Che Cosa Fa chi Medita? - Ulrich Ott

Che Cosa Fa chi Medita?

Meditazione per Scettici - Anteprima del libro di Ulrich Ott

Respirare

Ti sei chiarito la motivazione, ti trovi in un luogo adatto e hai tempo. Hai trovato una posizione comoda e desideri provare la meditazione. Ma come funziona? Che cosa fa chi medita? Sono molte le risposte possibili a questa domanda, poiché esiste una gran varietà di tecniche meditative.

Nella letteratura sull’argomento vengono descritti diversi oggetti di meditazione su cui si può dirigere l’attenzione. In alcune tradizioni si ripetono sillabe o frasi di meditazione (mantra), per esempio il famoso “OM” o “Signore, pietà”. Altre tecniche utilizzano l’osservazione di immagini da meditazione (mandala), il fissare la fiamma di una candela (trataka) o la contemplazione di immagini interiori. Su che cosa ci si dovrebbe concentrare? O è forse meglio non concentrarsi su niente di preciso?

Per dare una risposta scientificamente fondata a queste domande è necessario suddividere casualmente le persone in gruppi che praticano diverse tecniche in condizioni identiche. Questi studi sperimentali per il confronto diretto degli effetti sono molto dispendiosi e finora sono stati eseguiti molto di rado (per esempio da Greenfield, 1978). Dai risultati è impossibile ricavare consigli inequivocabili, dato che gli effetti evidenziano più punti in comune che differenze. Indipendentemente dal metodo di meditazione, anche i tratti della personalità, le esperienze precedenti e le predilezioni o gli obiettivi dei praticanti rivestono un ruolo importante: un metodo con cui una persona ottiene buoni risultati non produce necessariamente lo stesso effetto anche per un’altra.

Per via della limitatezza dello stato della conoscenza scientifica e dei molteplici potenziali fattori di influenza, al momento non è possibile prevedere in maniera attendibile quale tecnica di meditazione costituisca l’approccio ottimale per una persona particolare. Ci sono tuttavia molti argomenti a favore della scelta di iniziare prendendo la respirazione come oggetto della meditazione:

  • come processo biologico la respirazione è un oggetto neutrale, privo di significato religioso;
  • la respirazione è in relazione con movimenti e impressioni che facilitano rorientamento e il mantenimento dell’attenzione;
  • con la respirazione, la percezione dell’ambiente esterno viene guidata nello spazio interno del corpo;
  • la respirazione ha un ruolo di spicco nell’autoregolazione dell’eccitazione vegetativa (rilassamento) e delle emozioni;
  • gli esercizi di meditazione con la respirazione offrono un gran numero di possibilità di variare il punto focale dell’attenzione e la struttura temporale di una sessione.

Qui di seguito le argomentazioni sopraelencate vengono spiegate nel dettaglio.

Stato della ricerca

La respirazione come oggetto della meditazione

A differenza dei mantra e dei mandala a cui abbiamo fatto cenno all’inizio, essendo un processo corporeo universale e naturale, la respirazione è un oggetto di meditazione neutro dal punto di vista ideologico, ed è quindi accettabile anche per chi è critico nei confronti della religione. Proprio per i principianti, all’inizio vengono spesso consigliati metodi basati sul processo della respirazione. Nella tradizione zen, per esempio, si usa contare il numero delle respirazioni. Nello yoga diverse tecniche respiratorie formano un particolare stadio di esercizio (pranayama) che allena la capacità di concentrazione e prepara alla meditazione (Vivekananda, 1950). E anche negli esercizi cristiani della durata di dieci giorni proposti da Jalics (2000), l’attenzione consapevole dedicata al respiro come esercizio introduttivo del secondo giorno è al centro della meditazione.

La respirazione è un oggetto sempre disponibile: è vero che il processo respiratorio si svolge in maniera automatica, tuttavia è molto facile da percepire consapevolmente perché è accompagnato da movimenti del diaframma e della gabbia toracica. Inoltre nell’area dell’ingresso nasale compaiono delle sensazioni che possono essere usate altrettanto bene come “ancore” per l’attenzione.

Concentrazione dell’attenzione

Il primo ostacolo che la maggior parte dei principianti si trova a dover affrontare è l’esperienza di poter mantenere l’attenzione sull’oggetto di meditazione scelto solo per un arco di tempo relativamente breve. Già William James (1901) aveva descritto il fenomeno per cui possiamo concentrarci solo per pochi secondi su un oggetto se questo non muta (o se noi non cambiamo la nostra prospettiva di osservazione). Se l’oggetto è statico, perdiamo rapidamente interesse e l’attenzione comincia a divagare. Dopo un po’ ce ne accorgiamo e ritorniamo a concentrarci sull’oggetto della meditazione.

I movimenti e le sensazioni che accompagnano la respirazione facilitano la concentrazione dell’attenzione, ma a causa della monotonia del processo non è comunque facile mantenerla in modo costante. Si verifica un’alternanza di fasi di attenzione e fasi di distrazione. Con l’esercizio, il rapporto fra queste fasi si modifica, perché l’attenzione sulla respirazione può essere mantenuta più a lungo e la distrazione viene notata ed eliminata più rapidamente.

All’inizio della meditazione il compito consiste nell’allenare in modo sistematico l’autocontrollo dell’attenzione. All’interno di queste istruzioni, un simile controllo viene considerato una competenza di base che costituisce un presupposto importante per tecniche successive. L’addestramento della capacità di concentrazione può anche essere di per sé un obiettivo a cui tendere, per esempio in presenza di deficit di attenzione (Zylowska et al., 2009) o nel caso in cui sia necessario aumentare l’autocontrollo in generale (Seer, 1986). I circuiti neuronali coinvolti sono reti di attenzione le cui prestazioni possono essere incrementate con l’allenamento (Jha et al., 2007). Nel frattempo è stata pubblicata una serie di studi con procedure di diagnostica per immagini che dimostrano come mediante un training di meditazione sia possibile migliorare la distribuzione delle risorse attentive (Lutz et al., 2008 a).

Percezione delle sensazioni corporee

La concentrazione sulla respirazione è collegata ad una svolta dell’attenzione verso l’interno, che può essere ulteriormente aumentata chiudendo gli occhi, perché in questo modo vengono a mancare gli stimoli esterni che potrebbero distrarre. Con la respirazione, l’attenzione viene diretta all’interno del corpo, favorendo così la facoltà di percepire in maniera differenziata le sensazioni e i segnali corporei.

Il primo stadio di alterazione della coscienza per mezzo della meditazione consigliata in queste indicazioni consiste in un ampliamento della percezione del proprio corpo. Se si escludono quelle di dolore o di fame, le sensazioni fisiche tendono spesso a rimanere in secondo piano. L’ascolto delle “sensazioni di pancia” è tuttavia un elemento importante dell’intelligenza emotiva e dell’intuizione (Zeuch, 2010); per questo la meditazione viene vista come uno strumento per favorire l’intuizione (Sadler-Smith e Shefy, 2007).

Nella corteccia insulare anteriore dell’emisfero cerebrale destro confluiscono numerose informazioni provenienti dall’interno del corpo, che in quel punto formano una cosiddetta metarappresentazione del corpo percepito. Quest’area è attiva in un gran numero di processi mentali e ha un’importanza fondamentale per la nostra coscienza (Craig, 2002, 2003, 2004, 2009). Nel capitolo sul sentire vengono presentate delle analisi in base alle quali soggetti esperti nella meditazione evidenziano una quantità superiore di materia grigia (cellule nervose) nella regione cerebrale interessata rispetto ai soggetti dei gruppi di controllo. Inoltre viene anche descritta l’importanza della sensazione corporea per la coscienza di sé e come punto di riferimento per la nostra identità egoica.

Questo testo è estratto dal libro "Meditazione per Scettici".

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