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Alcuni racconti di Alejandro Jodorowsky

Racconti di Alejandro Jodorowsky

Corte, lunghe, sagge o folli! Scopri in anteprima alcune storie contenute nel libro La Vita è un Racconto.

Il collare della tigre

Un giovane arriva al cospetto del suo Maestro. Costui lo guarda intensamente, i suoi occhi sono quelli di una belva. Il santone è enorme, emana un’energia tale che il discepolo comincia a tremare. “Che cosa ci fai qui?” “Cerco la luce! ” “Sei in mezzo a un fiume e ti lamenti che hai sete! ” “Non capisco, Maestro!” “Se risolvi questo indovinello comprenderai. In una foresta c’è una tigre terribile che indossa un collare. Chi glielo può togliere?” Lo studente risponde: “Un uomo più forte di lei! ”. Il Maestro gli dà una bastonata in testa. “Pigrone! Vattene via e non tornare finché non sarai sicuro della risposta!” Il giovane, tamponandosi il sangue, si addentra in un bosco a meditare. Dopo parecchi giorni trova una risposta. Corre dal Maestro: “Il collare glielo può togliere chi glielo ha messo!”. Risposta: “Intellettuale di merda!”. E si prende un’altra botta in testa. Il discepolo scoppia in lacrime di impotenza e torna nei suoi paraggi solitari. Odia il Maestro. Eppure torna a trovarlo: “È la tigre che si può togliere il collare, perché è stata lei a metterselo!”. “Romantico imbecille!” E giù botte. Tutto insanguinato, il giovane si rifugia in una caverna. Grida alle ombre: “Io sono la tigre, lei è la mia animalità! Un giorno mi si è materializzato un collare attorno al collo per rivelarmi che sono schiavo! Devo trasformarmi in un essere umano per liberarmi da solo dall’ignominia di essere ancora una bestia! ”. Esce. Vede un cane alfa seguito da altri più deboli di lui. Depresso, si sente anche lui un cane debole e comincia a seguire il capobranco, guardandolo con dolente ammirazione. Trovano una giovane cagna che ha appena partorito per la prima volta. Il cane alfa cerca di divorare i cuccioli. La cagnetta si trasforma in una virago e gli salta al collo,

lo azzanna alla giugulare e non molla la presa finché il cane non muore. Il giovane, in un lampo, vede finalmente la risposta. Lanciando un grido di gioia corre dal suo Maestro. Si toglie la cintura. La lega intorno al collo del feroce santone e comincia a tirarlo verso di sé, spostandolo da dov’era. Poi si siede al suo posto. Il Maestro scoppia in una sonora risata, lo abbraccia e gli dice: “Ora sei diventato il padrone di te stesso, hai vinto! Si è accesa una luce! ”.

Capriccio infantile

Il figlio più piccolo trovò un coltello fra gli attrezzi del padre e, ignaro della sua pericolosità, cominciò a giocherellarci. Era troppo innocente per comprendere l’uso dell’arma, per lui era soltanto un pezzo di metallo che lanciava bagliori meravigliosi. Per miracolo l’aveva impugnato dalla parte del manico e non della lama. Non appena il padre lo vide, spaventatissimo cercò di levarglielo di mano. Ma il bambino strinse i piccoli pugni intorno al manico e si mise a piangere. A nulla valsero le intimidazioni, le promesse, le minacce di castigo o le lusinghe: non aveva nessuna intenzione di consegnare il suo tesoro. Strapparglielo con la forza sarebbe stato rischioso: un movimento brusco e addio a un ditino. Quando il nonno si accorse della situazione, tagliò un pezzo di legno della lunghezza del coltello, gli legò qualche nastrino colorato, un paio di campanellini e cominciò ad agitarlo, facendolo tintinnare. Poi lo porse al nipote il quale, tutto allegro per il nuovo giocattolo, aprì le dita, lasciò andare il coltello affilatissimo e afferrò il pezzo di legno per continuare a giocare.

Campione

Un imperatore vuole conoscere l’uomo più forte del suo paese. Convoca a corte tutti i campioni. Arrivano certi giganti che possono sollevare un carretto con i relativi buoi, sradicare alberi, far saltare per aria sacchi di pietre con un pugno solo. Arriva il campione dei campioni, il più forte di tutti. L’imperatore lo interroga: “Se questi colossi hanno dato tali dimostrazioni di forza, che cosa puoi fare tu, di più difficile?”. Il forzuto risponde: “Posso sollevare una farfalla tenendola per le ali... senza farle male! ”.

Il ritratto del gallo

Un imperatore era appassionato di pittura. Un giorno gli viene voglia di abbellire la sala del trono con il ritratto di un gallo da combattimento. Manda a cercare il miglior pittore di tutto il regno. Il maestro dei maestri si presenta al suo cospetto. Il sovrano gli domanda: “Di quanto tempo avrai bisogno per dipingere il quadro?”. “Maestà, se volete la miglior rappresentazione possibile di quel nobile animale, dovete accordarmi sei mesi!” L’imperatore accetta, e il pittore si chiude nel suo atelier. Sei mesi dopo, il sovrano reclama il quadro. Il maestro gli annuncia che non l’ha ancora terminato, e chiede altri sei mesi di tempo. Incollerito, l’imperatore acconsente alla richiesta. Attende dunque ventiquattro settimane dominato da quell’ossessione, poi il giorno stabilito si reca nell’atelier del pittore seguito da un grande corteo. L’artista si profonde in mille scuse e gli chiede altri tre mesi.

L’imperatore è paonazzo di furore: “E così sia, ma dopo quest’ultima scadenza, se il quadro non è pronto ti farò tagliare la testa! Dopo novanta giorni, il sovrano, seguito dai carnefici, si precipita a casa del pittore. Egli lo fa entrare nel suo atelier dove troneggia una grande tela bianca. “Ma come,” sbraita l’imperatore, “non hai ancora fatto niente? Stavolta sei finito! Tagliategli la testa! ” Il pittore, senza dire una parola, afferra il pennello e con un solo gesto, a una velocità vertiginosa, dipinge il più bel gallo mai visto nel regno. La bellezza dell’animale è talmente impressionante che l’imperatore, estasiato, cade in ginocchio davanti a quel capolavoro. Dopo essersi ripreso dall’emozione, monta di nuovo in collera. “Tu sei il migliore, lo riconosco, ma meriti lo stesso di essere decapitato! Perché mi hai fatto aspettare così a lungo se potevi soddisfare le mie brame in pochi minuti? Ti sei preso gioco di me!” Allora il maestro invita il sovrano a visitare la sua casa. E il re scopre migliaia e migliaia di disegni e schizzi di galli, studi anatomici, volatili impagliati, ossa di galli da combattimento, innumerevoli ritratti su tela, pagine e pagine di appunti, libri specializzati sull’allevamento di quegli animali, e un recinto pieno di galli vivi!

La ladra

“Lavoro nei campi dall’alba al tramonto. I buoi che trascinano l’aratro fanno la stessa vita che faccio io. Ci logoriamo, mangiamo poco per far fruttificare una terra che non ci appartiene. Non appena ho un momento libero ne approfitto e distendo le reti per catturare gli uccelli, così ogni tanto posso gustarmi una pernice. Ieri ebbi la sorpresa di trovarvi prigioniera un’aquila. Quanta dignità nel suo sguardo: se ne stava lì, decisa a non chiedere nulla, aspettando la morte, immutabile! Provai un tale rispetto per tanta bellezza che non fui capace di metterla in gabbia. La lasciai libera! Schizzò su nel cielo come una freccia, scomparendo tra le nuvole. Confesso che ho provato un po’ di invidia. Oggi, come al solito, me ne stavo seduto a sgranocchiare un pezzo di pane secco all’ombra di un vecchio muro. Ho visto un puntino nero nel cielo che mi si avvicinava pericolosamente. Era l’aquila! Prima che potessi alzarmi in piedi, aveva già sfoderato gli artigli. ‘Uccellaccio maledetto, ingrato, sei venuto a cavarmi gli occhi?’ Mi si è precipitata addosso. Ho cercato di proteggermi il volto con le braccia. Quella tremenda bestia gracchiante si è impadronita del fazzoletto che tenevo legato sulla testa ed è fuggita via volando rasoterra, fra nugoli di polvere. Furibondo per essere stato derubato, ho inseguito l’aquila agitando il bastone. Ben presto, quell’uccellaccio della malora ha lasciato cadere il fazzoletto. Mentre me lo legavo di nuovo sulla testa non la smettevo di insultarlo: ‘Bestiaccia svergognata, traditrice, ipocrita, non sei affatto nobile e neanche coraggiosa! Te la prendi con chi ti ha dato la libertà!’. Un boato assordante mi ha fatto dimenticare la collera. Mi sono ritrovato avvolto da una nuvola di polvere. Il muro alla cui ombra mi riposavo era crollato! Se l’aquila non mi avesse fatto allontanare sarei morto sotto le macerie! Certo, quell’uccello non conosceva la mia lingua e io non ero capace di comprendere la sua! Ero rosso di vergogna. Lei mi stava aiutando e io, per ignoranza, avevo maledetto la mia benefattrice.”

Ordinaria follia

Un uomo saggio, esperto di Astrologia, vide nel futuro e si allarmò scoprendo che un gruppo di malati mentali stava per impadronirsi della Televisione: avevano intenzione di mandare in onda programmi e pubblicità talmente ignobili da intaccare lo spirito dei telespettatori, per contagiarli con la loro follia. Cominciò a chiamare tutti gli amici per avvertirli: “Se non volete beccarvi una grave malattia mentale, smettete di guardare la televisione!”. Ma nessuno gli credette. Nessuno riusciva a privarsi di quelle pericolose macchine.

Il saggio scese in strada e tentò di convincere i suoi concittadini: ne ricavò soltanto burle, insulti e spintoni. Tentò di scrivere le sue denunce sui giornali: per interesse ne impedirono la pubblicazione. Internet, in modo subdolo, ipocrita, cancellò i suoi messaggi. Stanco di tutto ciò, si chiuse in casa in attesa del giorno fatidico. In effetti, un manipolo di pazzi, camuffati da manager efficientissimi e con l’appoggio di commercianti ruffiani, si era impadronito dei canali televisivi per trasmettere spettacoli di cattivo gusto, totalmente imbecilli e inframmezzati da pubblicità che facevano leva sui complessi della gente a tal punto che l’intera popolazione era caduta in uno stato di follia pura. La nostra bella realtà venne sostituita da una sostanzialmente mercantilista, piena di egoismi, competitività, violenze, brutture. Quando il saggio uscì di casa scoprì che la malattia ormai era dilagata ovunque. Centinaia di persone con lo sguardo smarrito, morte dentro, litigavano per consumare alimenti nocivi e comprare cose inutili, guidate da una morale fasulla. Il saggio tentò di parlare con loro, di farli ragionare. Gli diedero del pazzo e gli si scagliarono addosso! Fu scomunicato con la giustificazione che fosse affetto da una malattia contagiosa. Mezzo morto di fame, dato che non gli vendevano niente da mangiare, in preda alla disperazione, accese il televisore. Dopo qualche ora passata a vedere idiozie, impazzì pure lui. Pieno di complessi, amarezza e aggressività, scese in strada. E tutti si congratularono con lui per la guarigione, ora sì che era ritornato in sé, e lo accettarono nel gregge dei consumatori voraci.

Data di Pubblicazione: 9 maggio 2019

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