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Aprire gli Occhi e le Orecchie

Il Nostro Medico Interiore - Anteprima del libro di Gaétan Brouillard

Le antiche storie

Sono sempre stato affascinato dalle antiche storie, quelle narrazioni che si vuole appartengano al passato, ma che risultano ancora tanto attuali quando si tratta di trarne elementi di saggezza. Conoscete forse la storia di Bodhidharma, il monaco indiano vissuto nel VI secolo, barbuto e irsuto, dai grandi occhi sormontati da sopracciglia brizzolate. Divenne celebre per avere introdotto il buddhismo in Cina. Dopo aver percorso l’India, quel grande patriarca si recò in Cina e si stabilì nella regione del Chang Jang, nella quale viveva un sapiente la cui fama e scienza avevano sedotto tutti gli abitanti di quella parte del Paese e anche oltre... Il suo sapere, tanto vasto da poterlo ritenere illimitato, si estendeva a tutti i campi della scienza e della filosofia. Senza esitare, poteva discorrere a lungo sui più vari argomenti, e fornire risposte a tutte le domande.

Bodhidharma aveva eletto domicilio nei pressi del palazzo cinese in cui offriva umilmente il suo aiuto alle persone desiderose di imparare qualcosa di più su se stesse. La sua reputazione di grande saggio ed erudito si propagò e giunse alle orecchie dell’eminente saggio cinese, divenuto governatore della regione. Questi volle a ogni costo incontrare quello strano indiano che deteneva un sapere misterioso o per lo meno a lui ignoto. Voleva sapere di più sull’uomo e sfidarlo apertamente nel suo sapere. Pertanto, gli fece recapitare un invito a palazzo.

Bodhidharma si presentò al suo ospite dopo averlo lasciato pazientare per diversi giorni. Appena i convenevoli d’uso furono esauriti, gli fece osservare che era l’ora del tè, un costume molto rispettato nel suo Paese. Il governatore accolse la sua richiesta, e i servitori recarono una bellissima teiera e foglie di tè di notevole valore.

Dopo tre minuti di silenzio, nel più grande raccoglimento, Bodhidhar-ma cominciò a versare il tè lentamente, molto lentamente, nella prima tazza. Quando questa fu quasi piena, sollevò con delicatezza la teiera e la diresse verso la seconda tazza. Con calma e sicurezza, riprese a versare il tè con grande cerimoniosità. La tazza era quasi piena ma, con sorpresa di tutti, continuò a versare. Subito il tè traboccò, ma egli rimase imperturbabile... Il prezioso liquido si sparse sul tavolo e Bodhidharma proseguì.

Il governatore, insieme interessato e oltraggiato, gli chiese: “Come può sprecare tanto buon tè, lei che ha fama di essere un uomo saggio?”. Lo straniero smise di versare, posò sul suo ospite uno sguardo sincero e replicò: “Questo nettare che si rovescia e si perde è come un insegnamento inestimabile che andrebbe sprecato. Come potrà ricevere preziose conoscenze se ha la testa già piena del suo sapere?”.

Lo sbigottito governatore, per quanto dotto, smise di parlare e, dopo essere rimasto pensieroso per un lungo momento, si mise ad ascoltare invece di limitarsi a sentire. Ascoltare invece di limitarsi ad assentire. Ascoltare invece di criticare. All’improvviso, si era aperto ed era pronto a ricevere un insegnamento utile e diverso.

L'arroganza scientifica

Nell’ambito scientifico è facile e naturale apprendere, riempirsi di conoscenze fino a pensare di sapere quasi tutto. Nel 1900, in occasione della conferenza della British Association for the Advancement of Science (l’attuale British Science Association), Lord Kelvin, brillante fisico e chimico inglese, molto noto per i suoi lavori sulla termodinamica (lo zero assoluto, l’effetto farfalla...), aveva riunito i più grandi eruditi dell’epoca per festeggiare l’arrivo del XX secolo e fare il punto sui progressi della scienza. I dotti, giunti da tutti gli angoli del pianeta, avevano dissertato per intere settimane. In uno slancio di entusiasmo, Lord Kelvin esclamò di fronte a tutti i suoi colleghi: “Ormai nella scienza fisica non vi è più nulla da scoprire: tutto ciò che rimane da fare è la messa a punto di misurazioni più precise”.

Oggi possiamo capire fino a che punto quell’affermazione fosse in qualche modo affrettata, per non dire pretenziosa. Più si approfondisce la conoscenza in qualsiasi ambito, più ci si rende conto della propria ignoranza. In altre parole, più si impara e più rimane da imparare.

Come aveva insegnato Bodhidharma al governatore, dobbiamo rimanere pienamente aperti e ricettivi alle scoperte e alle conoscenze che non cessano di aumentare, nel contempo integrando la saggezza del passato. Non tener conto dei valori ancestrali con il pretesto di seguire la moda significa cadere in una pericolosa trappola. Da millenni l’uomo ha intuitivamente percepito alcune verità inalterabili che rientrano nell’ambito scientifico, pur non potendone definire il meccanismo in mancanza di strumenti tecnologici adeguati. D’altro canto, l’intuizione ha spesso avuto la precedenza sull’evidenza scientifica. Einstein ne è un esempio: gli occorsero anni di ricerche e di calcoli per provare la legge della relatività, che aveva intuito già da molto tempo.

Per imparare occorre essere ricettivi

È facile, il giorno in cui la conoscenza ci riempie un po’ di più, dichiararci soddisfatti. Come ostriche, ci chiudiamo all’oceano delle realtà che ci circondano e la nostra conchiglia ci protegge da tutto ciò che potrebbe infrangere le certezze acquisite. Eppure, vi sono poche verità assolute. La vita si costruisce man mano che le certezze vengono smantellate.

Mettere in discussione le nostre convinzioni consente di aprirci a nuove idee che potranno fare una differenza positiva nella nostra esistenza. Un vero cambiamento non può avvenire se non a condizione di modificare le credenze che dominano i nostri comportamenti. La storia stessa del pianeta è soggetta alle convinzioni di persone e popoli che la modellano, perché in fin dei conti le convinzioni finiscono (purtroppo!) per trasformarsi in fatti!

L’evoluzione ci dice che nulla rimarrà immutabile, né ora né domani. La sola cosa che non cambierà mai è il cambiamento. Ciò che è vero oggi rischia di diventare falso domani. La medicina del secolo scorso ha commesso degli errori, e altrettanto potremo dire tra 50 anni, quando criticheremo la medicina e la tecnologia attuali. Se osserviamo da vicino l’evoluzione della medicina, è facile constatare che purtroppo la scienza ha rifiutato molti degli ancestrali principi di saggezza. La scienza ha occupato tutta la scena, privando l’uomo del suo innato sapere. Eppure, la medicina dovrebbe essere innanzitutto un’arte al servizio dell’individuo, non della scienza.

La medicina delle 4 P

La medicina, quale io la concepisco oggi, deve tener conto di tutte le sfaccettature della realta di un individuo. L uomo non è la semplice somma dei diversi organi che lo compongono. La sua natura complessa e multiforme si presenta in un infinita varietà di sfumature, e il modo di studiarla o di affrontarla dev’essere anch’esso sfumato. A tale proposito, 1 eminente dottor William Osier, un canadese considerato il padre della medicina moderna, ha affermato: Se non fosse per la grande variabilità tra gli individui, la medicina avrebbe potuto essere semplicemente una scienza e non un’arte”.

In ultima analisi, essa deve tendere sempre di più verso quella che molti esperti designano ormai come “medicina delle 4 P”:

  • preventiva: imperniata sul mantenimento della salute piuttosto che sul trattamento della malattia;
  • personalizzata: imperniata sull individuo invece che sui suoi sintomi;
  • partecipativa: basata su un autentico rapporto di fiducia tra paziente e medico;
  • predittiva: basata su risultati prevedibili, come esige la scienza.

Queste 4 P sono parte integrante di un approccio definito “medicina funzionale e basato sulla biologia. Si tratta di una medicina chiara, accessibile, pratica e interessante per ogni medico con mentalità aperta. Non si interessa direttamente alla patologia, ma alle cause di malfunzionamento degli organi e alle alterazioni biochimiche che ne derivano. Andando al di là della medicina integrativa, essa esige un approccio dinamico per prevenire e curare i disturbi cronici complessi di cui soffre una parte tanto grande della popolazione. Tali disturbi costituiscono il risultato di un interazione tra 1 ambiente, lo stile di vita e la predisposizione genetica. Visto da tale prospettiva, l’individuo rappresenta il punto di arrivo unico e complesso di un amalgama di influenze esterne e interne che lo mantengono in salute oppure innescano la malattia.

La medicina funzionale si rivolge innanzitutto al paziente in tutte le sue dimensioni. Andando direttamente all origine, risale controcorrente per ricostruire la storia dell individuo, conoscere il suo ambiente e tentare di eliminare le cause del malessere piuttosto che curare i sintomi. La diagnosi non è esclusa, ma l’accento viene posto sulla comprensione dei processi che hanno generato la patologia. Pertanto, essa si interessa innanzitutto all’individualità biochimica di ciascun essere umano.

I principi generali della medicina funzionale (quali vengono proposti dall’Istituto di Medicina Funzionale) sono i seguenti:

  • favorire un approccio centrato sull’individuo piuttosto che sulla malattia;
  • contribuire all’equilibrio tra corpo, mente e spirito;
  • familiarizzarsi con le interconnessioni fisiologiche;
  • promuovere l’idea secondo cui la salute è più di un’assenza di malattia;
  • integrare le migliori pratiche mediche che includono la prevenzione, l’utilizzo di farmaci, piante, integratori e diverse tecniche di gestione dello stress;
  • prevedere una “riserva di salute per gli organi e il corpo”, onde assicurare una salute ottimale fino all’età avanzata. L’atleta che si allena è in grado di recuperare più rapidamente ed efficacemente dopo una lesione. Così, la medicina preventiva mira a far raggiungere al corpo umano uno stato che sia superiore alla media, dal punto di vista tanto qualitativo che quantitativo (per esempio per quanto concerne la percentuale di muscoli, grasso e acqua).

Lo schema riprodotto alla pagina seguente permette di illustrare questo approccio.

Questo testo è estratto dal libro "Il Nostro Medico Interiore".

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