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Caro Lettore - 3 Capitoli

Lo Zen e l'Arte della Ribellione - Anteprima del libro di Selene Calloni Williams

Il risveglio

Caro lettore,

questo libro si ambienta nel punto estremo del tempo illusorio, là dove l’inganno del tempo lineare sta per finire, e racconta di questa fine. La protagonista è una sorvegliante di altalene che si stanca del proprio mestiere. La sua irriducibile avventura ha inizio in uno spazio magico: gli attimi caldi in cui ci si ritrova al risveglio mattutino prima di alzarsi dal letto e incominciare le attività della giornata. In quei momenti i cancelli che collegano il mondo terreno alle dimensioni dei sogni e degli spiriti sono ancora aperti e tutto può accadere.

Arianna era distesa nel letto tra le lenzuola calde, aveva aperto gli occhi da pochi istanti. Intorno a lei la stanza era ancora buia; l’alba tardava ad arrivare nelle mattine d’inverno. Appoggiò le mani sul proprio corpo e ne ascoltò il respiro. Si chiese quanti respiri avesse a disposizione nella vita e provò un senso di angoscia. Non era un’esperienza insolita. In quel periodo le capitava spesso di svegliarsi con il corpo gonfio di emozioni vuote, come se la notte fosse penetrata tra le sue viscere e le avesse rapite in un malefico incanto che le lasciava fredde e annodate.

Come tutte le mattine, con grande fatica si alzò e, a occhi chiusi per non vedere il buio e simultaneamente per non dover accendere la luce, raggiunse il bagno.

Si preparò e uscì di casa senza fare colazione, avrebbe mangiato qualcosa alla caffetteria del teatro dove, in cambio del suo lavoro, le davano pasti gratis e quattro soldi alla fine del mese. Faceva la sorvegliante delle grandi altalene che erano collocate sul piazzale antistante al teatro. Qualche passante ogni tanto ci saliva, magari era qualcuno che doveva ingannare il tempo prima di un appuntamento. Le altalene s’illuminavano quando si muovevano ed emettevano una musichetta metallica. Le avevano messe lì in sostituzione dei vecchi ulivi, che stavano morendo. Appena un albero si rinsecchiva lo asportavano e al suo posto mettevano un’altalena.

Gli alberi stavano morendo a Babila, ma nessuno pareva accorgersene.

Quello di Arianna era un lavoro per modo di dire, se fosse sgattaiolata via nella nebbia - che regnava sovrana nei lunghi inverni - nessuno si sarebbe accorto della sua mancanza.

Quella mattina, mentre lei se ne stava lì, in piedi nella nebbia, rigida, come un ulivo morente, a guardare altalene, il mago, che aveva già raggiunto il laboratorio di alchimia, stava pensando...

L'incontro con Stefan

Caro lettore,

in questo capitolo incontrerai una donna, un mago alchimista e un gigante. Si tratta di tre personaggi che tu conosci già molto bene, poiché sono dentro di te da sempre.

“Gli immortali sono ovunque, anche tu puoi esserlo”. “Tutto ciò che devi fare è amare consapevolmente”. “Amare è oltre ogni logica”. Non si può calcolare, misurare, prevedere e simultaneamente amare”. “L’amore richiede fede, la quale conduce alla totale assenza di paura”. “La fede non è qualcosa che l’uomo potrà mai produrre”. “La puoi trovare sulla sabbia, come una conchiglia, mentre passeggi di giorno o di notte, e ti s’infila sotto il piede nudo, magari facendoti male”. “L’ha portata lì l’onda del mare, che è stata generata dai movimenti del tuo mondo nello spazio siderale e dalle forze dei venti”. “Chi ha lanciato il tuo mondo nello spazio imprimendogli quei moti sapeva forse che tu saresti passato di lì quel giorno o quella notte?”.

“Oppure è andata in tutt’altro modo o anche vi è un diverso modo di vedere le cose?”. “È affinché tu trovassi quella conchiglia nella sabbia che la notte e il giorno sono stati creati e la terra lanciata nel vuoto e l'onda del mare spinta fin sulla riva”. “Perché tu, proprio tu, sei infinitamente amato”. “Tu hai già trovato la conchiglia, quando eri bambino e giocavi a raccoglier conchiglie sulla sabbia mentre tua madre ti chiamava con voce ansiosa affinché la raggiungessi sotto l’ombrellone”.

“Adesso la conchiglia è in soffitta e i granelli di sabbia che ha riversato si mischiano a strati di polvere su di un malconcio scaffale, mentre il suo odore si perde tra quello dei giocattoli in disuso”. “Non sei consapevole del tesoro che possiedi.

Così pensava il mago, mentre Arianna - che aveva deciso che basta, che non ne poteva più di starsene là, come un albero morente, a guardare altalene luccicanti nella nebbia e nel freddo - camminava in fretta sul marciapiede.

Chi era quella donna che avrebbe confermato al mago il potere della conchiglia che stava nella sua soffitta, a chi apparteneva quella figura sottile e nervosa che camminava sempre più in fretta per non sentire il freddo pungente dell’inverno di quella città, di quel mondo che aveva conosciuto l’eternità e adesso si misurava sul metro del tempo e fronteggiava la morte?

“La morte è l’atto estremo con cui l’amore si fa ricordare, quando ogni altra memoria è perduta”, si diceva ancora il mago e in quell’istante, da un’altra parte della città, come una conchiglia appena uscita dalla spuma dell’onda, sbucò dalla nebbia la figura di Stefan di fronte a lei che camminava.

Per via del freddo, Arianna era talmente avvolta nei veli di seta pesante che le scendevano dal copricapo appuntito — secondo la moda del tempo — che il suo viso era quasi per intero coperto. Stefan non potè riconoscerla, ma lei, in quell’attimo in cui i loro sguardi nudi s’incrociarono, nel tempo di un passo, prima che il passo successivo li allontanasse nuovamente, riconobbe in lui il ragazzo che aveva amato e lasciato.

Si può mollare qualcuno perché si ama troppo? Arianna lo aveva fatto, spinta da cosa? Anche nelle sere più buie, quelle in cui si sentiva al fianco di un uomo sbagliato e rimpiangeva il solo ragazzo che avesse mai amato, pentendosi tristemente di averlo lasciato, anche in quei momenti di sconforto in cui sentiva la solitudine come un senso di vuoto nello stomaco, lei non era mai riuscita a capire perché mai lo avesse lasciato.

Dopo l’incontro, il suo passo rallentò e la sua figura si fece un po’ tremula, come quella di un lumicino.

“Lo rincorro, lo fermo, gli parlo, avrà moglie, figli, avrà un ricordo piacevole o spiacevole di me, o mi avrà dimenticata?”. “Sono cambiata... lui è ingrassato un po’, ma in confondibile con i suoi tratti somatici così insoliti, la sua statura imponente, gigante”.

Mentre la donna si diceva confusamente tutto questo, lui si dileguava nella nebbia e quando lei, sempre tremante, prese la decisione di voltarsi, lui era sparito.

Allora Arianna si gettò in una corsa disperata. Urtò due pedoni, un palo e, scendendo dal marciapiede per non essere ostacolata dagli altri passanti nel suo precipitoso incedere, rischiò di farsi travolgere da un mezzo della polizia.

Quando capì che lo aveva perso ancora, pianse, chinandosi su di un muretto un po’ rotto e sporco di fango. I veli di seta che le cingevano il viso s’infradiciarono di lacrime.

Il freddo nell’umidità della nebbia e delle lacrime divenne ancora più forte, al punto che lei si sentì quasi mancare e dovette appoggiarsi al muretto, infangandosi il mantello. Per un attimo fu attraversata da un desiderio di morte che trovò lieve, dolce, consolatorio. Poi si raddrizzò, scosse il fango dai vestiti e tornò sui propri passi. Decise di lasciar stare le commissioni che doveva fare quel giorno per rientrare subito a casa.

La notte del calore-fuoco

Caro lettore,

in questo capitolo incominci a fare la conoscenza dell’Amante invisibile che qui si presenta come calore-fuoco. Devo dire che la nostra civiltà ci ha un po’ ingannati, facendoci credere che il rapporto con l’Amante sia appannaggio quasi esclusivo dei mistici, dei poeti e dei folli. Invece è qualcosa che ci appartiene da sempre e che possiamo consapevolmente coltivare.

Quella sera nel proprio letto, prima di addormentarsi, Arianna si sentì avvolgere da un calore buono che le parve una presenza senziente, come le braccia di quell’omone, Stefan, il gigante, che lei tanto desiderava e che, forse proprio per questo, temeva e fuggiva, per poi quasi morirne.

Però non poteva essere Stefan, poiché il gigante aveva sì un calore, ma anche un corpo. Mentre quel calore era senza corpo, era come fuoco, come fiamma, senza volto, né nome, eppure era consapevolmente presente, Arianna lo conosceva, lo ricordava e decise di parlargli: “Non te ne andare, anche se io me ne andrò, rapita nel sonno, tu rimani, affinché possa ritrovarti domani, al risveglio!”.

Allora il calore-fuoco incominciò a penetrare sotto le lenzuola, a insinuarsi tra le pieghe del suo corpo, tanto da darle piacere. Lei dapprima si spaventò, poi si arrese. Tra sé e sé continuava a pronunciare quattro parole, sempre quelle: “Io mi chiamo Arianna”, come volesse evitare di perdersi. Dopotutto quel giorno aveva già smarrito il suo amato, non era proprio il caso di perdere anche se stessa. Ebbe un orgasmo intenso, lento, profondo e consapevole com’era il calore-fuoco. Sì, consapevole era la parola giusta. L’orgasmo la condusse nel sonno, non come un atto che libera tensione nervosa, bensì come un traghettatore, uno psico-pompo, un Virgilio che accompagna oltre la Grande Soglia, nel regno delle ombre, per mostrarti cose che tutti gli altri non sanno e poi ti riporta indietro sano e salvo.

Arianna viaggiò fin là dove Persefone, la regina delle ombre, custodisce i propri tesori che generosamente condivide con i morenti, ma che mostra a pochissimi viventi i quali, quando hanno visto, imparato, capito, ricevuto, poi devono dimenticare... fino al momento in cui avranno davvero bisogno di sapere.

Tra il mondo degli invisibili e il mondo dei visibili c’è un cambiamento di linguaggio, e poiché le cose e i fatti sono nel linguaggio che li definisce, non è possibile che certi fatti e cose tanto maestose possano essere catturate dalla mente che non ne conosce l’idioma. Però il cuore, che parla tutti i linguaggi di tutti i mondi, afferra i segreti e li custodisce per metterli a disposizione della coscienza al momento giusto.

Arianna si svegliò del tutto dimentica di ciò che aveva visto e avuto in sogno. Nonostante le sue preghiere, il calore-fuoco era sparito.

Una sensazione di vuoto-buio era ora nel suo corpo, in corrispondenza della bocca dello stomaco. La donna la chiamò “angoscia”. Era un evento paralizzante, tanto che Arianna non potè alzarsi dal letto se non verso mezzogiorno; pur non dormendo, rimase a guardare il soffitto con la mano destra sul ventre, quasi a voler afferrare il vuoto-buio, l’altra mano abbandonata sul letto, come morta.

Promettendosi di dedicare la giornata a un’attività che le piaceva, Arianna riuscì ad alzarsi dal letto alle dodici e trenta, circa sei ore dopo il risveglio.

Si vestì lentamente, non riuscì a mangiare né a bere nulla. Uscì di casa decisa solamente a vagare per la città, perché un’attività che davvero le piacesse fare non era riuscita a pensarla.

Che una povera creatura, com’era lei in quegli istanti, fosse una titana, nessuno avrebbe potuto immaginarlo. Neppure lei sapeva chi veramente fosse, e questo era un bene, perché se avesse saputo chi era prima di essere pronta a sostenere se stessa, ne sarebbe morta.
Così, credendosi una vittima, mentre era un’imperatrice, la donna vagò per la città grigia di Babila, in quel mondo che ormai andava perdendosi nei suoi stessi sfarzi, nella sua lontananza dall’istinto che l’avevo reso grande in un tempo ormai molto lontano.

Questo testo è estratto dal libro "Lo Zen e l'Arte della Ribellione".

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