SELF-HELP E PSICOLOGIA   |   Tempo di Lettura: 7 min

Come passare dal cattivo umore al buonumore

Come passare dal cattivo umore al buonumore

Scopri un modello molto semplice per comprendere la tua psiche leggendo l'anteprima del libro di Mauro Scardovelli.

Dal cattivo umore al buonumore

Quando litighiamo con il nostro partner, quando ci arrabbiamo con i nostri figli, quando coviamo rancore per qualcuno, quando siamo tristi e sconsolati, quando ci sentiamo soli, non siamo felici. È un dato di fatto.

Nessun essere umano aspira all’infelicità. Tutti vorremmo essere felici, sempre più felici, gioiosi, contenti, allegri. Tutti vorremmo vivere relazioni d’amore, in famiglia, sul lavoro, con gli amici, in tutte le situazioni. Ma non ci riusciamo. Proviamo e riproviamo, ma non ci riusciamo.

A questo punto si aprono tre possibilità, tre vie percorribili:

  • la prima, di gran lunga la più comune, è convincersi che non c’è niente da fare: la vita è fatta così;
  • la seconda, riservata a pochi eletti, di solito appartenenti alla fascia sedicente colta della popolazione, è quella di affrontare la cosa seriamente. Ci si rivolge a uno specialista ufficiale del settore: medico, psicologo, psicoterapeuta, counselor o, nei casi più gravi, psichiatra;
  • la terza, molto comune, è diffidare degli specialisti e rivolgersi al mondo delle cure alternative. Cure che spaziano dalla meditazione allo Shiatzu e all’agopuntura, dallo Yoga alla medicina ayurvedica, dalla danzaterapia alla musicoterapia, dalla cromoterapia alla pranoterapia, fino ad arrivare, per credulità o disperazione, a maghi, veggenti, chiromanti.

Se avete provato e riprovato e nessuna di queste cose ha funzionato, vi presento un modello molto semplice per comprendere la nostra psiche e passare dal cattivo umore al buonumore.

Sapete distinguere fra queste due situazioni? Sapete distinguere quando siete di buonumore e quando non siete di buonumore, ma siete invece di cattivo umore? Certamente. Quando le persone sono di cattivo umore, trattano gli altri bene o male? Ad esempio, se andate in un ristorante e c’è una cameriera di cattivo umore, come vi tratta? Male. E se è di buonumore? Vi tratta bene.

Aggiungiamo un’ulteriore categoria, importantissima. Una persona che vi tratta male vi è simpatica o antipatica? È antipatica. E invece, una persona che vi tratta bene, com’è? Simpatica.

E quando qualcuno è di cattivo umore, vi tratta male ed è antipatico, ritenete che il suo comportamento nei vostri confronti sia giusto o ingiusto? Ingiusto.

E tutto questo voi lo ritenete un bene o un male? Un male.

Questi sono dei concetti fondamentali per comprendere come funzioniamo. Certo, la psicologia accademica non ragiona in questo modo. È specialistica, ha bisogno di usare il suo linguaggio per addetti ai lavori. Ma se vogliamo fare dei cambiamenti personali in breve tempo dobbiamo usare un linguaggio comune, alla portata di tutti. Nessuno deve fare fatica a capire quel che diciamo. Nel linguaggio popolare ci sono tutti i concetti che servono per comprendere e descrivere il nostro mondo interno. Di più, anche per trasformarlo. Perché il nostro obiettivo è, come dicevamo prima, passare dal cattivo umore al buonumore, dal trattar male al trattar bene, dall’essere persone antipatiche all’essere persone simpatiche.

Cosa significano le parole anti-patico e sim-patico? Entrambe vengono dal greco. Pathos significa emozione; syn significa insieme. Simpatico è qualcuno che si emoziona insieme, che sta insieme alle passioni dell’altro.

Se incontro qualcuno che è allegro, favorirò questa condizione più che posso, perché vedo in lui un amico e non un nemico. Allo stesso modo, se incontro qualcuno triste o arrabbiato, attraverso l’ascolto profondo empatizzerò con la sua emozione, ne comprenderò le ragioni e cercherò di favorire il passaggio a qualcosa di più leggero e tollerabile. Le parole che userò saranno amichevoli, in modo che fungano da base sicura riducendo, già solo per questo, l’emozione negativa.

Più la rabbia o la tristezza si riducono, più la vista si fa acuta. Riusciamo a vedere e discernere sempre meglio. Viceversa, quando siamo adirati, i nostri occhi sono ciechi, non vedono. Siamo guidati da forze impulsive che non ci consentono di distinguere il vero dal falso.

Parole semplici, parole chiave per la nostra trasformazione

Allegria o tristezza, rabbia o paura, simpatia o antipatia, giusto o ingiusto, bene o male, vero o falso, sono parole di uso corrente, che adoperiamo più volte al giorno. Non ci servono parole più raffinate e specialistiche, come dipendenza affettiva o sindrome fallico-narcisistica, per cambiare la nostra vita, per passare dal cattivo umore al buonumore.

Anzi, spesso le parole diffìcili, alle quali attribuiamo un maggior valore di verità, ci aiutano solo a perpetrare il nostro malessere. Sì, perché rischiano di diventare etichette che impariamo ad attribuire a noi stessi o agli altri, etichette che ci risparmiano di indagare più in profondità. Ci impediscono di fare quello che è più importante fare: porci domande semplici e sensate.

Chi non conosce qualcuno che, dopo dieci anni di analisi, afferma di aver finalmente capito se stesso? Quando gli chiediamo: «Che cosa hai capito?» la persona se ne esce con una frase del tipo: «Sono affetto da un disturbo ossessivo-compulsivo di personalità» o «Soffro di una grave carenza affettiva».

Alla successiva ovvia domanda, cioè: «Hai risolto il tuo problema?» la risposta immancabile è: «No, ma ho imparato a conviverci meglio».

Fermiamoci. Ragioniamo un attimo: a che cosa serve imparare a convivere con qualcosa che percepiamo come un nostro nemico? Che percepiamo come un ospite inquietante che ci rovina la vita? Non sarebbe meglio cacciarlo di casa?

Sì, ma non lo sappiamo fare.

Nella terapia abbiamo parlato per ore e ore della nostra infanzia, dei rapporti con nostro padre e nostra madre, abbiamo analizzato innumerevoli sogni, scandagliato l’origine del nostro malessere emotivo, ma il malessere è rimasto. Siamo solo un po’ più vecchi e un po’ più stanchi. E anche un po’ più nichilisti. Cioè abbiamo diminuito o perso la speranza di poter un giorno diventare felici.

Freud e Gesù

Secondo Freud, fondatore della psicoanalisi, la felicità non è il fine della terapia. Il fine della terapia, per Freud, è raggiungere una sostenibile infelicità. Questo è tutto ciò a cui possiamo aspirare.

La sua visione pessimistica sulla natura umana è sinteticamente espressa in altre sue affermazioni: l’amore è desiderio di cibo soddisfatto; l’amore è odio per i fratelli mascherato; il perdono del nemico non è possibile. Non ci vuole un particolare acume per comprendere che tra il pensiero di Freud e il pensiero di Gesù c’è di mezzo un abisso incolmabile. Gesù ha comandato ai suoi seguaci di amare il prossimo come se stessi. Di perdonare i propri nemici. Ha promesso una felicità indistruttibile. Gesù era un pazzo, uno squilibrato? Secondo la visione freudiana, sì.

Chi ha ragione? Chi ha torto? Hanno ragione entrambi.

Freud si riferisce all’uomo vecchio, egoista, centrato su di sé, ostile agli altri, incapace di amare e di perdonare. L’Ego non può essere guarito, ma solo un po’ aggiustato.

Gesù si rivolge all’uomo nuovo, all’uomo relazionale, comunitario, animico. L’Anima è l’essenza divina dell’uomo, che ha solo bisogno di essere coltivata per fiorire pienamente ed esprimere tutta la sua felicità.

La differenza tra Freud e Gesù è tutta qui. Freud, come scienziato della sua epoca, si rivolge all’uomo materialista, la cui consapevolezza è ancorata al corpo e alla sensorialità grossolana. Gesù si rivolge all’uomo spirituale che, pur abitando anch’egli nel corpo e nei sensi, aspira a trascendere sensi e corpo, per accedere a una consapevolezza via via più ampia, fino a sperimentare l’infinito amore divino.

Data di Pubblicazione: 27 luglio 2020

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