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Prendendo spunto da un fatto realmente accaduto, questo libro narra la vita, ripercorsa attraverso flashback, di Lorenzo. Un ragazzo come ce ne sono mille altri ma che, ben definendo il proprio scopo nella vita, riesce a raggiungere una vetta apparentemente irraggiungibile.

È possibile riuscire ad affrontare e superare la perdita di entrambi i genitori in tenera età e tirare avanti in un mondo estremamente competitivo, senza soldi e senza prospettive?

È possibile, partendo dalla più sfortunata delle situazioni, concedersi il lusso di sognare più in grande di chiunque altro e riuscire a realizzare il proprio sogno, grazie alla convinzione, alla tenacia ed al supporto di persone fidate?

È possibile riuscire ad unire realmente l'aspetto imprenditoriale a quello solidale creando un modo completamente nuovo di intendere l'impresa?

Ed è possibile, infine, riuscire a realizzare l'impossibile ed accettare che ci venga portato via senza alcun senso in un batter di ciglia?

"Guardo quel mio gatto, seduto sulle gambe posteriori come un principe, quel mio gatto che mi ostruisce il passaggio, quel mio gatto che mi è stato accanto negli ultimi anni, nei momenti buoni e in quelli cattivi, consigliandomi con il suo silenzio, confortandomi con le sue fusa. Guardo quei suoi occhi gialli, immensi, tondi, fissarmi proprio come la prima volta che li vidi: vedo in quegli occhi lo stesso dolore, la stessa inquietudine; vedo la vita che se ne va."

Prefazione:

"Questo libro nasce dall'idea, evidente, di somatizzare la morte di un amico, inaspettata, cruda. Iniziai a scriverlo pensando che fossero solo pensieri su carta ma dopo alcune pagine mi resi conto che stava prendendo forma qualcosa di ben diverso...

Ho cercato di unire tutte le emozioni e i sentimenti che quel lutto mi ha provocato, ossia lo sconforto, l'indignazione, la perdita di fede e la volontà di rendere omaggio ad una persona, ad un amico, che è venuto a mancare prematuramente, insieme ad un progetto che avevo in mente già da alcuni anni, quando lessi l'autobiografia di Yunus, l'ideatore del microcredito.

Sempre più forte in me, nel corso degli ultimi anni, in particolare dall'inizio della crisi, ha preso forma la convinzione che l'essenziale nella vita di ogni essere vivente fosse di poter vivere con dignità, indipendentemente da tutte le incognite negative che ci vengono poste lungo il cammino; indipendentemente dalla mancanza di soldi, dalla presenza di una malattia, dall'età, dal sesso, dal colore, dall'essere un essere umano oppure un animale: tutti hanno il diritto di vivere una vita dignitosa.

Ed ecco che mi balenò in mente un'idea: eliminare la differenza tra business e solidarietà, così come descritto nel libro.

Ciò di cui parlo nel libro ho provato a metterlo in pratica, con evidenti difficoltà ma ricevendo anche tantissime soddisfazioni, nella vita reale creando ARUKE SRL che, di fatto, si pone come la prima Srl di beneficenza in Italia e che ha il duplice fine di generare ricchezza e di donare ricchezza a progetti concreti, solidali e locali."

Alberto Beltrame

APPROFONDIMENTI

Estratto del libro:

"23 Luglio 2005, Ore 21.00, Forte dei Marmi.

Saldo conto corrente: circa un milione. Ben lontano dal mio obiettivo ma già mi credo ricco, già ho rallentato.

Sono a Forte dei Marmi con degli amici, festeggio il mio ventitreesimo compleanno. Tra i miei commensali non ci sono né Tony, che non vedo da più di sei mesi né Erika, con cui è finita sempre circa sei mesi fa.

Saldo conto corrente sei mesi fa: circa un milione di euro. Negli ultimi sei mesi ho speso esattamente tutto ciò che ho guadagnato. Con entrambi ho discusso per lo stesso motivo: il mio stile di vita. Nel credermi già arrivato, dimostrando a me stesso di riuscire a guadagnare un sacco di soldi in pochissimo tempo e, molto probabilmente a causa della fine prematura dei miei genitori, ho iniziato a godermeli, quei soldi, ho iniziato a circondarmi di persone oltremodo benestanti e, per non sembrare inferiore a loro, offro sempre io; organizzo io le serate, i tavoli in discoteca, le vacanze. Ho condotto questa vita per tutto l’ultimo anno.

Nel primo semestre sia Erika che Antonio apparivano contenti del mio successo, sembravano felici di uscire spesso a ballare, dei weekend in montagna, dei weekend al lago, dei weekend al mare. Con moderazione e calma entrambi cominciarono a dirmi che forse stavo esagerando, che forse stavo buttando via troppo denaro in cose inutili, che forse stavo uscendo un po’ troppo spesso, che forse quando si usciva avevo iniziato a bere un po’ troppo, che forse le persone intorno a me non mi erano poi così amiche come credevo. La goccia che fece traboccare il vaso e che fece iniziare una discussione con entrambi fu proprio questa frase, detta da Tony mentre eravamo in auto, insieme a Erika e Giovanna, di ritorno da un weekend a Cortina.

Al sentire quelle parole la mia risposta di cattivissimo gusto fu:

– Magari non saranno veri amici, ma loro non passano tutto il tempo a criticarmi e, soprattutto, se non ci fossero loro mi ritroverei da solo con voi tre. –

Non so perché mi uscii detta quella frase, così poco elegante, così poco sincera, così poco delicata. Fatto sta che la dissi e da quel momento persi sia il mio miglior amico sia la mia morosa.

Ciò che di meglio mi era capitato nella vita perso per una frase detta in un momento di profonda stupidità.

Ma la vita della notte, fatta di champagne, vodka, luci colorate che offuscano la mente, musiche a tutto volume, bassi che fanno tremare il cuore, donnine dai facili costumi e molto divertimento ti imprigiona a sé e quando conti qualcosa in questa vita è difficile scegliere di abbandonarla; sai che non è altro che un riflesso della vita vera, che intanto ti passa accanto senza che tu te ne accorga. È come una droga. Sai che di fondo è sbagliata ma fai fatica a smettere.

Questa sera mi trovo circondato di persone di cui so ben poco e di cui mi interessa sapere ben poco. L’importante è trascorrere una bella serata, divertirsi, ridere, ballare, ubriacarsi e scherzare.

Così faccio.

Mi sveglio in hotel, è mattina, al mio fianco una ragazza conosciuta qualche giorno prima; molto bella, molto simpatica, forse anche intelligente, non ho mai approfondito, non ne ho la curiosità.

La sveglio dolcemente e le dico di vestirsi che andiamo in centro a fare colazione e poi un po’ di shopping. Passiamo davanti una vetrina di una gioielleria dove tra i luccichii e i diamanti un orologio, un Patek, regna sovrano.

Mi avvicino a guardarlo, è bellissimo. Non ho mai portato l’orologio, né mai avuto un orologio importante però tutte le persone di successo lo portano, forse è ora che anche io ne sfoggi uno.

Entriamo e chiedo gentilmente alla commessa di farmelo vedere. Prima ancora di prenderlo, vedendo due ragazzi poco più che maggiorenni, ci dice:

– Costa venticinquemila euro – ma in verità quello che vuole farci capire è:

– Non fatemi far la fatica di tirarlo fuori che tanto non potete permettervelo. –

Le faccio un cenno che lo voglio vedere comunque.

Lo tengo in mano, lo osservo bene, è veramente bello.

La ragazza al mio fianco dice:

– Non porti l’orologio? –

– No, mai portato. –

– Allora, se ti piace, compralo. –

Chiedendo il permesso mi avvicino alla vetrina per poterlo ammirare alla luce del sole ed è lì che lo vedo, subito fuori dal negozio. Non so cosa mi abbia colpito, fatto sta che di colpo ho ridato l’orologio alla commessa, la quale mi ha guardato pensando “Come immaginavo, fatica per niente”. Esco dal negozio.

Mi inginocchio per non spaventarlo, un povero micio nero, non ancora adulto, non più cucciolo.

Cammina piano, barcollando. Nel muso ha una ferita tra l’occhio e l’orecchio sinistro.

L’ampiezza è quella di un pollice ma è la profondità ciò che più mi colpisce, profonda fino alla piccola scatola cranica. La ragazza mi segue fuori, guarda il povero micetto e dice:

– Oh, poverino. Dai andiamo Lori, continuiamo a guardare negozi. –

In un flash di un istante infinito mi tornano alla mente Buddha, Gesù, Maometto, Lao Tzu, Einstein; mi tornano alla mente tutti gli studi fatti per cercare di comprendere la vita, la morte e il tutto. Mi alzo un secondo, le vado incontro e le metto in mano una banconota da duecento euro.

– Dovrebbero bastarti per tornare a casa. –

Lei mi guarda incazzata e al contempo sbalordita mentre con molta calma me ne ritorno dal

gatto.

Mi inveisce contro: – non sono mica una puttana – urlando così forte da far girare tutti i passanti e da spaventare il povero micio e, alla fine, si allontana con i soldi in mano.

Rimango lì accovacciato a guardarlo, non scappa. Che strana situazione: non sono mai stato particolarmente attratto dagli animali, non ne ho neppure mai avuto uno, nemmeno durante gli anni della mia infanzia; eppure in questo momento un micio sconosciuto, seduto proprio di fronte a me mi pare essere la cosa più importante dell’universo intero. Sollevo gli occhiali da sole sulla testa; lo fisso bene negli occhi, riesco a vedere tutta la sua sofferenza, tutto il dolore che sta provando. Lo guardo fisso negli occhi e una domanda ritorna alla mia mente, una domanda dimenticata da qualche anno, una domanda sepolta sotto litri di milioni di bollicine nell’ultimo periodo della mia vita, una domanda che mi aveva fatto dubitare di tutto, che mi aveva fatto crescere, che mi aveva fatto acculturare, che mi aveva reso, se non unico, almeno raro. Lo guardo negli occhi, in quei profondi occhi gialli e sono quegli stessi occhi, pieni di dolore e confusione, a pormi la domanda: dove va a finire la vita quando finisce?

Mi avvicino lentamente e lo prendo, lo tengo in braccio, accenna delle fusa, non si ribella, non graffia e non morde, mi sollevo e i fortissimi raggi del sole di luglio mi colpiscono accecandomi; mi abbasso gli occhiali e lo guardo.

– Il tuo nome sarà Apollo, hai portato il sole, mi hai fatto rivedere la luce – gli dico mentre cammino senza una direzione ben precisa ma cercando di capire dove posso trovare un veterinario.

Ripeto a voce alta la domanda, rivolgendomi al mio piccolo, sofferente nuovo amico:

– Dove va a finire la vita quando finisce? –

Lui mi fissa sempre, completamente abbandonato nelle mie braccia.

– Tranquillo Apollo, farò in modo che tu non lo scopra oggi.–"

Alberto Beltrame

AUTORE

Alberto Beltrame, classe 1982, veneto, è un imprenditore attivo principalmente nei settori siderurgico, immobiliare ed energetico. Insegnante di Kung Fu Wing Tzun, vive a Riccione insieme alla moglie Chiara, dove è impegnato anche nel sociale.

Le vostre recensioni

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Scritto da: - 29 dicembre 2015

Incredibilmente scorrevole profondo e interessante, un racconto ispirato ad una storia vera che aiuta a riguardare verso la luce, verso la vita verso la creatività. Fare impresa e creare ricchezza per tutti non è un utopia dopo aver letto questo libro Il romanzo piu' originale dell'anno

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