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Come Abbiamo Sposato l'Idea dei Vaccini

I Vaccini Sono un'Illusione - Anteprima del libro di Tetyana Obukhanych

La radice del problema dei vaccini

Per comprendere la radice del problema dei vaccini, la prima domanda che occorre porsi è come sia nata la scienza deir immunologia. Tutto risale all’antica pratica popolare della variolizzazione, ossia Vinoculazione in un individuo sano del pus estratto da una pustola di vaiolo di un malato. Questa pratica era intesa a indurre una forma più blanda della malattia al fine di prevenire un contagio naturale, ma era un intervento poco sicuro e la sua efficacia non era adeguatamente documentata.

Alla fine del XVIII secolo, un medico britannico di nome Edward Jenner cercò di rendere un po’ più sicura la variolizzazione sostituendo il pus estratto da una lesione di vaiolo umano con quello di una pustola di vaiolo vaccino. Per distinguere la sua nuova procedura dalla variolizzazione, Jenner la denominò vaccinazione (dal latino vaccinium, a sua volta derivato da vacca), un termine che inizialmente era riferito solo a questa particolare procedura da lui messa a punto. I moderni vaccini hanno adottato questo termine, benché non abbiano niente a che vedere con i Vaccinia virus.

Il vaiolo vaccino era simile a quello umano, ma era generalmente attenuato, e le persone che lo contraevano naturalmente (di solito le mungitrici) risultavano in seguito immuni al vaiolo umano. L’idea di Jenner era che lo stato di immunità naturale al vaiolo che faceva seguito alla malattia naturale del vaiolo vaccino poteva essere ottenuto con la vaccinazione eludendo la malattia vera e propria.

Per collaudare la propria idea, Jenner vaccinò soggetti sani senza precedenti di vaiolo. Subito dopo la vaccinazione inoculò in questi soggetti il pus di una lesione da vaiolo umano, come nella procedura della variolizzazione. Senza la somministrazione del vaccino, questi soggetti normalmente svilupparono le pustole dovute al vaiolo umano indotto dalla variolizzazione. Ai soggetti vaccinati, invece, questo non capitò. Jenner concluse che i suoi soggetti vaccinati erano immuni al vaiolo umano esattamente come le mungitrici che contraevano quello vaccino. Convinse poi le autorità britanniche a fare buon uso dell’invenzione del vaccino. Il resto è storia.

Tuttavia Jenner fu ingannato dall’apparente successo del suo esperimento: sottopose infatti a controllo i soggetti vaccinati solo rispetto alla resistenza alla variolizzazione, ma non ne verificò la resistenza al vaiolo naturale. Se avesse attuato questo passo, avrebbe scoperto che la protezione offerta dal suo vaccino si esauriva nel giro di qualche anno, e si limitava a posporre la suscettibilità del soggetto al vaiolo senza tuttavia eliminarla in modo definitivo come invece fa l’esperienza naturale della malattia. Si dà il caso che la breve durata della protezione caratterizzi anche altri vaccini virali vivi attenuati attualmente in uso.

La sopravvalutazione dell’immunità conferita dal vaccino di Jenner potrebbe essere all’origine di una terribile epidemia di vaiolo in comunità interamente vaccinate nell’Inghilterra della fine dell’Ottocento e nelle Filippine dell’inizio del Novecento. Ai fini dell’eradicazione del vaiolo, la quarantena, una misura di sicurezza successivamente affiancata alla vaccinazione a livello mondiale, potrebbe avere avuto un’efficacia maggiore di quella attribuita alla vaccinazione stessa (per le fonti relative alla storia delle campagne di vaccinazione, vedi l’Appendice).

Poiché i limiti dell’approccio vaccinale alla prevenzione delle malattie sono stati così grossolanamente ignorati, la prima lezione importante che è sfuggita alla nostra comprensione è che vaccinazione non è sinonimo di immunità. Ciononostante, gli scienziati hanno proseguito le ricerche e l’elaborazione dei vaccini partendo dal presupposto che i due termini fossero equivalenti. La scienza dell’immunologia è stata fondata con lo scopo primario di studiare ciò che accade nell’organismo in seguito all’inoculazione di materiale estraneo infetto o innocuo con il falso pretesto di studiare l’immunità. Ogni nuova generazione di immunologi viene iniziata a questa illusione e senza averne la consapevolezza porta la ricerca immunologica in una direzione che si allontana sempre più dal comprendere la vera base dell’immunità.

Il mistero dell'antisiero equino

Dopo il vaccino del vaiolo, la successiva scoperta di rilievo nella ricerca immunologica è venuta dall’uso dell’antisiero equino per combattere la difterite e il tetano da parte di Emil von Behring e Shibasaburo Kitasato. Questa scoperta fu ritenuta così importante da procurare allo scienziato tedesco, nel 1901, il primo premio Nobel per la fisiologia e la medicina della storia. Stranamente, il suo collega giapponese che, per quanto ci è noto, fornì un uguale contributo al loro lavoro comune, non impressionò altrettanto positivamente il comitato del Nobel, che lo escluse dal premio.

Oggi la difterite e il tetano sono malattie molto rare rispettivamente associate ai batteri Corynebacterium diphtheriae e Clostridium tetani. I sintomi di queste malattie sono causati non dai batteri stessi, ma dalle tossine che essi secernono in condizioni molto specifiche. Tali tossine possono essere estratte dai mezzi di coltura in cui i batteri vengono fatti sviluppare.

Von Behring e Kitasato avevano documentato una proprietà sorprendente del siero (la componente liquida del sangue) prelevato da animali cui erano stati inoculati mezzi contenenti tossine: il siero aveva acquisito proprietà antitossiche. Se somministrato a pazienti con difterite o tetano, il siero antitossico (per brevità antisiero) portava alla guarigione da queste malattie: agiva come un antidoto alle tossine.

Il metodo originale della produzione di antisiero per uso terapeutico prevedeva il ricorso ad animali grandi come il cavallo, cui veniva inizialmente inoculata una frazione minima di una dose letale della tossina della difterite e del tetano. La dose di tossina veniva gradualmente aumentata con ogni successiva iniezione, finché alla fine ai cavalli veniva inoculata la quantità che sarebbe stata letale, se la somministrazione graduale non li avesse resi tolleranti alla tossina. Il loro siero veniva poi raccolto e usato come terapia della difterite o del tetano nei soggetti umani.

Benché il metodo originale dell’antisiero per la terapia della difterite e del tetano, pur non validate da un test clinico controllato con placebo, fosse una scoperta degna del premio Nobel, poneva comunque un enorme problema pratico: il siero animale non era ben tollerato da molti soggetti umani e spesso generava gravi effetti collaterali definiti “malattia da siero” o “reazione da siero”. Si imponeva così l’impiego di un antisiero di origine umana, ma inoculare a futuri donatori umani di antisiero dosi crescenti di tossine avrebbe richiesto tempi molto lunghi e posto possibili rischi.

Nel 1924, un fortunato immunologo avrebbe trovato una scorciatoia: si era scoperto che se le tossine della difterite o del tetano venivano trattate con la formaldeide (una sostanza usata come agente reticolante), non causavano gli stessi sintomi della malattia anche se inoculate in una sola dose elevata. Le tossine trattate con la formaldeide erano state denominate tossoidi ed erano diventate la base per i vaccini contro il tetano e contro la difterite1 e per la produzione del prodotto terapeutico a base di antisiero umano denominato immunoglobulina antitetanica (TIG).

Ora la domanda da porsi è la seguente: l’inoculazione delle tossine modificate (tossoidi) induce uno stato di tolleranza alle tossine naturali nei soggetti umani in maniera analoga a quanto faceva il metodo originale von Behring-Kitasato nei cavalli? Gli immunologi non lo sanno con esattezza, ma suppongono che sia così. Quali sono esattamente le loro convinzioni?

Gli immunologi attribuiscono gli effetti antitossici della terapia von Behring-Kitasato dell’antisiero equino a entità molecolari dette anticorpi (o immunoglobuline), ossia molecole con una forma a “Y” che possono legarsi a una gran varietà di tossine e di microrganismi patogeni. Gli immunologi ritengono che grazie alla loro capacità di legame, gli anticorpi neutralizzino le tossine, cioè impediscano a queste sostanze di provocare i sintomi della difterite o del tetano. Poiché in laboratorio gli anticorpi delle tossine non sono distinguibili dagli anticorpi dei tossoidi, gli immunologi non vedono motivo di dubitare che le inoculazioni di tossoidi inducano una produzione di anticorpi in grado di fornire sufficiente protezione contro le tossine naturali corrispondenti, esattamente come faceva l’antisiero equino originario. L’anello più debole in questa catena di ipotesi, tuttavia, è l’assenza in tutta la storia della ricerca immunologica di qualunque prova sperimentale attestante che l’effetto di antidoto dell’antisiero equino sulle tossine dipendesse davvero dagli anticorpi.

Come mai non siamo in possesso di prove sperimentali di un postulato così importante dell’immunologia? La risposta è che verificare correttamente tale postulato richiederebbe che ci si procurasse l’antisiero mediante il metodo originale von Behring-Kitasato in animali incapaci di produrre anticorpi. Grazie all’avanzata tecnologia nel campo dell’ingegneria molecolare, oggi siamo in grado di produrre topi geneticamente carenti nella produzione di anticorpi. Però fino a oggi era impossibile produrre animali di questo tipo, perciò il postulato è nel frattempo diventato un dogma senza che nessuno abbia mai cercato di verificarlo adeguatamente.

La supremazia del dogma degli anticorpi è tale che chiunque osasse suggerire di verificarlo oggi, sarebbe considerato un eretico. Io stessa ho commesso questo errore, quando ho suggerito a uno dei miei supervisori di farmi verificare il requisito degli anticorpi. Il docente mi ha inveito contro, intimandomi di continuare a occuparmi rigorosamente di scienza “della pagnotta” (per approfondimenti su questo argomento vedi la Postfazione).

Ciononostante, infrangendo il tabù, possiamo affermare che l’effetto terapeutico dell’antisiero equino originario (basato sugli anticorpi o meno) rimane a tutt’oggi un mistero misconosciuto. Gli immunologi scommettono sull’immunità mediata dagli anticorpi. Se si trattasse di una scommessa priva di fondamento, il metodo moderno per la prevenzione e la cura del tetano e della difterite basato sui tossoidi potrebbe essere del tutto inutile. Ma l’interrogativo più importante è perché l’immunologia sia così riluttante a rivalutare e reintegrare le sue teorie. Quale tipo di scienza preclude il libero pensiero e la libera sperimentazione?

Questo testo è estratto dal libro "I Vaccini Sono un'Illusione".

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