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  • Prezzo € 17,50
  • Tipo: Libro
  • Pagine: 331
  • Formato: 14x22
  • Anno: 2007

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Questo libro dimostra che si può modificare la struttura fisica del cervello attraverso pratiche come la "meditazione profonda", sperimentate da secoli dai monaci buddisti.

Per decenni si è ritenuto che il cervello avesse una struttura fissa, determinata fin dalla nascita, destinata a deteriorarsi col tempo.

La scoperta della plasticità cerebrale ha radicalmente modificato questa concezione: oggi si sa che il cervello ha la capacità di creare nuovi neuroni anche in età avanzata, di riprogrammare le proprie reti neurali, di superare danni provocati da traumi o malattie.

AUTORE

Sharon Begley - Newyorkese, è senior columnistsulle pagine di "newsweek" e del "wall Street Journal". I suoi articoli di argomento scientifico,neurologia, fisica, genetica e astronomia le hanno portato nunerosi riconoscimenti.

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Scritto da: - 23 luglio 2009

La neuroplasticità, ossia l'innata capacità del cervello di adattarsi agli stimoli ed alle sollecitazioni che l'ambiente esterno ed i sensi fisiologici impartiscono di continuo, costituisce l'argomento fondante di questo libro e rappresenta, a mio avviso, una ghiotta occasione di apprendimento per quanti sono veramente interessati ad approfondire le doti straordinarie di cui dispone il nostro cervello.

Un'indagine serissima, in termini di contenuto sperimentale e di conclusioni logico-deduttive, accompagna il lettore, senza mai stancarlo o annoiarlo, alla scoperta di un territorio per lo più misterioso e affascinante, sfatando dogmi e false certezze, che da sempre riempiono il pensiero scientifico e inducono ad esplorare con più attenzione quelle abilità auto-rigeneranti e trasformative di quest'organo, del tutto insospettabili ai ricercatori del secolo scorso.

Ovviamente si tratta ancora di una scienza di frontiera, sperimentale e di avanguardia, che riesce a stupire e meravigliare per i risultati raggiunti e per quelle prospettive di sviluppo ulteriore che sembrano esserci, se solo si avrà il coraggio di finanziare e incoraggiare un simile percorso di ricerca e investigazione. Ma, i dati acquisiti sono davvero impressionanti ed è un merito dell'Autrice aver saputo presentarli in forma estremamente divulgativa e comprensibile a tutti, sebbene si tratti di risultati che hanno visto impegnati psicologi, psicoterapeuti, biologi, neurologi, studiosi del comportamento umano e animale.

Questo approccio multidisciplinare è l'aspetto che più voglio sottolineare, mi è davvero piaciuto l'intento dell'Autrice di offrire al lettore un punto di vista onnicomprensivo, che potesse presentare una materia così complessa ed esaminarla da diverse angolazioni, quasi a voler testimoniare che non è possibile addivenire a conclusioni univoche e solitarie, ma sempre nel pieno rispetto di conoscenze e culture diverse che possano interagire e influenzarsi reciprocamente. Ed è per questo motivo che la filosofia buddista viene spesso richiamata, al fine di agevolare la piena comprensione di concetti e deduzioni scientifiche che, in questo modo, trovano un substrato culturale di millenaria esperienza e consentono ai vari ricercatori di focalizzare meglio una conoscenza che appare davvero sconvolgente e inattesa.

Ad esempio, noi non siamo il nostro cervello, nel senso che non si può più parlare di un'eredità genetica ineluttabile, che condiziona lo sviluppo e l'espansione di tutta la nostra vita. Il DNA può essere enormemente influenzato dal potere della mente e dal comportamento, la volontà di produrre un certo risultato assume una valenza così dirompente tanto da poter dire che l'essere umano non è prigioniero del proprio genoma o di un'eredità morfogenetica immutabile, se solo si prendesse coscienza che un diverso modo di pensare può modificare realmente il nostro cervello.

E' ormai risaputo che la meditazione produce effetti di trasformazione strutturale e funzionale nel cervello e che l'esercizio mentale, nella fattispecie le tecniche di visualizzazione, può davvero indurre benefici e utilità a vantaggio di chi la pratica quotidianamente. Mi chiedo allora come mai ci siano ancora così tante resistenze mentali ad accettare simili attività che, a mio avviso, dovrebbero essere insegnate a scuola e incentivate anche a casa. Se è vero che la pratica della meditazione consente di raggiungere stati eccezionali di concentrazione, compassione, empatia e pazienza, non vedo per quale ragione non si debba consigliare un esercizio mentale del genere che, divenuta abitudine, potrebbe radicalmente mutare la nostra prospettiva di vita, affrancandoci da malesseri e sentimenti negativi, quali l'angoscia, la frustrazione, l'irrequietezza.

Un modo di dire ci insegna che "la felicità è un attimo" e che possiamo solo accontentarci di brevi istanti di pace, attimi fuggenti di serenità interiore che sono destinati per definizione a passare così velocemente da non lasciare segni durevoli e riconoscibili, sopraffatti come siamo dalle mille preoccupazioni che caratterizzano lo sfrenato ritmo della nostra vita. E, se invece non fosse così? Se invece la felicità può essere imparata attraverso un autonomo lavoro di pacificazione personale, mediata dalla meditazione? Lo studio scientifico dei monaci tibetani ha dimostrato proprio questo, si può anche non accettare una simile conclusione ma rimane il fatto di un'evidenza scientifica incontrovertibile.

Per chi volesse corrispondere con me, ecco la mia mail: alfocentauri chiocciola tiscali punto it

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