo che leggo libri sull'alimentazione sana. Purtroppo finora tutte le opere veramente "di mente aperta" e libere di condizionamento sociale/mediale - ma solo basate sull'evidenza scientifica (non sempre comoda)......sono in lingua Inglese. Quando il mio marito ha trovato questo libro, non potevo credere che FINALMENTE uno di questi libri che CAMBIANO LA VITA ha trovato la strada per l'Italia. Da comprare assolutamente - potrebbe essere il libro più importante della tua vita!!

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