Che Cos定 il Dolore - Giovanni Castellani
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Che Cos定 il Dolore

Liberati dal Mal di Schiena - Anteprima del libro di Giovanni Castellani

Il dolore fa agire per sopravvivere

«Non vivere il dolore unicamente come un disagio, impara a coglierne l’opportunità che ti riserva per crescere».
Giovanni Castellani

A livello biologico il dolore fa parte di quegli stimoli che condizionano ad agire per sopravvivere, non a caso esiste la scala del dolore e del piacere alla quale ogni animale esistente sulla Terra risponde. Tradotto in parole povere, si persegue ogni cosa che abbia l’accezione del piacere e che ne assicuri la sopravvivenza, e si fugge da tutto ciò che è dolore, ovvero quelli stimoli che potenzialmente minaccino la sopravvivenza.

Benché biologicamente sia prima di tutto un animale, per l’uomo, sfortunatamente, questa legge binaria del dolore e del piacere ha subito nel tempo uno sdoppiamento: esiste, infatti, il piacere che fa bene e il piacere che fa male, oltre al dolore che fa male e il dolore che fa bene.

A furia di abusare di “falsi piaceri” ora deve ricorrere al “dolore che fa bene” per ritrovare la via del benessere. Faccio due esempi per farti capire meglio.

Si sa che fumare non fa bene. Se osserviamo in natura nessun animale, se non l’uomo, fuma e già questo aspetto dovrebbe farci riflettere profondamente (ma non è l’unico esempio di quanto siamo portati all’autolesionismo). Di fatto fumare non ci espone a pericoli di vita immediati, infatti non si muore subito; i primi segnali di disagio potrebbero essere tosse, giramenti di testa, nausea, la percezione del sapore acre del tabacco in bocca.

Questi sintomi, per l’organismo, avrebbero già un significato di dolore dal quale dovremmo scappare quanto prima, ma purtroppo subentrano fattori mentali, come il voler emulare qualcuno che fuma senza manifestare alcun segnale di sofferenza, che ci inducono a forzare il sistema d’allarme di cui siamo dotati.

Il fumo

Tossire, accusare giramenti di testa o nausea ci fa pensare di essere l’unico “sfigato” che mal sopporta il fumo, per cui ci riproviamo finché l’organismo non mette in atto le proprie doti di adattamento a qualcosa di dannoso e ci porta illusoriamente a credere che addirittura sia un piacere: “Che buona la sigaretta dopo il caffè!”. Spenti i segnali di primo livello, arriveranno nel tempo sintomi di secondo livello meno trascurabili quali raffreddori o altro che richiederanno l’uso di farmaci (il dolore che fa bene) per ritornare a stare apparentemente meglio. Con il passare degli anni i sintomi peggioreranno sempre più e i rimedi farmacologici per ritrovare la salute (apparente) saranno sempre “potenti” da un lato e distruttivi dall’altro (effetti collaterali).

Un altro esempio più inerente al tema del libro è lo stretching.

Per chi mantiene l’istinto primordiale a stirarsi dopo ogni pausa motoria, così come fanno tutti gli animali (i gatti ne sono l’esempio lampante), lo stretching, di fatto, rientra nell’ambito del piacere che fa bene; invece per coloro che non allenano con costanza quotidiana la propria elasticità muscolare, fare stretching è a tutti gli effetti una sorta di medicinale per tornare ad avere articolazioni più flessibili. In questo caso può essere visto come dolore che fa bene, dato che l’azione di allungamento di un muscolo irrigidito fa percepire una tensione che assomiglia molto a un dolore, dal quale solitamente ci allontaniamo.

Lo sdoppiamento della scala del dolore/piacere

Lo sdoppiamento della scala del dolore/piacere ci ha posto in una condizione sfavorevole per sviluppare la giusta consapevolezza in merito, infatti è frequente che le persone fuggano a prescindere dal dolore, sia che faccia bene o male (alludo a chi per partito preso non ricorre mai all’uso di farmaci o trovi le scuse più creative per non fare stretching), e che ricorrano al piacere senza discriminare quello reale da quello illusorio.

Nel corso degli anni, ho potuto osservare diversi modi di reagire e interpretare i dolori da parte delle persone in genere e di coloro che hanno frequentato miei corsi o che hanno seguito un percorso individuale, che ho potuto classificare in quattro distinte modalità:

  1. chi è convinto che il dolore “così com’è arrivato, prima o poi si risolverà da solo”, pertanto lo ignora;
  2. chi è stato educato a “non lamentarsi del dolore, perché farlo è segno di debolezza”, pertanto non ne fa parola con nessuno fino a dimenticarsene;
  3. chi alla prime avvisaglie di dolore “lo seda con l’accanito consumo di antidolorifici, antinfiammatori e altri farmaci”;
  4. chi, nel tempo, “si abitua a convivere con il dolore, perché o non ha trovato soluzione, o perché gli è stato detto che non c’erano valide soluzioni per quel dolore, o ancora per­ché a una certa età è normale soffrire di qualcosa”.

Tu in quale di queste descrizioni ti riconosci maggiormente? (Se per caso hai un’interpretazione del dolore diversa da quelle descritte, fammi sapere che aggiorno la mia statistica).

È bene sapere che ognuna di queste soluzioni adottate non è rappresentativa del miglior modo di agire in caso di dolori articolari, poiché il corpo è in grado si attuare delle reazioni di difesa al dolo­re, tecnicamente definiti compensi antalgici, che ci illudono che il dolore sia effettivamente passato, oppure ci portano in uno stato di rassegnazione e inazione per affrontare il sintomo, dato che siamo convinti del fatto che non ci sia un effettivo rimedio.

Definizione medica del dolore

Riporto pari pari la definizione medica del dolore presa da Wikipedia:

Il dolore è il mezzo con cui l’organismo segnala un danno tissutale.

Secondo la definizione della iasp (International Association for the Study of Pain) e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il dolore “è un’esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole associata a danno dei tessuti, in atto o potenziale".

Il dolore ha anche una funzione fondamentale nella sopravvivenza dell’individuo, è un messaggio che richiede una reazione necessaria a seguito di un’aggressione o un danno all’integrità fisica. Per questo motivo l’organismo è dotato di recettori del dolore, tecnicamente definiti nocicettori (dal latino noxa = “danno”) in grado di identificare vari tipi di stimoli pericolosi che siano meccanici, chimici o termici.

Il dolore può avere una finalità biologica protettiva e di aiuto quando, per esempio, mi scotto con una fiamma e ciò mi induce ad allontanare la mano dalla fiamma stessa, oppure un significato di dolore-malattia quando il sintomo non è più passeggero ma radicato e logora fisicamente e mentalmente chi ne soffre, per il fatto che non se ne conosce l’origine, per cui risulta di difficile risoluzione.

Personalmente ritengo che anche nel caso del dolore-malattia, si possa prendere il controllo della situazione osservando il sintomo non in quanto tale, ma ricercandone le origini per utilizzare il dolore come leva per un cambiamento profondo e impedirne la sua evoluzione a stato di sofferenza.

Il dolore, poi, assume diverse vesti ed è classificabile in tre diverse categorie:

  1. Dolore superficiale: questo tipo di dolore è ben definito e ben localizzato, tendenzialmente di breve durata e causato da tagli, scottature o infezioni della cute;
  2. Dolore somatico profondo: proviene da muscoli, tendini, legamenti, vasi sanguigni. Essendo meno presenti i nocicettori a questo livello, il dolore solitamente è meno intenso e localizzato rispetto a quello superficiale, e tende a durare più a lungo. Esempi di lesioni che producono questo tipo di sintomo sono distorsioni articolari, contratture, stiramenti e strappi muscolari, fratture ossee.
  3. Dolore viscerale: proviene dagli organi interni e dalle cavità viscerali, è di solito più intenso dei precedenti, dura più a lungo ed è di difficile localizzazione. Frequentemente le lesioni alle strutture viscerali innescano i dolori cosiddetti “riferiti”, ovvero che vengono percepiti in aree non correlate con la sede della lesione. Il dolore da infarto miocardico ne è l’esempio più lampante, dato che può diffondere i suoi riflessi lungo il braccio sinistro.

Dal punto di vista della durata temporale, il dolore è classificabile in:

  • transitorio, dove vi è attivazione dei recettori ma senza un danno dei tessuti. Il dolore scompare al cessare dello stimolo;
  • acuto, è un dolore percepito dalle vie nervose periferiche e inviato alle vie nervose centrali, in cui solitamente il rapporto di causa-effetto è evidente. Vi è un danno dei tessuti ed è di breve durata, tende a scomparire con la riparazione del danno stesso;
  • recidivo, quando le cause che l’hanno prodotto possono ricorrere nel tempo;
  • persistente, lo stimolo del dolore permane, ma risulta comunque risolvibile nel tempo;
  • cronico, presente 24 ore su 24 da più di sei mesi, limita le performance fisica e sociale di chi ne soffre, oltre ad avere un impatto emozionale e psico-relazionale capace di modificare lo stile di vita. Costituisce di fatto un fattore di mantenimento del dolore al di là dell’azione dei recettori.

Esistono altre classificazioni del dolore quali il dolore neurogeno, psicogeno e oncologico, che esulano però dal contesto di questo manuale e che pertanto non tratterò, ma che potrete approfondire ricercandone il significato sui motori di ricerca su Internet. Vivere il dolore unicamente come un disagio dal quale liberarsi il prima possibile, senza chiedersi nulla in merito alla sua provenienza, spinge a fare ricorso a farmaci con azione locale sull'effetto indesiderato, senza badare al fatto che, non appena svanisce l’azione lenitiva, il dolore si riaffaccia puntualmente.

Questo testo è estratto dal libro “Liberati dal Mal di Schiena”.

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