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Un Giardino dell'Eden

 

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Siddharta è un trentacinquenne scapestrato che vive di qualche traduzione e di una piccola rendita. A suo modo è una persona molto spirituale ma non crede in Dio… e nemmeno nell’uomo. Odia la città ed ama le comuni e gli stili di vita “alternativi” ma ha le idee decisamente confuse. Lascia la sua fidanzata, Camelia, militante impegnata in ambito ecologico ed antagonista e conosce una crisi profonda.

Seguendo la sua attitudine nomadica, girovaga tra una comune, una casa di amici, una comunità spirituale…sino ad approdare in India. Vive qualche tempo a Varanasi, dove gli hindu sperano di morire per l’ultima volta e nella futuribile ed ecologica città di Auroville, in fondo al subcontinente. Si ritrova più di una volta solo per perdersi ancora.

La storia di un’inquietudine profonda, di una ricerca — antica come l’uomo — del paradiso perduto.

AUTORE

Manuel Olivares, sociologo di formazione, vive e lavora tra Londra e l’Asia. Esordisce nel mondo editoriale, nel 2002, con il saggio Vegetariani come, dove, perchè (Malatempora Ed).

Negli anni successivi, ancora con Malatempora, pubblicherà: Cornimi, comunità ed ecovillaggi in Italia (2003) e Comuni, comunità, ecovillàggi in Italia, in Europa, nel mondo (2007). Nel 2009 fonda l’editrice Viverealtrimenti, per esordire con Un giardino dell'Eden, il suo primo testo di fiction e Comuni, comunità, ecovillaggi, il suo terzo su un antico e moderno movimento di comunità sperimentati ed ecosostenibili. Nel 2011 pubblica Yoga based on authentic Indian traditions, il suo primo libro in inglese (tradotto, nel 2013, con il titolo Yoga dall'autentica traditone indiana) e Barboni sì ma in casa propria, una raccolta di racconti e poesie.

Nel 2012 pubblica Con ]asmuheen al Kumbha Mela, dipanando un interessante accostamento tra new age e tradizione.

Gesù in India? ha preso corpo in circa dieci anni di studi e ricerche sul campo (prevalentemente in Kashmir, Punjab e Ladakh) avendo costantemente come base la città santa di Varanasi dove l’autore ha speso, nel periodo suddetto, la maggiorparte del suo tempo.

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Scritto da: - 9 luglio 2012

Alla ricerca del paradiso perduto. Tracciare percorsi di vita come linee di congiunzione da un luogo all’altro dell’esistenza alla ricerca del proprio io trova nel linguaggio narrativo una delle soluzioni più indicate ed efficaci. Fare chiarezza nel proprio essere, discernere il bene dal male è lo scopo primario di ognuno nel cercare il senso della vita. Questo il tema centrale del romanzo di Manuel Olivares Un giardino dell’Eden (Edizioni Vivere Altrimenti). Tutto inizia con la fine della storia d’amore tra il protagonista Siddharta, traduttore che vive della rendita del suo appartamento di Roma e Camelia, anticonformista e rivoluzionaria. Siddharta figlio di due hippies, e di una consolidata e benestante borghesia occidentale, entra in crisi e intraprende un percorso di conoscenza interiore e di crescita alternativo agli standard convenzionali. Inizierà a viaggiare per il mondo alla ricerca di se stesso, della verità e di quel paradiso perduto che solo l’amore può realizzare. Tuttavia non sceglie liberamente questo percorso, che comunque non si addice completamente al suo vero sentire, ma si ritrova in determinate realtà, talvolta eccessive, suo malgrado. La storia con Camelia gli procurerà grandi gioie e grandissimi travagli interiori. Proprio questo incontrollabile sentimento lo porterà a indefinite solitudini, a conoscere il dolore, la disperazione e persino alla negazione del bello e della vita stessa per certi aspetti. Siddharta è alla ricerca disperata della pace interiore, dell’equilibrio della sua smembrata anima continuando a perdersi nella dilagante e devastante disperazione che lo accompagna fedelmente da quando quella relazione si è conclusa. Per quanto possa viaggiare e sperimentare stili di vita diversi e alternativi, cercando di trovare un equilibrio nella sua vita, non riesce a dimenticarla. Camelia è il suo “Giardino dell’Eden”, ovvero una felicità precaria e instabile, sicuramente non duratura. Ma questo sarà lo stimolo per la ricerca della vera conoscenza che lo porterà nella mistica India ove il tempo è sospeso e tutto si muove con la lentezza che gli permetterà infine di riflettere sui misteri dell’esistenza. Il viaggio e il suo approdo, così contrastante al vivere quotidiano, è anche evasione dal reale, dalla memoria, dalle responsabilità, senza mancare di essere voglia di conoscenza e pace. E.C.

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Scritto da: - 9 luglio 2012

Manuel Olivares è sociologo e inquieto viaggiatore attento a ciò che accade nelle comunità dei giovani, negli ambienti genericamente detti anarchici, tra quella popolazione insoddisfatta di come va il mondo e sempre in preda a cercare il senso recondito dell'essere, il fine dell'esistere. Questo libro è una sorta di versione italiana di On the road ovviamente con problematiche diverse, con alle spalle tutto ciò che nel frattempo si è vissuto e consumato alla luce di esperienze caotiche e non sempre piacevoli. Siddharta (il nome è mutuato da Hermann Hesse) ci dà immediatamente la misura di un cammino che si compirà verso luoghi che dovranno purificare e far ascoltare la voce del fiume, far palpitare l'anima occulta delle cose. Il protagonista ci riuscirà? Ha poca importanza, l'importante è viaggiare, incontrare gente, confrontarsi, chiudersi al mondo e poi ritornare a germogliare rispecchiandosi in un universo che sembra essere in depressione e sfaldarsi sulla ruota delle abitudini. Siddharta non si ferma un attimo, e Camelia è soltanto il primo arco di ponte su cui egli veleggia per andare oltre se stesso. Ed ecco Betania, ecco il Montepulciano di periferia, ecco la comunità semi-monastica, ecco uno squat di campagna , ecco Daddy e poi Cinghiale Assetato e finalmente l'approdo ad Auroville. Ma il giardino dell'Eden? Esiste davvero o è soltanto ansia per scoprire che cosa c'è dietro le apparenze? Così ogni incontro ne sviluppa un altro, ogni pensiero ne fa conseguire un altro in un girotondo che non ha requie e che tuttavia fa cadere le scorie dall'anima. Si tratta quindi di una necessità che non ammette la quiete, la banalità dei rituali, che disconosce le occasioni imperanti del già visto e conosciuto. Siddharta è un uccello ubriaco di libertà, anche se non riesce a trovare il nido dove utilizzarla appieno o il cielo dove estendere le sue ali a piacimento in modo da poter dominare dall'alto. In effetti non vuole dominare, non combatte per egoismo, non si arrende alle regole che le varie società impongono e perciò vaga e vagando succhia il nettare del senso. C'è una pagina che chiarisce apertamente il fine di questo racconto ed è uno squarcio del colloquio che il protagonista ha con Cinghiale Assetato: "Qui si trova una cultura incredibilmente antica, incredibilmente densa e la vitalità, l'esuberanza di un popolo che sembrerebbe giovanissimo. È veramente una dimensione paradossale, un universo di caos, di enormi discariche a cielo aperto ed un paradiso terrestre, soprattutto al sud, dove sembra di stare nella valle dell'Eden". "Ma dai? Il posto che sto cercando io", si guadagna un minimo di spazio nella conversazione Siddharta, "cioè a me basta un giardino, un giardino dell'Eden. Io in realtà ci ho vissuto un certo periodo". "Dove?". "In un giardino dell'Eden ma non era uno spazio fisico, era piuttosto un luogo dell'anima -però- c'è un però- aveva un baratro...". Dunque il giardino dell'Eden è come l'sola che non c'è se non dentro se stessi? Questa è la lezione del racconto? Questa la sintesi dell'errare per culture diverse, del prendere aerei, automobili, treni, motociclette? Neppure l'amore è riuscito a orientare la bussola verso il luogo cercato. Eppure è là, aspetta ognuno. Infatti "Siddharta ... parte, ancora una volta". Dante Maffiìa

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