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Come sta cambiando la società in cui viviamo?

Come sta cambiando la società in cui viviamo?

Scopri quale atteggiamento tenere nei confronti della vita di fronte a una società che non ha più punti fermi leggendo l'anteprima del libro di Maura Gancitano.

È un momento fenomenale in cui vivere.

In questi anni sta avvenendo una distruzione di tutte le certezze che hanno sempre accompagnato l’umanità: la memoria del passato non è più scontata, la visione del futuro per alcuni è motivo di entusiasmo, per altri è simile a un’Apocalisse, e non ci sono premesse condivise su cosa significhi vivere insieme ad altri esseri umani che hanno idee, pensieri e credenze diverse dalle proprie. E avvenuta un’erosione dei punti di riferimento, degli spazi sacri, dei riti di passaggio, del linguaggio e dei diritti, dunque ciascuno va alla ricerca di piccole comunità in cui ritrovare un senso di appartenenza oppure si rinchiude in una bolla che lo faccia sentire al sicuro. Siamo di fronte a un fenomeno di portata inedita per l’umanità. E proprio per questa ragione che la rabbia e il risentimento sono fenomeni dilaganti: viviamo in un tempo complesso, impossibile da comprendere fino in fondo e una volta per tutte, pieno di forze che ci spingono in direzioni opposte.

Eppure i punti di riferimento, gli spazi sacri, i riti di passaggio esistono ancora, bisogna solo andarli consapevolmente a cercare. Oggi abbiamo la responsabilità di scegliere se dare sfogo alle pulsioni o se agire sulla base dei sentimenti, cioè se rovesciare sugli altri ciò che percepiamo istintivamente o se trasformarlo in carburante fisico e mentale per agire nel mondo.

Questo libro parla della società in cui viviamo - che abbiamo definito società della performance - e delle pratiche per uscire dai condizionamenti cognitivi e dai fenomeni sociali che ci portano a conformarci alle sue regole. Ti accompagneremo in un’analisi delle dinamiche di questo modello sociale non per spingerti all’indignazione e alla lamentela, ma alla creatività, alla disobbedienza e alla filosofia di strada. Al divertimento, nel senso più profondo del termine.

Cosa porti sull'Arca?

Nel 1979 il sociologo Pierre Bourdieu pubblicò il saggio La distinzione. Critica sociale del gusto, nel quale rovesciava l’originario concetto occidentale di cultura, che prevedeva una formazione lunghissima e non autonoma, ma legata a libri e studi sempre uguali. Fino a quel momento nella società occidentale a scegliere cosa e come studiare non era mai la persona, ma a decidere se qualcuno fosse colto o ignorante era una convenzione stabilita dalle classi più elevate.

Per Bourdieu, però, questo paradigma non aveva fatto altro che disinnescare la bomba che la cultura avrebbe dovuto rappresentare. L’aveva resa un tranquillante, anziché uno stimolante. Lo studio e l’approfondimento non rendevano liberi, al contrario contribuivano al mantenimento dello status quo. La persona colta non era sovversiva, ma era adeguata alla convenzione del suo tempo. In cambio poteva avere ricchezza, potere, onore, ma al prezzo di un’aderenza totale agli standard; chi invece non aderiva a quel tipo di formazione era relegato agli strati più bassi, poveri e ignoranti della popolazione. La cultura non era un mezzo in grado di traghettare le persone verso il futuro, di elaborare domande. Era un accordo unilaterale, deciso dalle classi più alte e reso possibile da una società solida, granitica, lenta, in cui i cambiamenti avvenivano molto raramente.

A permettere lo sgretolamento di questa idea di cultura è stato prima l’avvento della società di massa nell’Ottocento, poi la diffusione sempre più pervasiva dei media (radio, cinegiornale, televisione) e delle nuove tecnologie, la velocizzazione dei trasporti e in generale i processi di globalizzazione. Nel 2000 il sociologo Zygmunt Bauman ha creato la nozione di società liquida, affermando che nella società contemporanea era in atto un processo inarrestabile di dissolvimento di tutto ciò che sembrava granitico, naturale, indistruttibile. Questo processo dura tuttora e riguarda tutte le istituzioni e i valori della vita occidentale, tutta la struttura delle relazioni, del lavoro, dello Stato. Ogni certezza si indebolisce, ogni scelta personale è possibile in nome della libertà e del piacere al di sopra di ogni altra cosa. Questa concezione sociologica considera l’esperienza individuale e le relazioni sociali segnate da caratteristiche e strutture che si vanno decomponendo e ricomponendo rapidamente, in modo vacillante e incerto, fluido e volatile.

In una prospettiva di dissolvimento sociale, a essere libero è solo chi si assume la responsabilità di scegliere secondo i propri desideri.

Questo cambiamento, infatti, può essere accolto positivamente o negativamente, in base all’atteggiamento di ciascuno nei confronti della vita. Di fronte a una società che non ha più punti fermi, e in cui devi contare solo sulla tua bussola interiore, come ti sentirai? Spaventato o eccitato? Di fronte alla possibilità di amare pubblicamente una persona del tuo stesso sesso, di divorziare senza creare scandalo, di cambiare lavoro innumerevoli volte, di avere figli al di fuori del matrimonio, ti sentirai senza punti di riferimento o pieno di libertà?

In un mondo come quello in cui viviamo, provare un leggero senso di disorientamento è fisiologico, perché il dissolvimento non risparmia niente e nessuno e ogni cosa della nostra vita potrebbe mutare da un momento all’altro, senza sconti. Tutto quello che è inautentico, meccanico, inconsapevole si frantuma, è destinato a sparire, e per costruire è necessaria un’intenzione consapevole. Accade con le relazioni, con il lavoro, con i progetti personali. Se prima la polvere veniva nascosta sotto il tappeto, adesso è il tappeto a essere diventato invisibile perché nascosto sotto la polvere, e non si può più far finta di niente. Non possiamo più dare la colpa a nessuno per la nostra condizione, non possiamo più accettare i compromessi che le generazioni prima della nostra erano costrette a sopportare.

La porta verso il futuro

Il vecchio solido mondo sta crollando, seguendo un progetto ineluttabile il cui disegno ci è ancora oscuro nella sua totalità. Per abbandonare ciò che crolla, l’unico modo è trovare la porta verso il futuro. Possiamo scegliere di rimanere dove siamo, di morire insieme alle nostre sicurezze, oppure possiamo cercare di capire come andare oltre, individuare il modo per raggiungere lo spazio aperto.

Far ridiventare la cultura un agente di cambiamento e uno stimolante è una responsabilità di tutti. Non ha più niente a che vedere con l’idea di una formazione universitaria regolare ma con la scelta personale, con la capacità di trovare in ogni cosa uno stimolo per il cambiamento. Anche le serie tv e i fumetti oggi possono dirci molto sulla condizione umana e aiutarci a conoscere noi stessi, mentre non è detto che un testo di alta letteratura possa fare lo stesso. Ecco perché ogni volta che siamo di fronte a qualunque prodotto culturale, vale la pena chiederci: è uno stimolante o un tranquillante? Chi l’ha creato vuole mantenermi nella condizione in cui sono o può aiutarmi a comprendere qualcosa di nuovo? E domandarci anche: quello che sto leggendo è, per dirla con Bazlen e Calasso, un libro unico, dove subito si riconosce che all’autore è accaduto qualcosa e quel qualcosa ha finito per depositarsi in uno scritto? O è un libro gemello, messo al mondo come copia di un altro successo commerciale?

La formazione culturale standard non esiste più e la comunicazione immediata dei social network non fa che accelerare il processo: non c’è più distanza tra chi ha studiato e chi non l’ha fatto, ciascuno ha un proprio profilo e può interagire con chiunque. Che tu abbia tre lauree o la licenza elementare non conta, ciò che è davvero importante è la visione che hai della realtà, e ciò può trasparire - almeno in parte - anche dal modo in cui scegli di condividere la tua vita sui social network.

Chi oggi ha davvero la visione del futuro? Se Bourdieu nel 1979 scriveva che le cose erano cambiate, oggi ci troviamo immersi in uno stadio ancora successivo. Ne ha parlato Alessandro Baricco prima in I Barbari e poi in The Game, definendo quella grande fetta della popolazione che i colti chiamerebbero “ignorante” e che non ha voce in capitolo nel dibattito culturale - almeno secondo l’idea tradizionale della cultura occidentale - “i nuovi barbari”. Non usano un linguaggio raffinato, non hanno una formazione tradizionale, eppure possiedono qualcosa che gli accademici non hanno: una nuova grammatica della mente. Non hanno difficoltà ad abituarsi ai social network, alle nuove tecnologie, alla realtà virtuale. Non hanno problemi ad accettare il futuro, al contrario di chi ha una formazione standard. Non hanno niente da perdere.

Da un lato, dunque, c’è qualcuno che ha un vecchio paradigma e la memoria del passato, ma non vuole perdere quel progetto antico. Dall’altro c’è chi non ha barriere nei confronti del futuro, non ha difficoltà a immaginare una realtà virtuale e accetta passivamente ogni novità. Non è una contrapposizione tra vecchi e giovani, ma tra differenti modi di vedere la cultura, che possono essere incarnati da chiunque al di là dell’età. Due paradigmi entrambi attivi contemporaneamente, ma che - come i galli nel pollaio - non possono convivere. E invece oggi sono costretti a farlo, e diventa difficile stabilire se uno dei due debba farsi da parte o se sia necessaria un’integrazione.

Si tratta di un cambiamento culturale di cui le nuove generazioni sono le protagoniste involontarie: non hanno creato loro gli smartphone, i social network, Whatsapp, ma li usano senza resistenze e senza la percezione che siano dispostivi “innaturali”. A creare gli smartphone, i social network, i dispositivi elettronici che miliardi di esseri umani usano quotidianamente è stato lo stesso lazione che i colti chiamerebbero “ignorante” e che non ha voce in capitolo nel dibattito culturale - almeno secondo l’idea tradizionale della cultura occidentale - “i nuovi barbari”. Non usano un linguaggio raffinato, non hanno una formazione tradizionale, eppure possiedono qualcosa che gli accademici non hanno: una nuova grammatica della mente. Non hanno difficoltà ad abituarsi ai social network, alle nuove tecnologie, alla realtà virtuale. Non hanno problemi ad accettare il futuro, al contrario di chi ha una formazione standard. Non hanno niente da perdere.

Da un lato, dunque, c’è qualcuno che ha un vecchio paradigma e la memoria del passato, ma non vuole perdere quel progetto antico. Dall’altro c’è chi non ha barriere nei confronti del futuro, non ha difficoltà a immaginare una realtà virtuale e accetta passivamente ogni novità. Non è una contrapposizione tra vecchi e giovani, ma tra differenti modi di vedere la cultura, che possono essere incarnati da chiunque al di là dell’età. Due paradigmi entrambi attivi contemporaneamente, ma che - come i galli nel pollaio - non possono convivere. E invece oggi sono costretti a farlo, e diventa difficile stabilire se uno dei due debba farsi da parte o se sia necessaria un’integrazione.

Si tratta di un cambiamento culturale di cui le nuove generazioni sono le protagoniste involontarie: non hanno creato loro gli smartphone, i social network, Whatsapp, ma li usano senza resistenze e senza la percezione che siano dispostivi “innaturali”. A creare gli smartphone, i social network, i dispositivi elettronici che miliardi di esseri umani usano quotidianamente è stato lo stesso tipo di élite che era al governo del vecchio mondo: quasi sempre maschi, bianchi, etero provenienti dai paesi più ricchi. Ed è soprattutto il modello mentale, la cultura alla base, la corsa al guadagno a essere la stessa. Anche nella distinzione tra vecchio e nuovo mondo emergono delle criticità, quindi: c’è davvero qualcosa di nuovo o è sempre il modello culturale patriarcale e capitalistico a influenzare i nostri comportamenti e partorire nuovi mezzi di controllo?

Data di Pubblicazione: 14 febbraio 2019

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