Quali Sono i Fatti Storici che Portano alla Nascita di un Messia?

Anteprima del libro "Il Cristo Illegittimo" di Francesco Esposito

Successioni regali

Il periodo che va dalla nascita fino alla morte di Gesù non è altro che la fine di un lungo percorso di tutto il popolo ebraico, fatto di battaglie intestine, tradimenti e invasioni straniere. Si può dire che il primo secolo d.C. sia stato il climax di una serie di avvenimenti che hanno contraddistinto e scosso l’intero territorio palestinese nell’arco di sei secoli.

Con la disfatta del regno di Israele prima (per mano assira nell’VIII secolo a.C.) e di Giuda dopo (per mano babilonese nel VI secolo a.C.), si era definitivamente persa l’unità di quel popolo, che con i regni di Davide e Salomone e la protezione del dio territoriale Yahweh, trovava nel patto (Torah) l’unica ragion d’essere. Sebbene gli ebrei raccolti in esilio a Babilonia mantenessero una certa speranza di rivalsa da parte del loro dio, quest’ultimo fece perdere ogni contatto diretto, destinando così la salvezza del suo popolo a un conquistatore straniero, un Messia riconosciuto da tutti gli ebrei. Conquistando Babilonia nel 539 a.C. e proclamandosi come figlio del dio nazionale Marduk, Ciro II di Persia diede la possibilità agli ebrei di ritornare nella loro patria natia e di ripristinare il culto associato al Tempio permettendo loro di ricostruirlo.

Il testo di Isaia

«Così parla il Signore al suo unto, a Ciro, che ha preso per la destra, per abbattere davanti a lui le nazioni e per sciogliere le cinture ai lombi dei re, per aprire dinanzi a lui i battenti e perché le porte non restino chiuse» (Is 45, 1).

Il testo di Isaia è estremamente chiaro: Ciro di Persia è definito “unto”, il Messia. E sebbene il titolo di maschia avesse avuto nel corso dei secoli differenti significati, l’attività a esso associata rimase comunque costante: il Messia, e il Messia soltanto, era destinato alla liberazione del popolo d’Israele dal giogo straniero. Qualunque fosse la nazionalità del personaggio (ebreo o gentile), se il suo scopo era quello di spianare la strada agli ebrei contro i nemici stranieri, tale personaggio poteva fregiarsi del titolo di Messia. Un ruolo prettamente politico e ben definito. Una figura sulla quale l’intero popolo ebraico, da allora, riversò per sempre le proprie speranze. Con il ritorno dall’esilio babilonese, e con alle spalle una totale disfatta politico-sociale, le promesse terrene del dio Yahweh di una conquista e di un dominio a tutto campo «dal torrente di Egitto fino al fiume grande, il fiume Eufrate» (Gn 15, 18), furono totalmente tradite. Gli ebrei dell’esilio dovettero elaborare la sconfìtta, e per farlo fu necessario riprender mano alle scritture dei loro padri e tentare di comprendere il perché di quella disfatta.

Da qui iniziò quella che in molti hanno definito una vera e propria reinterpretazione delle promesse, con l’introduzione di categorie spirituali e teologiche per giustificare la propria sconfìtta, e posticipare così quelle che venivano definite “le promesse divine”. Scrive il prof. Maximilian Garcìa Cordero:

«Nella panoramica dell’Antico Testamento a malapena traspaiono le preoccupazioni nettamente spiritualistiche [...] La giustizia retributiva divina deve esercitarsi in questa vita, perché fino alle rivelazioni di Sap 3, naie del 586 d.C. [...] Dopo di questa si cerca una nuova interpretazione spirituale alle antiche promesse».

Il qui e ora cominciò a non fare più parte di una certa tradizione ebraica (si vedrà come determinate “scuole filosofiche” ai tempi di Gesù mantennero quello che era il filone originale della tradizione pre-esilica), e con l’identità israelitica da ridefinire, e con l’avvento successivo di una cultura ellenistica sempre più preponderante, quel popolo uscito da un lungo periodo di esilio dovette affacciarsi a quella che era la nuova realtà dell’epoca. Era necessario ricostruire un popolo, e per farlo doveva essere a sua volta ricostruita, giocoforza, una tradizione in grado di far sopravvivere le più importanti scritture dei padri, tanto legate alla più profonda e intima identità ebraica.

Il Patto e Yahweh

Il Patto e Yahweh non potevano essere messi in discussione, e con la già citata reinterpretazione delle promesse del dio ebraico, e con i sacerdoti come unico vero tramite per comunicare con una divinità oramai scomparsa fu da subito esautorato il potere laico dando spazio a un monoteismo imposto a colpi di dottrina e con una riscrittura dei testi che volevano Yahweh unico, vero, protagonista di tutte le vicende bibliche. Relegando le dinastie regali a un puro esercizio di potere militare, la casta sacerdotale post-esilica coltivò sempre di più una cultura speranzosa e di attesa verso un Messia che avrebbe racchiuso la forza politica e l’assoluto spirituale. Nei testi profetici venne cercato e trovato quel genere letterario da sottoporre a pura e semplice riflessione; mentre con il nuovo genere apocalittico, aperto dal profeta Daniele, venne individuata quella cultura dell’attesa della rivalsa definitiva del popolo ebraico che solo i sacerdoti potevano comprendere; questi ultimi poi riuscirono a creare un potere personale ancora più forte di quello laico e regale dei sovrani Davide e Salomone.

Ma quale fu la causa scatenante del messianismo del I secolo d.C. che portò alla totale disfatta del popolo ebraico e del culto del Tempio? E opinione di chi scrive che furono due i momenti-chiave che portarono all’esplosione messianica del I secolo d.C., ed entrambi legati in maniera indissolubile al potere regale esercitato in Palestina.

Questo testo è estratto dal libro "Il Cristo Illegittimo".

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