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Come fare appello alla propria forza interiore

Come fare appello alla propria forza interiore

Nell'anteprima del suo libro Gianpietro Ghidini spiega come resistere alle negatività, come non disperarsi e a crederci sempre.

Volevo diventare ricco

Una volta diplomato al liceo scientifico, mi iscrissi alla facoltà di Economia a Brescia. Volevo laurearmi per non lavorare tutta la vita in officina come mio padre. Odiavo quel lavoro. La mattina lavoravo, ma il pomeriggio studiavo con l’ambizione di diventare un manager e guadagnare un sacco di soldi. Restavo concentrato sul mio desiderio anche mentre ero impegnato alla motrice in officina e ascoltavo negli auricolari le lezioni registrate la sera. Sognavo di cambiare il mondo, aiutando i più sfortunati con i soldi che avrei guadagnato e con l’esperienza che avrebbe consentito di liberarmi dalle paure che mi frenavano.

La mia famiglia non era ricca, anche se non mi mancava nulla, e caparbiamente avevo deciso che, sì, sarei stato un ottimo cittadino con la mia missione da svolgere nella vita.

Nel 1989 sposai Serenella e fu un anno importante, anche se non particolarmente facile. Stavo iniziando ad affrontare, ora lo so, la mia missione, incontrando le prime difficoltà che minarono la mia autostima e le mie convinzioni.

Serenella mi aveva dato la bellissima notizia di essere incinta, ma la gravidanza era fortemente a rischio e doveva entrare e uscire in continuazione dall’ospedale.

Io stesso fui ricoverato a fine agosto di quell’anno all’ospedale civile di Brescia per degli accertamenti, perché da diversi anni avevo delle tracce di sangue nelle urine e i medici temevano avessi la glomerulonefrite di Berger, una malattia degenerativa che mi avrebbe portato alla dialisi entro pochi anni.

E non era tutto: solo a mia madre avevo confidato che mi ero dimesso dall’azienda in cui lavoravo da due anni e per questo c’era un motivo molto importante. Io, così emancipato nel mio lavoro e attento a guadagnare e a non far perdere tempo e soldi anche ai miei datori di lavoro, non avevo potuto accettare ciò che era accaduto il 13 luglio di quell’anno.

La direttrice dell’azienda per cui lavoravo mi aveva insegnato ad aggiornare il listino prezzi di circa 2000 articoli ogni qualvolta il valore dell’ottone avesse subito variazioni. L’operazione era obsoleta, lunga, fatta con la matita e la calcolatrice, ma ero riuscito a gestirla in automatico usando uno dei primi computer. Chiamai, quindi, la direttrice nel mio ufficio, impaziente di raccontarle la novità.

Le chiesi di sedersi accanto a me e le mostrai lo schermo del computer, spiegandole la mia idea: usare il foglio di lavoro elettronico per aggiornare i listini, impiegando un secondo anziché una settimana e con una possibilità di errore pari a zero.

Mi guardò con occhi allucinati dicendomi: “Qui si fa come dico io! Si usano i miei metodi, per cui continuerai a usare le vecchie schede manuali come ti ho insegnato”.

BAM! Impallidii senza riuscire a proferire una sola parola. Quella notte non dormii.

La frustrazione più grande, mi resi conto, fu quella di non essere stato ascoltato.

La mia piccola rivoluzione

Il giorno dopo, il 14 luglio 1989, era il bicentenario della presa della Bastiglia e feci anch’io la mia piccola rivoluzione. Consegnai le dimissioni pronunciando queste parole: “La ringrazio, ma questa non è l’azienda che fa per me”. E me ne andai. Promisi a me stesso che non avrei mai accettato di lavorare con chi non avesse preso in considerazione i miglioramenti solo per paura del nuovo e soprattutto con chi non mi avesse nemmeno ascoltato.

Dico sempre ai giovani di non svendersi a chi li vuole solo sfruttare, perché non avranno mai la possibilità di crescere. È fondamentale circondarsi di persone che siano disponibili ad ascoltare.

Ascoltare è prestare attenzione, guardare l’altro con occhi curiosi, leggergli il labiale tanto la curiosità è forte, sentire le parole come suoni unici, impareggiabili, pieni di significato. Essere ascoltati è più importante di sapere che la nostra idea è stata accettata.

Certo, anche lo stipendio era importante in quel momento, perché non avevo un soldo, ero in attesa della mia prima figlia e forse sarei stato malato a vita.

Il momento era molto difficile e a ventotto anni con tutti questi problemi non era il massimo della vita, ma guardavo a ciò che di bello avevo e cercai un nuovo lavoro, mentre attendevo gli esiti clinici.

Forse ciò che mi salvò fu l’atteggiamento mentale combattivo e fiducioso, unito alla fortuna di avere al mio fianco delle persone che mi amavano.

Verso la fine di luglio accadde un episodio che oggi mi fa capire come a quel tempo fossi sensibile e attento ai segnali che l’universo mi mandava e di come la decisione di un secondo possa cambiare per sempre la nostra vita. Il responsabile di un’azienda bresciana rispose alla mia richiesta di lavoro; si trattava di un incarico come responsabile commerciale nei Paesi di lingua spagnola e in Sud America.

“Viaggerò!”, mi dicevo e cominciai a sognare i bei territori che avrei potuto visitare.

Mi stavo recando al colloquio di lavoro ed era una giornata molto calda. Alla guida della mia vecchia Lancia Prisma che non mi aveva mai tradito, lungo un viale alberato, felice ed emozionato, mi sentivo già in viaggio verso il Sud America e ripetevo ad alta voce frasi in spagnolo, aggiungendo le “s” alle parole in italiano. Mentre ridevo di me, mi accorsi che l’auto rallentava e dal motore usciva del fumo bianco.

In quegli anni i cellulari non esistevano, quindi parcheggiai e mi avviai verso una cabina telefonica per informare chi mi aspettava che avevo un problema all’auto. Mi risposero con molta cortesia di tornare un altro giorno.

Ci sono momenti in cui la vita ti costringe a decidere velocemente cosa fare della tua. Mi ascoltai per un momento e il “qui e ora” diventò importantissimo, vitale.

Abbassai gli occhi sulle scarpe impolverate e mi dissi: “No, non ci sarà un altro giorno. Se la mia auto mi ha lasciato a piedi, significa che questo lavoro non fa per me”.

Mi avranno dato del matto, del Tiziano Terzani premonitore e veggente, ma lo dissi e lo feci: non andai all’appuntamento.

Nessun rimpianto

Nessun rimpianto, solo la sottile curiosità di non aver mai saputo quale strada avrei percorso e che destino differente avrei avuto se ci fossi andato. Un pensiero appena accennato nella mente e di nuovo l’azzurro negli occhi.

Ripercorro i momenti più intensi di quell’anno rivoluzionario che mi ha dato tanto e ricordo esattamente le date e i momenti cruciali che hanno contribuito alla svolta: da giovane sognatore a uomo quasi padre, quasi lavoratore, forse manager e quasi in salute.

Il 14 settembre di quello stesso anno ottenni un posto di lavoro come responsabile amministrativo in una importante azienda industriale. Il giorno dopo Serenella diede alla luce Alessandra, una bimba bella e sana.

Il 16 settembre, a seguito delle varie biopsie, liquidi di contrasto, analisi del sangue, TAC e ricoveri, mi comunicarono dall’ospedale che i miei reni erano sani e che si era verificata soltanto una piccola infezione dovuta al fatto che avessi non due ma... tre reni! In soli tre giorni tutto si era capovolto.

Ho resistito alle negatività, non mi sono disperato e ho creduto!

Ce l’ho fatta perché mi sono aggrappato alla forza interiore che non pensavo di avere. Ho capito che lamentarsi abbassa le difese naturali della vita. Il lamento non è dignitoso, avvicina a ciò che non vorresti mai: il buio e l’isolamento dalla vita stessa. La gratitudine, invece, quella sì che è una forza allo stato puro. Energia, integrazione, senso di responsabilità, quindi creatività per gettare nel terreno della vita un seme che sia germoglio di speranza. E con la gratitudine che è possibile assumere la responsabilità delle proprie scelte, accettando gli avvenimenti e quindi cambiare il proprio destino. Chi pensa solo a lamentarsi, attribuendo ad altri la colpa di tutte le proprie disgrazie, come potrà evolversi e sentirsi protagonista della propria vita?

E' possibile percepire che esistiamo anche nelle condizioni più avverse come in quelle più gioiose. Gli avvenimenti a volte sono casuali, ma spesso dipendono dalle nostre scelte che riguardano l’interiorità più profonda, l’educazione, le tradizioni, il karma ma soprattutto la nostra anima.

Rifletto anche sul mondo, su questa terra che calpestiamo appena mettiamo giù le gambe dal letto e alla quale non domandiamo mai scusa e, se a volte disturbiamo, non lo facciamo nemmeno silenziosamente. Come siamo volgari delle volte noi uomini.

Fin dai tempi più antichi abbiamo combattuto battaglie per sottrarre territori agli animali e insediare comunità umane; poi le civiltà più avanzate e numerose hanno vinto su altri gruppi etnici vendendoli e riducendo l’umanità del tempo a un’accozzaglia di schiavi. Per non parlare delle armi, il commercio più meschino, ipocrita e violento che porta a sterminare persone, territori o addirittura intere nazioni.

Ma ci sono i proverbi che ci aiutano a zittire la nostra coscienza: “Si vis pacem, para bellum” (Se vuoi la pace, prepara la guerra). A chi resta vivo è garantita una vita migliore, più sicura e soprattutto comoda, dopo che il nemico è stato eliminato. Comodo! La comodità, a parer mio, è il male del secolo. Nel mondo civilizzato pochi sanno accontentarsi; se non otteniamo le comodità, ci sentiamo dei poveracci, dei disadattati o dei folli, perché senza aria condizionata sudiamo, senza un’automobile nuova nessuno ci nota e, se manca una casa piena di ninnoli che decreti il nostro status, non abbiamo più una vita agli occhi degli altri.

La nostra libertà è stata comprata da governi e potenti multinazionali che promettono la piena realizzazione, se faremo come ci dicono. Ci spingono a cambiare canale per imbambolarci davanti allo schermo che rimanda immagini di vite chiuse in scatole di cartongesso.

Pensiamo di essere liberi, ma siamo schiavi delle nostre paure. La dittatura più potente è quella in cui lo schiavo è felice di essere schiavo. Per fortuna a volte nascono uomini che agiscono in nome della dignità e della verità che riportano l’uomo alla sua intelligenza e altruismo.

“Oh, meno male”, pensiamo, “all’Accademia di Stoccolma, anche quest’anno qualche giusto Nobel verrà assegnato”. Ma poi non possiamo sottrarci alla cruda verità che ancora oggi, nel Ventunesimo secolo, ogni quattro secondi un bambino muore di fame, di sete, per malattia o a causa di infami guerre.

Data di Pubblicazione: 24 marzo 2020

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