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Cervello Quantico nei Rapporti Sociali

Anteprima del libro di Sergio Audasso "Neuro Quantica Evolutiva"

Dirigere se stessi, dirigere il destino

Perché ricreiamo continuamente la stessa realtà?

Perché non cambia nulla nella nostra vita?

Perché continuiamo ad avere le stesse relazioni con gli stessi tipi di problemi?

Perché otteniamo sempre gli stessi lavori?

In questo infinito oceano di possibilità che è alla nostra portata, com’è possibile che continuiamo a ricreare la stessa realtà impedendoci di essere diversi?

Non è incredibile, non è drammatico, che vi sia abbondanza di opzioni e possibilità e che non si sia consapevoli di ciò?

È possibile essere condizionati a tal punto da pensare di non avere alcun controllo sulla propria realtà?

Siamo così condizionati da credere che il mondo esterno sia più reale del mondo interno. Eppure, e mi ripeto, noi utilizziamo solo il 5% del potenziale del nostro cervello che, guarda caso, corrisponde alla stessa percentuale del mondo percepibile e visibile. Il nostro cervello ha solo il 5% di percezione del mondo fenomenico e utilizza il 5% della sua potenzialità. Curioso vero? In questo 5% del visibile fenomenico, del tangibile sensoriale, ognuno di noi crea la sua “carta d’identità sociale” o per gli ambienti scientifici “analogica”.

Carta di identità sociale

Che cos’è questa “carta di identità sociale”? E il come gli altri ci percepiscono. E il modello non tanto e solamente teorico quanto pratico, che ci permette di comprendere le dinamiche delle relazioni sociali. Abitualmente tendiamo a fornire un’immagine di noi stessi e ad accettare l’immagine che gli altri ci forniscono di sé (carta di identità sociale). La norma sociale impone di non dire ad altri la nostra impressione su di loro se differisce dall’immagine che essi presentano di se stessi. Ma qui sta il nocciolo della questione! Nel produrre pensieri - parole - azioni - abitudini - carattere e nostro destino, ci si muove attraverso dinamiche comunicative e relazionali altalenanti. Una volta redatta la nostra “carta di identità sociale” siamo costretti a vivere in sua conformità. Fortunatamente questo ha un suo risvolto positivo. Tuttavia, il più delle volte, siamo soggetti all’elemento negativo: la difesa a oltranza dell'immagine iscritta sulla “carta di identità sociale”. La “carta di identità sociale” punta a farci riconoscere ed essere accettati dal gruppo di appartenenza: famiglia, amici, lavoro, hobby. Riconoscimento e accettazione significa, per il nostro sistema interiore, esistere.

Il cervello e non solo quello quantico, non sopporta le brutte notizie, ragione per cui si attiva per evitare la sofferenza. Quale sofferenza è più alta di quella di essere ignorati? Quella di sentire che per gli altri non esistiamo?

Siamo una specie animale/sociale in fondo. La necessità di un vero contatto fisico, la necessità di essere e sentirsi accettati, di essere parte di un gruppo coeso di simili nelle idee e nel modo di pensare è per ognuno di noi, in qualità di appartenenti alla specie umana, un bisogno vitale. Anche se la situazione ambientale è differente e non viene più messa in pericolo la nostra sopravvivenza fìsica, se messi al bando da un gruppo di amici, gli studi sul cervello indicano che le reazioni istintive, che seguono alle esperienze di rifiuto sociale, vengono vissute con la stessa intensità emotiva di quelle che vivevano i nostri antenati più primitivi.

In questo mio articolo, che riporta un report scientifico, spiego meglio la sensazione di rifiuto sociale come dolore dell’animo.

Lo scienziato e ricercatore professor Doug McDonald, PhD della University of North Dakota (und) ha effettuato studi sul comportamento. Gli studi hanno mostrano come sia in presenza di dolore fìsico che di rifiuto sociale deliberatamente manifestato o semplicemente percepito intensamente, si attivano, in aree molto antiche del cervello, gli stessi circuiti cerebrali.

Il dott. Doug McDonald su questo argomento, a seguito dello studio effettuato, afferma: «Lo stesso meccanismo è in parte coinvolto nelle reazioni al rifiuto e in quelle al dolore fìsico», e questa sovrapposizione è la chiara rappresentazione del motivo per cui, a volte, le risposte agite al solo pensiero o alla reale esclusione sociale, possono essere di natura istintiva e quasi per nulla mediate dalla ragione. Per McDonald: «Affrontiamo

il rifiuto come si trattasse di una questione di vita o di morte».

Tale idea percettiva produce necessariamente una forte influenza sui nostri pensieri, sulle nostre emozioni e sui nostri comportamenti. Possiamo dire senza ombra di dubbio che la nostra “carta di identità sociale” è il nostro lasciapassare all’accettazione.

Ecco perché il nostro portadocumenti mentale ne è pieno. Ne possiamo avere molte di tutti i tipi. Utilizzabili a ogni occasione. Con Tizio ho la carta “gold”, quella oro, quella del meglio di me. Con Caio mi limito alla carta generica, senza troppi impegni. In fondo è bello sapere che ho molte carte da utilizzare, non è vero? Ma, e c’è un ma, ogni carta è creata sulla base di qualcosa di molto più profondo.

I quattro pilastri della carta di identità sociale

Ogni carta che posso stampare e riporre nell’archivio della mia mente è il risultato dell’elaborazione mentale della immagine che ho di me.

La mia “carta di identità sociale” si basa su 4 pilastri incrollabili:

  1. area pubblica: corrisponde a quello che io so di me e a quello che gli altri sanno di me;
  2. area cieca: corrisponde a quello che io non so di me ma che gli altri sanno di me;
  3. area privata: corrisponde a quello che io so di me, ma che gli altri non sanno di me;
  4. area ignota: è sconosciuta a me e agli altri.

Ponendo attenzione a questi 4 pilastri, pare chiaro che posso interagire sulla parte pubblica, cosa peraltro agita fino a ora; posso interagire con area privata, mantenendo il segreto; posso adottare tecniche di comunicazione e di feed-back per interagire con l’area cieca, trasformandola in pubblica; ma con il cervello quantico finalmente posso interagire con la parte ignota.

Interagire con la parte ignota prevede l’applicazione e la conoscenza di alcune leggi fondamentali. Queste leggi mi permettono di individuare, andando aldilà della idea quotidiana del “come mi sento oggi”, cosa trasmetto agli altri quale risultante di un aspetto predominante. Conoscerò la mia carta di identità che ho trasmesso al mondo e non solo la carta che penso di possedere.

Piccole grandi leggi dell’immagine idea personale

Legge 1 : Sono ciò che credo di essere.

Ma da dove nascono le credenze? Da dove attingo questo “credere” o “credermi” qualcosa? Queste credenze nascono dalla memoria, anzi da una memoria in particolare: la memoria procedurale o implicita.

Questo tipo di memoria è il nucleo essenziale a cui i comportamenti fanno riferimento, senza peraltro un corrispettivo di rappresentazione, e che riguarda due tipologie di comportamenti appresi durante la vita:

1. Primo tipo: a questa tipologia appartengono le memorie atte all’acquisizione di competenze come guidare l’automobile, sciare, andare in bicicletta;

2. Secondo tipo: a questa tipologia appartengono gli schemi emozionali e relazionali esperiti, legatisi, con la loro ripetizione nel tempo, alla struttura del carattere. Appare evidente quindi che sono ciò che credo di essere, non quello che sono.

Questa credenza è la prova e il risultato delle mie esperienze passate. Ogni giorno è la prosecuzione del precedente in termini di memoria. Se al mattino mi guardo allo specchio cosa vedo? La stessa persona di ieri? Oppure una nuova figura? Che ruolo gioca la memoria? Due psicologi dell’Università dell’Oregon hanno dimostrato che esiste un meccanismo che permette di sopprimere consciamente alcuni ricordi.

Per attivare questo meccanismo è opportuno parlare a voce alta. Esempio parlarsi a voce alta e dirsi: “io sono altro” aiuta la memoria procedurale a cercare nuovi orizzonti su cui spaziare.

Questo testo è estratto dal libro "Neuro Quantica Evolutiva".

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