SELF-HELP E PSICOLOGIA

Come accogliere e comprendere le nostre ferite emozionali

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La guarigione del cuore

Se riesci a mostrare ciò che è dentro di te, ciò che è dentro di te ti salverà. Se non riesci a mostrare ciò che è dentro di te, ciò che è dentro di te ti distruggerà.
Gesù

Facciamo di tutto per evitare il dolore. Poi nei momenti più impensati, di fronte anche alla minima difficoltà, riaffiora.

Quando le cose non vanno bene e la realtà ci “offende”, il dolore delle nostre lontane ferite riemerge. Le esperienze passate che vorremmo dimenticare, tornano a “sanguinare”, lasciando tracce di intensa afflizione sul nostro presente. Si pensi alla “coazione a ripetere”, a quel passato che inesorabilmente ritorna e costruisce un destino.

Ci sono attimi in cui le ferite emozionali sperimentate durante l’infanzia, al cospetto di eventi scatenanti attuali, riemergono in adolescenza o in età adulta provocando un’intensa sofferenza.

Per quale ragione?

Si tratta sempre di qualcosa che “inconsapevolmente” vorremmo “seppellire”, ma che di fronte ad un’esperienza critica, altrettanto “inconsapevolmente”, riemerge.

Il nostro inconscio ricorda ciò che la mente conscia talvolta ha dimenticato. Le nostre ferite rimaste sepolte dentro di noi, non si cicatrizzano mai; basta un evento “similare” a quello della ferita “originaria”, che quel punto di vulnerabilità provocato ci porta a “sentire emozioni di dolore” per nulla diverse da quelle del passato.

Siamo imprigionati nel nostro copione, tanto che le reazioni di “allora” tendono molte volte a riproporsi. Quindi quando veniamo provocati da eventi particolarmente dolorosi dovremmo chiederci: “Come resistere alla tendenza a recriminare per invece andare a liberarci del passato che vive dentro di noi e che inconsapevolmente inquina il nostro presente e il nostro futuro?”.

Non è certamente facile.

Le nostre ferite più profonde sono ingabbiate nella memoria implicita, nel corpo e nel “campo” (vedi successivamente i riferimenti al paradigma quantistico). Esse limitano la nostra libertà. Anche quando l’inconscio cerca di occultarle dietro modalità comportamentali reattive, di fatto tendono a riemergere a nostra insaputa fino a determinare il nostro destino.

L’inconscio, con la complicità del corpo e del campo quantico, le tiene in vita con un processo di costante mistificazione ed alienazione esistenziale, processo che si consolida nella presenza di una finzione funzionale o maschera.

Per trasformarle e guarirle non serve evitarle. Di fronte al dolore non serve fuggire, fare finta di niente, ritirarsi, chiudersi in se stessi, e neppure disperarsi e contrastare. Occorre invece, senza accanirsi contro le difficoltà che la vita attuale ci riserva, “tornare a quelle ferite emozionali”, rimanendo all’altezza della sofferenza, nell’intento di accettarle e trasformarle.

Le nostre ferite ci insegnano molte cose circa la nostra sofferenza “superflua”, i nostri bisogni, su come fare fronte ai problemi che siamo chiamati ad affrontare, sulle vie che dobbiamo percorrere per migliorarci e cambiare rotta per un nostro autentico cambiamento.

Solo accogliendo le nostre ferite, un’esperienza dolorosa diventa grazia: uno spazio di luce.

La vera nostra trasformazione nei momenti difficili non sta nel riscatto egoico, nel diventare forti ed invincibili, nel trovare soluzioni “strategiche” al problema, ma nell’assumere il coraggio di accettare la nostra vulnerabilità e vedere in essa come possiamo ri-emergere con rinnovate possibilità.

Contrapporsi alla ferita nella forma della “protesta virile” non fa altro che illusoriamente pensare di volerla “sanare” attraverso i nostri “abituali” modi di essere centrati sul potere, il controllo, la dissimulazione.

Niente di più illusorio.

Il vero cambiamento non è un eliminare o contrastare la ferita, ma è un integrarla attraverso un “supplemento d’amore” che passa attraverso l’accettazione profonda.

Solo mediante questo lavoro di accettazione incondizionata possiamo, nella nostra ritrovata integrità, recuperare il coraggio di rinascere, di sperimentare nuovi modi di pensare, di “sentire in termini emozionali stati di coscienza superiore” e di agire consapevolmente.

Ri-nascere

È per nascere che siamo nati
Pablo Neruda

Scriveva lo psicoanalista Luigi Zoia: “Si nasce sempre due volte”.

C’è una nascita data dai nostri genitori, e c’è una nascita che coincide con un percorso di “conversione” dove ci apriamo a nuovi modi di essere.

Non si cambia chiudendosi all’amore.

Tutte le volte che cerchiamo di evitare la sofferenza chiudendoci in noi stessi, questa si aggrava di una sofferenza “ulteriore”.

Solo scendendo nella nostra vulnerabilità con un atteggiamento di profonda accettazione, equipaggiati delle risorse del nostro adulto e dell’essere consapevoli di una fede che non ci lascia soli, possiamo esplorare che cosa ci tiene legati al passato, possiamo trovare la via di un riscatto che ci decondiziona da un’infanzia che ci ha imprigionato in una sorta di copione che, riproponendosi costantemente, spesso ci condanna a ripetere un futuro sempre uguale.

Il primo passo per andare incontro a una vera trasformazione, che non è un semplice modo strategico di fare funzionare le cose ma che rappresenta una possibilità di “trovare nella nostra ferita originaria modi diversi di far fronte al dolore”, si prospetta nel rimetterci in contatto con il nostro “bambino interiore inascoltato” per poi procedere a liberarci da quelle maschere, finzioni funzionali, modi di essere inautentici che ostacolano la nostra vita di relazione e soffocano i nostri desideri.

Il “nostro bambino interiore”, rimasto inascoltato nel passato, rimane vivo dentro di noi e ancora ci condiziona nel presente. Ci appella a dargli ascolto. Se non lo facciamo, il suo modo di sentire continua a influenzare il nostro presente, il nostro corpo e le nostre relazioni.

Possiamo restituirci un’infanzia felice, non scavando nel nostro passato, ma accettando di “vedere come quel passato vive ancora dentro di noi” e così trasformarlo.

Gli inciampi della nostra infanzia ci consegnano a modi di essere ripetitivi ed automatici, che sono causa di una sofferenza “superflua”. Per disattivarli non basta la razionalità. Non basta il capire, occorre spostarsi sul piano del comprendere, ossia su quel piano dove quelle emozioni dolorose che abbiamo rigettato e nascosto attraverso la maschera, il controllo, il potere, la compiacenza, il vittimismo, ritrovano “accoglienza”.

Occorre “nascere una seconda volta” dando “parola” a quella parte di noi che per paura abbiamo forzatamente fatto tacere.

Finché non siamo capaci di prenderci cura del dolore “originario”, senza crogiolarci in esso, rischiamo che quel passato doloroso si riproponga “molte volte”, perché, come scriveva Carl Gustav Jung (1935), “ciò che non si esprime si imprime”, ciò che rimane inascoltato resta per sempre.

Procediamo in questo lavoro di consapevolezza profonda a piccoli passi.

Dall'"essenza" alla "maschera egoica" o "falso Sé"

Se il mondo gira male, c’è qualcosa che non va in me.
C.G. Jung

Per cogliere come le nostre ferite sono un’occasione evolutiva dobbiamo partire dalla considerazione che non possiamo riscattarci spiritualmente fintanto che non accogliamo e comprendiamo le nostre ferite emozionali.

Per dare inizio al nostro lavoro, possiamo fin d’ora esaminare il modo in cui si determinano le ferite nella nostra infanzia a partire da un’analisi del processo di individuazione/separazione descritto dalla psicoanalista Margaret Mahler.

Nell’esperienza della separazione si determinano, “nel bene e nel male”, tra paure e bisogni insoddisfatti, l’avventura della condizione umana e, con “la caduta nel mondo della dualità”, l’origine della coscienza.

Il bambino, separandosi dal corpo del caregiver (di solito la madre), passa dallo stato natura di indifferenziazione allo stato cultura di soggetto che produce simboli e conoscenza.

È con la “mancanza al corpo” (A. Lapierre, 1998) che il bambino scopre la presenza, il sé differenziato dal non-sé, e con il permanere dei suoi bisogni simbiotici di ricongiungimento con la madre arriva alla consapevolezza della distanza e del dolore della perdita, della gioia per il riavvicinamento, dell’odio e dell’amore.

All’inizio della vita il neonato è in uno stato di simbiosi originaria, di non-separazione dal corpo della madre: stato che è funzionale alla sua sopravvivenza. Poi i ripetuti distanziamenti dalla figura materna, o chi ne fa le veci, e la “coscienza di avere un corpo”, determinano nel bambino la rottura di tale simbiosi originaria, rottura che viene percepita attraverso la sensazione di un vuoto incolmabile, di uno stato di indeterminatezza, di una mancanza.

È a partire da questo stato di mancanza, pur nella permanenza del desiderio del ricongiungimento (costanza dell’oggetto libidico) e la paura che non avvenga, che il bambino, riconoscendosi altro dalla madre, arriva gradualmente a dare corpo alla presenza di fenomeni, spazi ed oggetti transizionali, come voce, gesti, oggetti simbolici e parole, che lo porteranno gradualmente alla coscienza del simbolo (symbàllò rimanda all’idea di “mettere insieme”: nel significato originario il simbolo è il mezzo di riconoscimento che nell’antica Grecia si otteneva spezzando irregolarmente in due parti un oggetto in modo che il possessore di una delle due parti potesse farsi riconoscere facendole combaciare. In altri termini il simbolo è un segno/gesto, parola, oggetto evocativo, la cui percezione suscita un’idea diversa dal suo immediato aspetto sensibile, ma che si avvicina alla comprensione del segno. Anche la parola mamma è un simbolo che evoca la presenza di ciò che è assente, ossia la mamma).

Senza l’esperienza della separazione, come frustrazione strutturante connessa con la rottura e il riavvicinamento a livello fusionale, non c’è un’adeguata produzione simbolica.

Vale a dire che “senza la ferita della separazione, non c’è uno spazio di creazione come evoluzione della coscienza”.

Tale processo di ricongiungimento nel tentativo di ripristinare la simbiosi originaria verrà messo in atto dal bambino con diverse strategie transizionali (simboli “attivi”): chiamandola, sorridendole, piangendo, urlando, manipolandola, adulandola, protestando o rifiutandosi di mangiare.

Tali strategie sono un modo inconsapevole del bambino di “corromperla”, al fine di allontanare la paura della sua perdita definitiva e di ritrovare accudimento e protezione.

Ogni manipolazione dell’ambiente da parte del bambino nasce dalla paura dell’abbandono o dell’invasione.

È da questa avvenuta “separazione al corpo”, con la permanenza del desiderio fusionale (stato di dipendenza), e con il riconoscimento e il tentativo di riavvicinamento dell’oggetto d’amore, che emerge la paura: paura di essere abbandonato, invaso, tradito, rifiutato, umiliato.

Più è grande il desiderio di ricongiungersi con l’altro (per l’adulto, potremmo dire più è forte la passione amorosa), più è grande la paura.

Più è accentuato il desiderio di affidarsi, più è grande la paura di essere abbandonato, più è grande il bisogno di riconoscimento, più è grande la paura di essere umiliato ed esposto alla vergogna.

Più la madre si rivelerà “necessariamente” inadeguata per eccesso di vicinanza o distanza, più il bambino adotterà comportamenti di manipolazione, che diventando coattivi ostacoleranno la sua capacità di sperimentare l’autenticità del proprio esserci.

Da qui lo strutturarsi di una “maschera o finzione funzionale”, destinata ad esercitare un tentativo di colmare la mancanza d’amore non attraverso la “domanda” ma il “controllo”.

Supponiamo che un bambino con un sorriso accattivante e con lo sguardo puntato sugli occhi della madre, che si rifiuta di assecondare i suoi capricci a tavola, le dice: «Mamma, sei la cuoca migliore che io conosco. Farò tutto quello che mi chiedi». A questo punto potrebbe accadere che la madre “corrotta”, in quanto ha ceduto alle lusinghe, gli prepari una buonissima cioccolata in tazza e lo prenda tra le braccia.

Se la situazione tenderà a ripetersi ci sono buone probabilità che il bambino impari precocemente che per ottenere le cose, bisogna manipolare, adulare, compiacere, sottomettersi.

Si pensi al bambino che assume la maschera “vittimistica”.

Spesso non riceve attenzione dai genitori. Poi un giorno si ammala e la madre lo accudisce, gli porta ogni ben di Dio pur di farlo stare bene.

Anche in questo caso, se la situazione si ripete, il bambino impara che per avere affetto non bisogna chiederlo con le parole, poiché si fa molto prima ad ottenerlo ammalandosi.

Ogni maschera, come quella del compiacente, del colpevolizzante o della vittima, ha un unico scopo: “corrompere” la madre per soddisfare propri bisogni, rinunciando così a chiedere in modo diretto e autentico.

Data di Pubblicazione: 7 maggio 2021

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