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Come Posso Sopravvivere ai Compiti per Casa?

W i Compiti! - Anteprima del libro di Valentina Conte, Alessandro Rocco e Paola Saba

Dipende da te

Ecco il primo passo, il primo piccolo ostacolo da su­perare.

A cosa servono i compiti?

Bella domanda! Spesso ce lo chiediamo anche noi.

Ce lo chiediamo ogni volta che nel programma W LA DISLESSIA arrivano ragazzi con una lista interminabile di operazioni da fare o esercizi di grammatica dello stesso tipo o pagine e pagine da studiare su temi che non sono mai stati neppure trattati in classe.

In questi casi non è per nulla facile dare una risposta sensata.

Purtroppo, per com’è strutturato il sistema scolastico Italiano, i compiti sono:

  • troppi,
  • noiosi,
  • spesso inutili.

Aumentare le competenze dei ragazzi

Eh sì, perché tutti questi compiti a casa non contri­buiscono certo ad aumentare le competenze dei ragazzi!

Se infatti andiamo a vedere le valutazioni PISA (Program­ma per la valutazione internazionale dell’allievo, Programme for International Student Assessment in inglese del 2014), gli studenti italiani fanno spesso una pessima figura in con­fronto ad altri che passano molte meno ore sui libri.

L’OCSE, nell’indagine annuale del 2014, dichiara che studiare più di 4 ore settimanali non produce miglioramenti sui risultati. Anzi, verrebbe da aggiungere!

Ma detto così, sembra di fare l’ennesima battaglia contro i compiti, contro la scuola, contro gli insegnanti. Una battaglia che molti genitori intraprendono per difendere i figli a tutti i costi e per dare loro costanti scuse per non fare.

Lo ribadiamo: i compiti sono spesso troppi, noiosi, perfino inutili, eppure si devono fare!

E non perché lo dicono gli insegnanti, e neppure perché altrimenti tuo figlio tornerà a casa con la nota e poi magari i compagni lo prenderanno in giro, l’insegnante lo prenderà di mira, tu farai una brutta figura e quindi la gente potrebbe giudicarti un pessimo genitore...

I compiti si devono fare perché sono l’unico modo con cui tuo figlio può fare pratica, può applicare ciò che ha imparato a livello teorico durante le lezioni.

Purtroppo, spesso sono gli stessi insegnanti a perdere di vista la vera funzione dei compiti.

Se ne dimenticano quando assegnano per le vacanze lo studio di interi capitoli che non sono riusciti a spiegare durante l’anno, quando assegnano un numero eccessivo di esercizi nei quali si insiste sempre sulla stessa abilità, quando da un giorno all’altro danno 20 pagine da studi-re, quando dicono di imparare le tabelline a memoria (in realtà le tabelline si dovrebbero prima capire)...

In questi casi i compiti non solo sono troppi, noiosi e inutili: sono anche dannosi!

È soprattutto a causa di quest’uso improprio che sono nati i movimenti contro i compiti, arrivando perfino a lanciare una petizione al Parlamento europeo per abolirli.

Ma questa non è la Soluzione.

Tutte le iniziative che hanno a che fare con la soppressione dei compiti si focalizzano solo sul problema e non propongono una soluzione alternativa, una soluzione che assolva alla funzione per cui vengono assegnati (o dovrebbero essere assegnati).

Neppure prendere a modello la scuola finlandese è una soluzione percorribile.

In Finlandia gli studenti dedicano solo 3 ore a settimana ai compiti eppure hanno un livello di preparazione superiore a quello dei nostri studenti.

Il sistema scolastico finlandese

Certo, ma sai perché?

Il sistema scolastico finlandese non è neppure lontanamente paragonabile a quello italiano.

Innanzitutto i ragazzi iniziano ad andare a scuola a 7 anni. Quindi, sono inevitabilmente più grandi e più maturi (ricorda che a questa età 1 anno per un bambino fa un’enorme differenza).

Tutti gli insegnanti seguono un percorso di studio che, in termini di tempo, è paragonabile a quello di un chirurgo italiano. Al termine del percorso formativo un insegnante deve anche svolgere un tirocinio professionalizzante.

In Finlandia il numero degli alunni in una classe non è superiore a 18.

Inoltre, non c’è differenza tra scuola e scuola: non ci sono scuole di serie A e scuole di serie B.

Tutte le scuole sono all’avanguardia da ogni punto di vista (strutturale, organizzativo, didattico).

Gli studenti passano numerose ore a fare PRATICA direttamente a scuola.

Da non credere, vero? Gli studenti fanno PRATICA a scuola sulle varie materie! Non imparano nozioni e basta, le mettono in pratica.

Serve che ti diciamo perché questa cosa è significativa?

Sì, te lo diciamo!

Significa che sono seguiti da insegnanti preparati e competenti, con i quali si possono confrontare giornalmente, anche per risolvere i loro dubbi. E non possono essere liquidati con un “Siamo indietro con il programma, ora studiate a casa da pagina 45 a pagina 60”.

Insomma, un panorama distante anni luce dal sistema scolastico italiano, un panorama che si può raggiungere con una rivoluzione e non semplicemente con una petizione che chiede di abolire i compiti. Non ha senso replicare semplicemente la parte finale di un sistema che funziona illudendoci di fare del bene ai ragazzi.

Siamo noi i primi che si battono da anni per cambiare il sistema, ma intanto il tempo passa, e in attesa che le cose cambino, che cosa puoi fare?

Puoi scegliere di cambiare TU le cose, ovvero puoi evitare che ogni pomeriggio si ripeta lo stesso copione.

Il cambiamento

Come?

Cambiando tu per prima, cambiando atteggiamento, cambiando toni e vivendo con più serenità i compiti. Solo così potrai essere un valido sostegno per tuo figlio e sarai in grado di aiutarlo anche a migliorare i suoi risultati scolastici.

Fidati! L’abbiamo sperimentato in anni di lavoro con ragazzi che hanno difficoltà di apprendimento e con i loro genitori.

Il nostro lavoro si concentra anche sui genitori perché spesso sono proprio loro che rendono più pesante l’impresa scolastica. Sono proprio loro che creano nuovi ostacoli in un cammino che già è impervio di suo.

Questa osservazione spesso suscita un moto di stizza nei genitori che pensano cose come queste:

“Ma come? IO?".

“lo sono lì per aiutarlo".

“Sacrifico tutti i miei pomeriggi e/o le mie sere, i miei week end, le vacanze per aiutarlo e sarei io il problema???".

Ecco, appunto.

Se vivi il sacrificio nel senso negativo di supplizio, sappi che questa è roba da santi e tu non devi aspirare alla santità. Il tuo obiettivo dovrebbe essere aiutare tuo figlio a crescere per affrontare in modo autonomo le sue sfide. Prima tra tutte quella scolastica.

Se tuo figlio ha difficoltà di lettura, per lui leggere è come camminare su una strada lastricata di vetri rotti (l’esempio vale anche per chi ha difficoltà a ricordare le tabelline ecc.), e se tu lo obblighi a leggere a voce alta pagine e pagine nella speranza che le sue performance migliorino, sei tu che rompi le bottiglie e dissemini di vetri rotti la sua strada.

Camminare in modo più sicuro

Il tuo obiettivo dovrebbe essere invece quello di spazzare la strada per consentirgli di camminare in modo più sicuro.

Il tuo compito è innanzitutto quello di comprendere le sue difficoltà (ma anche i suoi talenti) e accompagnarlo, restando nel tuo ruolo, quello del genitore. Tu non sei né il suo insegnante, né il suo tutor! Ricordatelo!

Anzi, ci penseremo noi a ricordartelo perché ritorneremo su quest’argomento.

Quello che vogliamo fare è darti degli strumenti per riuscire a vivere il momento dei compiti come un sacrificio nell’accezione positiva del termine.

Il significato originario della parola “sacrificio” è “rendere sacro”. La nostra società ha perso questo significato positivo del termine perché i nostri nonni, che hanno vissuto il dolore della guerra e la fatica della ricostruzione, hanno cercato in tutti i modi di facilitare la vita dei propri figli. Ma per preservare i figli dalla fatica e dal dolore li hanno anche privati del senso positivo del sacrificio che consiste proprio nel mettere l’anima in qualcosa di importante.

Non ti promettiamo che da inutile peso, dannazione, tragedia, i compiti diventeranno una passeggiata e un gioco. Ma possono diventare un sacrificio nel senso positivo: un momento importante e significativo dove la pratica conta più del numero di esercizi svolti nel modo giusto, dove l’apprendimento conta più del numero di pagine studiate, dove la persona viene prima dello studente, dove la relazione viene sempre prima di tutto.

Nel prossimo capitolo troverai i racconti di alcune mamme che con pazienza e determinazione stanno attuando questo cambiamento partendo proprio da se stesse.

«Odio la scuola. Mi fa impazzire. Appena imparo una cosa, vanno avanti con qualcos'altro».
- Charles M. Schulz

Questo testo è estratto dal libro "W i Compiti!".

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