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Il Processo della Scimmia

La guerra dell'evoluzione e le profezie di un vecchio biochimico

 

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Il confronto in corso in America porta in realtà in primo piano una serie di questioni irrisolte. La scienza è infallibile? Se non lo è, dove passa la linea di confine fra ciò che è ipotetico, anche se probabile, e ciò che è assodato? Quale spazio hanno le religioni per pensare l'origine del mondo (e della vita)? E quale ruolo deve avere lo stato, se le due parti (scienza e fede) confliggono? Non sfuggirà a nessuno lo stretto rapporto fra queste questioni e quelle recentemente affrontate dal dibattito sulla bioetica.

Estate del 1925, Dayton, roccaforte battista nel Tennessee. Un giovane insegnante, John T. Scopes, viene processato (e condannato) per aver violato la legge che mette al bando l'insegnamento dell'evoluzione darwiniana. È il "processo della scimmia", il processo del secolo in America.

Nel dicembre del 2005 a Harrisburg si replica, ma a parti rovesciate. L'insegnamento del disegno intelligente è giudicato incostituzionale perché è una mera "progenie del creazionismo" e presuppone una "forza sovrannaturale". Sembra una sentenza definitiva, ma lo scontro su Darwin divide nel profondo la società americana, l'unica in Occidente a non essersi mai pacificata con la Grande Ipotesi del naturalista inglese e con la sua concezione della vita, al centro di una guerra che investe la natura stessa della democrazia e rispetto alla quale l'Europa appare invece inerte.

L'ordinaria coscienza popolare e l'establishment liberal si confrontano su quello che resta un punto dirimente dell'identità culturale occidentale: il ruolo della religione nella società, a partire dalla scuola pubblica. L'ideologia del darwinismo sociale ispira le grandi università e i centri di ricerca, dove in pochi decenni in nome dell'utopia scientista si è passati dalla genetica all'eugenetica. "È cominciato tutto con l'Evoluzione ed è finito con l'Eugenetica", scrisse già agli inizi del secolo scorso il cattolico Chesterton.

E proprio l'eugenetica si agita come un lugubre fantasma nelle dense pagine del libro di Giulio Meotti, e con essa si rivelano le più recenti "frontiere" della scienza, sempre attraversate per il "bene" dell'umanità, dalla procreazione artificiale all'eutanasia, alla distruzione degli embrioni (Erwin Chargaff parlò di una nuova "Auschwitz molecolare").

L'America è stata un terreno di coltura ideale per molti degli esperimenti scientifici più sconcertanti del '900 - nel 1927 la Corte Suprema degli Stati Uniti si espresse a favore della sterilizzazione degli unfit, degli inadatti, perché, come sentenziò il giudice Wendell Holmes, "tre generazioni di imbecilli sono abbastanza. Non vedo ragione per attribuire all'uomo un significato diverso da quello del babbuino". Da allora centomila americani sono stati sterilizzati, la maggior parte dopo la follia nazista.

Ma anche la cronaca più recente resta tremenda. Il caso Terri Schiavo è solo il più eclatante e la sua morte per denutrizione, voluta da un tribunale, dai medici e dal marito in nome della buona vita, non cessa di scuotere le coscienze. Ma forse è inutile pretendere il lume della pietà - della ragione - da chi ha paragonato i suoi tristi sorrisi a "girasoli che seguono il movimento del sole nel cielo".

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