SALUTE E BENESSERE

Come agisce lo stile di vita sulla tua salute?

Come agisce lo stile di vita sulla tua salute?

Scopri i 3 fattori che accelerano l’invecchiamento leggendo l'anteprima del libro di Massimo Gualerzi.

I 3 fattori che accelerano l’invecchiamento

Come agisce lo stile di vita sulla nostra salute? Come altera la nostra bellezza? Come può alterare la nostra longevità? Proviamo a capire come dallo stile di vita e dai disordini macroscopici si possa arrivare alle fini alterazioni biochimiche alla base dei processi degenerativi e di accelerazione dell’invecchiamento.

Dallo stress mentale a quello ossidativo: 1° fattore di invecchiamento accelerato

Oggi lo stress è una parola talmente usata che viene spontaneo pensare abbia sempre fatto parte del nostro vocabolario. Invece, cinquant'anni fa nessuno usava la parola stress per descrivere l’ansia personale. Negli ultimi decenni stress è divenuto il disturbo psicologico più diffuso e diagnosticato nella società occidentale e rappresenta secondo molti studiosi la più grande minaccia per la nostra salute. Qualcuno lo ha paragonato a un killer che agisce silenzioso, capace di danneggiare tutti gli organi, e quindi minare quel delicato equilibrio che chiamiamo salute.

Lo stress, in realtà, è senza dubbio il sale della vita: ci spinge a fare e a raggiungere nuovi obiettivi, ci consente di crescere, di avere ambizioni» di realizzarci, di provare emozioni forti. Chi si godrebbe realmente una vita senza stimoli, senza emozioni forti, senza impegno? Se è così funzionale viene spontaneo chiedersi perché ci faccia ammalare.

In effetti lo stress è “eustress”, positivo e stimolante quando si alterna a momenti di riposo, soddisfazione, ricarica. Diventa invece “distress”, un potente veleno in grado di intossicare più o meno lentamente il nostro organismo, quando si protrae senza sosta.

La linea sottile e non sempre riconoscibile che separa lo stress buono da quello cattivo è diffìcile da identificare. Come ho potuto sperimentare con la maggior parte dei miei pazienti, lo stress anestetizza, allontana dalla capacità di percepire e dare ascolto alle emozioni più fini e quindi non permette di entrare in contatto con i bisogni vitali. In preda allo stress, non sentiamo la fame, la sete e nemmeno la stanchezza e resistiamo fino a sentirci male. Questo, se da un lato ci consente di sopravvivere - sarebbe davvero strano se nel bel mezzo di una gara ci fermassimo perché siamo tristi, o ci viene sonnolenza - dall’altro ci fa ammalare, poiché oggigiorno la competizione inizia quando ci svegliamo e continua fino a quando andiamo a dormire, e spesso ci compromette anche il sonno.

La vita è diventata una sfida continua, con noi stessi e con gli altri. È questo eccesso di performance richieste e di stimoli incessanti che ci avvelena. Finiamo per perdere il controllo della situazione, non essendo più in grado di dominare gli eventi. La vita diventa insostenibile ed esageratamente stressante, e anche le cose che abbiamo sempre tollerato diventano insopportabili. A complicare il tutto c’è il fatto che all’aumentare della nostra complessità cognitiva, ogni situazione - anche quelle che non esistono, che noi immaginiamo soltanto - ci attiva e ci stressa emotivamente e fisicamente.

Come spiega Robert M. Sapolsky nel suo bellissimo libro "Perché alle Zebre Non Viene l'Ulcera?" a differenza degli animali, che hanno come principale fonte di stress delle problematiche fìsiche, sia acute (come traumi o ferite, caccia o fuga) che croniche (come carestie, siccità), gli uomini hanno a che fare con stressor più di carattere psicologico e sociale. L’enorme differenza sta nel fatto che gli stressor fìsici acuti e cronici, tipici degli animali, danno luogo a reazioni fìsiche ragionevolmente buone, mentre quelli psicologici e sociali, tipici dell’uomo, tendono a danneggiare salute e aspetto, perché sono più intensi e più duraturi.

La zebra che corre per salvarsi la vita o il leone che corre per guadagnarsi la cena attivano dei meccanismi di risposta a livello fisiologico che sono perfettamente adeguati alle emergenze fìsiche di breve durata. Quando noi pensiamo e ripensiamo a ogni genere di problema stressante, attiviamo gli stessi meccanismi fisiologici di risposta, che risultano deleteri quando, per motivi psicologici o di altra natura, diventano cronici.

Gli effetti principali che possiamo riscontrare si manifestano con un aumento della frequenza cardiaca, della pressione, una facile irritabilità e con disturbi fìsici molto aspecifìci e diffusi come gastriti, coliti, difficoltà nel dormire, parestesie e l’elenco potrebbe essere ancora lungo.

Sulla pelle gli effetti sono altrettanto evidenti, con tratti somatici appesantiti, colorito spento, comparsa di imperfezioni cutanee. Ciò che invece non si vede è un fenomeno chiamato stress ossidativo che, generato dallo stress stesso e dagli ormoni che vengono rilasciati ogniqualvolta ci sentiamo minacciati, va ad alterare le strutture macroscopiche e microscopiche del nostro organismo in modo subclinico e lentamente preparano il terreno alla malattia e all’invecchiamento.
I radicali liberi, prodotti dall’ossidazione, sono sostanze oggi molto note sia in medicina che in cosmesi per la loro pericolosità.

Si tratta di molecole diffuse in tutto il corpo, altamente reattive che se non neutralizzate prontamente, si legano e ossidano tutto quello che viene in loro contatto. Si ossidano i lipidi delle membrane cellulari, che sono la barriera difensiva e deputata a regolare gli scambi e la comunicazione tra le cellule e il mondo esterno, inducendo in questo modo infiammazione e invecchiamento.

Si ossidano le lipo-proteine a bassa densità (LDL), che diventano LDL ossidate, particolarmente tossiche per la vita delle nostre cellule che danneggiano l’integrità dei vasi sanguigni dove si trovano, causando lo sviluppo e la progressione delle lesioni aterosclerotiche e quindi delle malattie cardio-vascolari. Ancora, si ossidano gli acidi nucleici DNA e RNA del nostro patrimonio genetico, provocando mutazioni del codice genetico stesso. Infine si ossidano le proteine strutturali (acido ialuronico, collagene, ecc.) e quelle regolatorie, con conseguenti danni strutturali e funzionali all’organismo e naturalmente della pelle.

Dall’alimentazione “junkfood” alla glicazione: 2° fattore di invecchiamento accelerato

Chiedete a una persona grassa come ha preso tanti chili: nessuno vi dirà che il motivo della pancia è che mangia davvero troppo. Vien da chiedersi se la gente soffra di una strana forma di amnesia oppure veramente non ingerisca così tanto cibo in eccesso. In realtà, per accumulare la pancia non occorre davvero mangiare molto: sono anche altre le componenti che determinano il sovrappeso o il cosiddetto aspetto “moderno” di esseri tendenzialmente magri ma con una pancia sproporzionata.

Il motivo principale del nostro strano modo di ingrassare è dovuto in primis alla qualità del cibo e a come lo assumiamo, intendendo per qualità il fatto che la maggior parte delle persone non sa “cosa” sta mangiando (carboidrati, proteine, grassi, fibre, ecc.) e da dove proviene il cibo che mangia. Il “come” invece riguarda anche il modo in cui si cucinano i prodotti, il luogo dove li consumiamo e ancor più lo stato d’animo, le emozioni e il tempo che vengono dedicati a compiere una delle funzioni biologiche più essenziali e importanti: nutrirci.

Una delle principali ragioni che spiega il perché ingrassiamo è la disattenzione e il ritmo con cui mangiamo. Gran parte del nostro problema inizia proprio dalla velocità con cui ingeriamo i cibi. Questa accelerazione, propria della nostra vita in generale, è favorita anche dai luoghi dove questo avviene. L’evidenza la troviamo ad esempio entrando in un fast food. In questi locali non è la quantità del cibo da colpevolizzare, come da più parti sostenuto, quanto la qualità della preparazione e questo non perché ci vengano offerti cibi necessariamente scadenti, ma perché il cibo utilizzato è preparato e studiato affinché possa essere ingerito velocemente e possa dare quasi immediatamente un senso di sazietà. In questo modo il consumatore medio si ferma il meno possibile, liberando posti che serviranno per i clienti successivi, garantendo così il mantenimento del business basato sui volumi. Com’è possibile? Il cibo preparato ha delle caratteristiche precise.

Il cibo da fast food ha un alto indice glicemico, fattore chiave nel darci un senso di sazietà e di gratificazione in tempi brevissimi. I cibi ad alto indice glicemico possono essere facilmente identificati in quanto sono quelli più morbidi, più facili da masticare, per così dire “già digeriti” prima della loro ingestione. Tutto questo fa sì che chiunque riesca a mangiare una o più portate o più panini in pochi minuti provi un senso di immediato appagamento. Immaginiamo quindi il pane morbido, le salse, le creme, la carne tritata all’interno: potremmo elencare una serie di cibi che deglutiamo senza quasi doverli masticare. Ogni volta che ci alimentiamo in questo modo, i nutrienti, principalmente gli zuccheri e proteine entrano in circolo molto velocemente, stimolando la produzione, in modo altrettanto veloce, di ormoni capaci di accumulare tutto nei tessuti e in particolare in quello adiposo.

Uno degli ormoni più stimolati in questo tipo di alimentazione è l’insulina che è la responsabile, quando secreta in abbondanza per le ragioni appena spiegate, del senso di pienezza, di sazietà e di stanchezza post-prandiale. L’insulina inoltre, viene stimolata dall’eccessivo consumo di proteine e questo determina davvero oltre al danno la beffa, in quanto non solo i cibi ad alto indice glicemico ma anche le diete che dovrebbero porvi rimedio, cioè quelle principalmente a base proteica, finiscono per indurre lo stimolo e cioè la produzione di insulina e le vie metaboliche a essa collegate.

L’insulina, prodotta in modo così abbondante sotto gli stimoli di questi cibi, determina l’accumulo di grasso nei tessuti attraverso il veloce allontanamento del glucosio dal circolo e la stimolazione di vie metaboliche come quella mTOR (potente via metabolica che stimola la crescita cellulare: aumento di peso e tumori). Ma c’è di più: più velocemente l’insulina agisce, prima ritorniamo ad avvertire il senso di fame. Ed ecco che dopo un pasto veloce ad alto indice glicemico, la fame ricompare nell’arco di poche ore e innesca un circolo vizioso e deleterio di alimentazione che viene difficile chiamare “nutrimento”. Il nostro tentativo di lenire questa “fame improvvisa” attraverso i più diversi “spuntini” determina di nuovo l’aumento dell’insulina che porterà come risultato finale... il grasso. Non importa quindi quanto avremo mangiato, sarà la qualità del cibo che davvero ci avrà danneggiato!

Il segreto di salute che si deduce è quindi scegliere cibi “meno semplici” dal punto di vista biochimico: cibi integrali, complessi, ricchi di fibre, meno manipolati dall’uomo, in modo tale che il nostro apparato digerente possa assorbire i nutrienti più lentamente e determinando così anche un minore incremento dell’insulina.

A livello subclinico i cibi ad alto indice glicemico immettono più glucosio nel torrente circolatorio e causano la glicazione.

La glicazione, secondo fattore di invecchiamento precoce silente e pericoloso, è il processo durante il quale molecole di glucosio si legano a molecole proteiche e a specifici recettori, rendendoli inattivi. Le abnormi molecole che ne derivano (AGES, advanced glycation end products), sono responsabili di insulti tossici a livello cellulare. Più dettagliatamente, gli AGES si legano a particolari recettori, i RAGE (receptor for age), inducendo stress ossidativo e promuovendo il processo di infiammazione. Il legame AGES-RAGE, caratteristico della glicazione, è un processo che tende ad autoreplicarsi determinando importanti danni a livello degli organi principali e dei tessuti. Conseguenze dirette di un’eccessiva glicazione sono dunque l’ispessimento dei tessuti e la degenerazione fisiologica associata all’invecchiamento. Vengono compromessi la funzione della matrice extracellulare di ossa, tendini, cartilagini, denti, sistema cardiovascolare, muscolo scheletrico, risulta accelerata la perdita di massa ossea tipica dell’avanzare dell’età e naturalmente viene danneggiata la pelle, che apparirà meno tonica e più soggetta alla comparsa di rughe. Gli AGES infatti, una volta formati, possono indurre il cross-linking del collagene, ovvero un indurimento delle fibre che toglie elasticità alla pelle.

Dalla sedentarietà alla compromissione della metilazione: 3° fattore di invecchiamento accelerato

Ai giorni nostri, la scelta del ristorante o del bar dove mangiare soprattutto a pranzo è solitamente determinata non da cosa preparano da mangiare bensì da quanto facilmente si riesca a raggiungere il locale. Questo ci deve far riflettere. Per prepararsi al momento del nutrimento e far sì che ciò che ingeriamo sia utilizzato per accrescere la nostra massa magra e i nostri organi, l’organismo ha bisogno di muoversi. Il modo migliore per abbassare l’insulina e per ridurre le calorie non è affamarsi ma muoversi.

Come accennato in precedenza non può esistere un’educazione alimentare che non tenga conto delle spese energetiche che il nostro organismo deve affrontare. Imparare ad aumentare le uscite è la prima cosa da fare quando si voglia dimagrire in maniera sana. Conoscere il proprio metabolismo basale, ovvero il proprio dispendio energetico in condizioni di inattività, aiuta a calibrare meglio i nostri fabbisogni. Se una persona ha vissuto tutta la vita in dieta, cioè riducendo le calorie, per poter continuare a vivere avrà dovuto abbassare il proprio metabolismo basale.

Il corpo umano è una macchina perfetta al punto da essere in grado di funzionare benissimo anche quando gli introiti energetici sono ridotti e questo perché esiste un’autoregolazione che fa sì che a fronte di minori entrate si spendano meno energie. Il corpo diventa un po’ più freddo, si suda con estrema difficoltà, la fatica compare appena ci si muove e si è meno energici in ogni attività. Tutte queste modifiche permettono di sopravvivere a fronte di scarsi introiti energetici, cioè in un regime dietetico ipocalorico.

Uno dei segreti di una dieta equilibrata è non farsi tentare dal ridurre le calorie, bensì iniziare ad aumentare le nostre “uscite”, mettendo in moto il nostro corpo, attivando i nostri processi energetici ed energizzanti. Per sbloccare un metabolismo che da troppo tempo vive ai minimi non c’è niente di meglio che iniziare a muoversi, magari facendolo alla mattina a digiuno, quando, per mancanza di energia pronta, saremo costretti a smuovere le nostre riserve. Ecco ad esempio uno dei motivi che ci fa capire come andare al ristorante a piedi aiuta a dimagrire!

A livello subclinico la sedentarietà, oltre a innescare processi metabolici che porteranno alla formazione del grasso viscerale, influisce anche su processi molto fini e specifici quale la mediazione. Parlare di metilazione significa considerare un processo vitale: la replicazione cellulare. Il più importante principio organizzativo cellulare viene realizzato grazie alla chimica di trasferimento del gruppo metilico CH3. I metili agiscono da “informatori”, comunicano in sostanza alla cellula quali parti del codice dna non trascrivere per evitare l’invecchiamento precoce o l’aberrante crescita cancerogena.

Le ultime ricerche suggeriscono che il comune tracciato dell’invecchiamento sia proprio la perdita graduale dei gruppi metilici CH3 da parte del dna. Perdere il 40% dei gruppi metilici implica un crollo totale del sistema. Tale perdita, da parte degli umani e dei mammiferi in genere, è associata al crollo degenerativo dell’organismo.

L’indicatore tipico di una metilazione indebolita è l’omocisteina alta, rilevabile da esami specifici del sangue, e alti livelli di omocisteina accelerano tra l’altro l’accorciamento dei telomeri. I telomeri, dal greco telos, cioè “fine”, sono la parte finale dei cromosomi. A ogni divisione cellulare la sequenza inizialmente bella lunga dei codoni telomerici tende a scheggiarsi, a sfilacciarsi, ad accorciarsi e questo determina invecchiamento e malattia.

Alimentarsi male dunque, ma soprattutto muoversi poco, significa perdere gradualmente gruppi metilici e compromettere la replicazione cellulare. Fermare o rallentare la perdita dei gruppi metilici dal DNA grazie a un corretto movimento è pertanto un processo inverso, ringiovanente e revitalizzante.

Data di Pubblicazione: 28 maggio 2020

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