Il Cibo che Cura - Carla Massidda
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Alimentazione e Psicosomatica

Il Cibo che Cura - Anteprima del libro di Carla Massidda

Il cibo è fonte di energia per il corpo

Il cibo è fonte di energia per il corpo: è il nostro carburante! La scelta degli alimenti da mangiare e dei tempi dei pasti non sempre segue i ritmi e le esigenze del corpo, bensì quelli della psiche. Il rapporto psicologico con il cibo è soggetto a diversi condizionamenti: talvolta siamo dominati dallo stato emotivo del momento, dai ricordi associati «a quel cibo» e dall'ambiente circostante, al punto tale da condizionare tutta la nostra vita quotidiana.

La tristezza

Quante volte si cerca il dolcetto o il cioccolatino per confortarsi e per dare dolcezza a una giornata «amara»? Il sapore dolce diventa il rifugio delle emozioni tristi, ma anche la banana è dolce, dunque perché scegliamo il cioccolato o la fetta di torta? La banana è sana e non dà soddisfazione! Nei momenti di tristezza, amarezza, sconforto o noia, diventa più appagante il dolcetto, perché in quel momento abbiamo bisogno di trasgredire. Al contrario, ci sono altre tipologie di persone che, in uno stato emotivo di tristezza, perdono la voglia e il desiderio di mangiare. Non è il corpo a non aver bisogno di carburante, ma la mente che decide di chiudere le comunicazioni con l'esterno, per non aggravare lo stato emotivo interiore generato da eventi esterni del vissuto personale. Infatti, anche l'atto di mangiare viene associato all'introduzione di un elemento esterno.

Generalmente, in questi frangenti, l'individuo parla poco e tende all'isolamento, come l'animale ferito che si nasconde nella tana per proteggersi e recuperare le forze.

L'euforia

Nello stato di euforia produciamo più adrenalina, siamo più energici e attivi, e sentiamo meno il desiderio di mangiare. Il questo caso l'euforia è uno stato mentale che ci porta a essere impegnati in qualche attività, che ci distoglie dalle necessità primarie del corpo. Un esempio è dato dall'artista quando è in piena fase creativa, da chi è concentrato in un lavoro o da chi fa uso di sostanze stupefacenti per generare lo stato di euforia. In tutti i casi il desiderio di cibo passa in secondo piano e ci si nutre del minimo indispensabile.

La noia

In questo stato emotivo, non si cerca un'attività da fare, si occupa il tempo mangiando e spiluccando in continuazione. La scelta ricade inevitabilmente sui cibi spazzatura perché rispecchiano lo stato emotivo in cui ci troviamo!

Le autoprivazioni

Nascono dallo stato mentale di insofferenza o intolleranza verso eventi, situazioni o persone che fanno parte della nostra vita. Si sviluppa un autocondizionamento per quale il cibo si associa allo stato mentale, generando delle intolleranze verso quegli alimenti che rappresentano lo stato emotivo di intolleranza. Un esempio è dato dalle persone con insofferenze affettive, che non «tollerano» gli zuccheri, o dalle «intolleranze» al latte legate al rapporto con la madre. Di questo argomento ne parleremo più approfonditamente nel capitolo sulle allergie e intolleranze.

Il cibo proibito

L'essere umano ha un'innata attrazione per ciò che è proibito, e ciò accade anche nei confronti del cibo. Già da bambini quando viene proibito un alimento, tipo il cioccolato o la nutella, facciamo capricci e attentati alla dispensa per poterla mangiare anche di nascosto dai genitori. In questo caso, il bambino non ha un'unità di misura ed esagera fino a sentirsi male, ma nonostante il mal di pancia o l'acetone, continua a desiderare la cioccolata. Da adulti la dinamica è la medesima: desideriamo mangiare quello che sappiamo ci farà male. Ciò è alla base dei fallimenti delle diete dimagranti, nelle quali la restrizione alimentare fa desiderare anche i cibi per i quali, normalmente, non si proverebbe attrazione.

Ricordi dell'infanzia

Nella mente di un bambino il rapporto con il cibo è in fase costruttiva ogni sapore, forma e colore sono una scoperta. Non ha condizionamenti e segue il suo istinto: se un cibo ha un odore o un sapore sgradevole, lo rifiuta. Ma qui entrano in gioco gli adulti, che obbligano il bambino a mangiare un determinato cibo perché ritengono sia necessario per la sua crescita. Inevitabilmente scatta un rifiuto, un disprezzo.

che resta nella memoria anche da adulti. Da bambina cercavano in tutti i modi di farmi mangiare il fegato e la carne di cavallo perché si pensava fosse indispensabile per la mia crescita, così tutt'oggi ho un'avversione non solo per questi alimenti, ma anche per quelli che hanno un sapore simile. È un condizionamento così forte che non riesco nemmeno a riassaggiare quei cibi e magari scoprire che non sono così sgradevoli!

Nei ricordi d'infanzia ci sono anche i sapori legati alla sfera affettiva; pensiamo alla torta preparata dalla nonna o alla cucina della mamma, che resta sempre la migliore anche per i grandi chef. Se ci propongono una fetta di torta fatta in casa non riusciamo a rifiutarla perché scatta il ricordo della torta genuina, fatta con tanto amore per noi bambini.

Il rapporto con il cibo, qualunque esso sia, ha la sua matrice nell'infanzia e da qui resta come imprinting per tutta la vita.

Stati di malessere fisico

Ci sono individui che non mangiano determinati alimenti perché, in un tempo indefinito, sono stati male. Si sentono spesso frasi come «Non lo mangio perché l'ultima volta (magari tre anni prima) sono stato malissimo»; frasi che rivelano come chi è condizionato non consideri che nei processi metabolici intervengono vari fattori. Talvolta ci può far male un cibo perché cucinato male o poco fresco, oppure perché avevamo uno stato di tensione tale da rendere difficoltosa la digestione o per altri svariati motivi. Il ricordo del malessere fisico diventa talmente predominante da condizionare la nostra alimentazione.

La pausa pranzo

I ritmi frenetici e l'organizzazione del lavoro, oggi impongono che la pausa pranzo sia sempre più ridotta e fatta fuori casa. Si mangia alla mensa quello che viene servito, indipendentemente che sia di nostro gradimento o ricco di condimenti che avremmo evitato a casa. Taluni scelgono il tramezzino al bar, senza considerare l'elevata quantità di grassi e calorie di quel triangolino di pane farcito! Altri preferiscono saltare il pasto, affermando che la digestione interferisca con il rendimento lavorativo. Tutti condizionamenti che intaccano la nostra salute e i processi metabolici, perché questi atteggiamenti portano a consumare una cena sostanziosa, giustificata dallo stato di relax di fine giornata e dal fatto che a pranzo non si è mangiato abbastanza. La scelta ottimale sarebbe quella di portarsi il pranzo da casa, ma per molti è scomodo e impegnativo o antisociale dover mangiare senza i colleghi!

Il giudizio altrui

Quello che ci viene detto dagli altri crea un condizionamento importante. Se qualcuno ci dice che siamo ingrassati, dal giorno dopo ci mettiamo a dieta o iniziamo a prestare attenzione a quello che mangiamo. Viceversa se qualcuno ci fa notare che siamo sciupati, ci poniamo il dubbio di non godere di buona salute.

L'opinione di un amico stretto in merito alla nostra alimentazione, il suo parere estetico e i sui giudizi possono assumere un grande rilievo e causare condizionamenti a volte pesanti.

Questo testo è estratto dal libro "Il Cibo che Cura".

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