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Il Peccato di Adamo

La dimensione narcisistica fra psicoanalisi, epistemologia e letterartura

 

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Il peccato di Adamo, che per Dante consiste nel «trapassar del segno», così come il follo volo di Ulisse, rappresentano per la psicoanalisi il simbolo di una delle tendenze fondamentali della psiche umana. Dietro queste imprese trasgressive, che sfidano apertamente i limiti che Dio ha imposto all'uomo, si cela la fantasia narcisistica per eccellenza: il desiderio di ricomposizione della fusione primitiva che assume la forma fantasmatica di un ritorno al ventre materno.

In quest'ottica, la presa di coscienza della separazione dalla madre è vissuta come un avvenimento tragico che trova nel mito dell'Eden ed in particolare nella cacciata di Adamo ed Èva, la sua più precisa illustrazione. Il narcisismo, dal momento che tende all'annullamento della traccia dell'Altro nel desiderio dell'Uno, è la prima e più immediata risposta a questo trauma: fuori dall'Eden Adamo cambia nome e diventa Narciso.

Pertanto, l'originaria apertura al mondo, che alcuni filosofi considerano come la caratteristica distintiva dell'uomo, lungi dall'essere una condizione esistenziale incontrovertibile, appare costantemente contrastata dalle spinte narcisistiche tese alla negazione dell'Altro, dell'Esterno, del Nuovo e dell'Ignoto. La riflessione epistemologica non può eludere la dimensione narcisistica proprio perché i movimenti psichici che la definiscono concorrono a strutturare un rapporto uomo-mondo all'interno del quale il pensiero sembra orientato contemporaneamente alla ricerca e all'evitamento dell'Ignoto.

In ambito epistemologico il narcisismo si configura così come quella componente del pensiero e della conoscenza che opera nel senso dell'autoconservazione e dell'autoperpetuazione, sia a livello soggettivo che trascendentale, attraverso la resistenza di fronte a tutto quanto potrebbe destabilizzare il sapere acquisito e istituzionalizzato.

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