EDUCAZIONE E FAMIGLIA   |   Tempo di Lettura: 9 min

Come vivere in armonia il rapporto genitori e figli

Come vivere in armonia il rapporto genitori e figli

Scopri come rispettare le emozioni dei figli e apprendi il fondamento della genitorialità efficace leggendo l'anterpima del libro di Shefali Tsabary.

Che cosa significa rispettare vostro figlio

Quando iniziamo il percorso genitoriale comprendendo l’importanza di connetterci alle emozioni dei figli e creare uno spazio aperto in cui possano far udire la loro vera voce, proviamo un’energia diversa nei loro confronti. Il comportamento dittatoriale e controllante del genitore si trasforma in collaborazione con i figli, ossia rispettiamo le loro emozioni e perciò teniamo i loro bisogni nella dovuta considerazione.

Rispettare i sentimenti significa riconoscere che le emozioni sono alla base di tutto ciò che facciamo. Come abbiamo visto, l’agire è un’espressione ininterrotta di emozioni. Perciò, se vogliamo assistere a un cambiamento nel comportamento di nostro figlio, dobbiamo partire da come si sente.

Secondo una regola di base tutti i comportamenti negativi sono la manifestazione di una ferita emotiva, perciò i genitori spesso pensano erroneamente che questo significhi dover cedere alle emozioni filiali, il che può indurli a diventare permissivi. Non è questo il senso da dare alle mie parole. Rispettare le emozioni di un figlio non significa capitolare davanti ai suoi desideri. Non significa essere o non essere d’accordo con lui o con lei. È un errore immaginare di dover essere d’accordo o in disaccordo, perché tale atteggiamento rispecchia sempre la prospettiva della nostra programmazione. Ogni volta che misuriamo il comportamento dei nostri figli in base ad essa calpestiamo la loro unicità e quindi togliamo loro rispetto.

Rispettare i sentimenti significa essere sintonizzati con lo sviluppo olistico dei figli, senza necessariamente seguire i loro occasionali capricci. Per verificare se state rispettando i sentimenti, chiedetevi: in questo momento, mio figlio di cosa ha bisogno da me per crescere?

Ha bisogno che io pronunci un «sì» o un «no»? Cosa permetterà a mio figlio di sviluppare autoconsapevolezza e autodisciplina?

Affinché questo approccio possa funzionare, dobbiamo essere in grado di distinguere fra il bagaglio emotivo personale che ci portiamo dietro dall’infanzia, e ciò di cui nostro figlio ha bisogno, in base alla percezione che ne ha il nostro intuito di genitori. Tale discernimento richiede lo stesso acume investigativo necessario per scoprire le vere emozioni dei nostri figli. Proprio come dobbiamo scoprire quali sentimenti provano e come essi influenzano il loro comportamento, così dobbiamo anche identificare le nostre reali emozioni personali.

Connettersi con i propri figli

Una conversazione con una cliente di nome Michèle, madre di tre bambini, che faceva fatica a stabilire una connessione con i suoi figli, illustra come possa rivelarsi necessario scavare un po’ dentro di sé per capire cosa si sente e per separarlo da ciò di cui ha bisogno nostro figlio. In quanto docente di fisica presso l’ateneo locale, la donna era abituata alla logica e alla teoria, perciò i modi di fare caotici dei suoi figli la confondevano. In quella particolare sessione terapeutica mi disse di avere difficoltà specialmente con la figlia maggiore. «Infrange tutte le mie regole», si lamentò. «Io non so più che fare. E lunatica, ribelle e mi sta sempre addosso. Avrei voglia di prenderla a schiaffi».

«Quella non è un’emozione», intervenni.

Michèle mi guardò sorpresa.

«Come la fa sentire?», le chiesi.

Michèle si riprese immediatamente: «Sento di aver voglia di gridare».

«Anche questa non è un’emozione, piuttosto è una reazione emotiva. Lei vuole gridare perché sua figlia la fa sentire in un certo modo. Di quale emozione si tratta?».

Perplessa, Michèle rimase in silenzio per vari minuti prima di dire con tono sommesso: «Mi sento molto, molto vulnerabile».

«Ecco qua», dissi. «Ora sta arrivando alla radice delle sue reazioni. Che età sente di avere in quei momenti di interazione con sua figlia?».

«Circa 3 anni».

«Allora quando sua figlia le manca di rispetto, si risveglia la bambina di 3 anni che c’è in lei».

«Sì. E poiché mi fa un effetto orribile, io voglio essere orribile con lei».

«La rivalsa: la nostra più comune strategia», dissi. Poi aggiunsi: «Naturalmente, il motivo per cui sua figlia le manca di rispetto è perché sente che sua madre si è comportata in modo orribile con lei».

Le emozioni provate da Michèle a 3 anni ora riaffioravano nel suo rapporto con la figlia, menomando la sua capacità di scorgerne i bisogni. Perciò stava inavvertitamente alimentando il loro rapporto conflittuale.

Una volta compreso che le sue esperienze passate stavano tornando a galla, si rese conto che l’attendeva un duplice compito. Primo, doveva smettere di cercare di riparare il comportamento di superficie di sua figlia; secondo, doveva ascoltare il grido di aiuto che esso nascondeva.

In altre parole, proprio nel momento in cui sembra che i nostri figli cerchino di escluderci dalla loro vita, di sfidarci o manipolarci, in realtà ci stanno inviando segnali per dirci che hanno bisogno di noi. Se non prestiamo attenzione al loro richiamo, bandiranno quelle preziose emozioni, per scaricarle in seguito sul loro sé adulto attraverso l’autosabotaggio, o sui loro figli e nipoti.

Relazionarci in modo naturale con i figli

Tenendo a mente la crescita emotiva dei figli, il bisogno di essere autoritari o permissivi svanisce. Si comincia a capire che il lavoro di genitori non deve necessariamente incentrarsi su una strategia o una tecnica. Rappresenta piuttosto un approccio alla vita quotidiana che ci permette di relazionarci in modo naturale al comportamento del bambino così com’è, nel momento presente, restando continuamente sintonizzati sul suo ritmo naturale.

Ricordo quando, ogni volta che chiedevo a mia figlia di farmi vedere i compiti, lei scattava dicendo: «Li so fare mamma, davvero. Lasciami stare, per favore». Io reagivo sentendomi offesa. Che risposta odiosa e sgarbata! Cercavo di aiutare ma lei mi scacciava. Ogni sera all’ora dei compiti la lotta riprendeva. Io mi lamentavo con mio marito: «Guarda in che modo mi si rivolge, sempre ringhiando, di pessimo umore. Io proprio non capisco».

Fu allora che mi resi conto di dover cambiare il modo in cui interpretavo il comportamento di mia figlia, se volevo che la situazione migliorasse. Anziché concepire la sua sgarbatezza come un problema, cercai di scoprire cosa stava cercando di dirmi. Che ruolo avevo io, nel generare la sua reazione? Riuscii a capire che agiva in quel modo perché si sentiva microgestita da me, sopraffatta dal mio bisogno di controllare i suoi compiti in ogni dettaglio. Questo non era affatto ciò di cui lei aveva bisogno. Al contrario, le servivano spazio, autonomia e la mia fiducia.

Quando ebbi questa rivelazione, anziché concepirmi come la parte innocente convenni con me stessa che mi stavo comportando con lei proprio come credevo che lei si comportasse con me. Ero io, non lei, a essere sgarbata e detestabile, invadendo il suo spazio, contaminandolo con il mio programma subconscio. Una volta resami conto di questo, mi interessai dei suoi compiti solo quando lei mi chiedeva aiuto. Il risultato fu che la sua sgarbatezza svanì, l’atmosfera di casa divenne più calma e io fui libera di occuparmi delle mie faccende.

Il solo modo in cui i genitori possono rispettare le emozioni dei figli è rispettando in primo luogo le proprie. Dopo aver perso il contatto con le nostre emozioni ed esserci separati dal nostro spirito, siamo incapaci di penetrare nella sfera emotiva dei nostri figli.

Rispettare i nostri figli significa trattarli come persone in carne e ossa, proprio come noi desideriamo essere trattati, sebbene in modo confacente all’età. La conseguenza di ciò è che, fatta eccezione per le questioni di sicurezza, nelle quali il genitore deve mostrarsi risoluto, la maggior parte dell’opera genitoriale è destinata a svolgersi in aree grigie problematiche che coinvolgono le emozioni personali sia del genitore che del figlio. La nostra capacità di vivere nella zona grigia anziché ricorrere al bianco o al nero determina il nostro successo nel rispettare sia i sentimenti di nostro figlio sia i nostri.

Vivere nella zona grigia impone di distinguere tra le emozioni vere e proprie e le nostre reazioni emotive. Sono due cose estremamente diverse. Un’emozione proviene dal cuore ed è una risposta a ciò che sta accadendo nel momento presente. Una reazione emotiva è un riflesso condizionato proveniente dai nostri modelli subconsci del passato. Nella maggior parte dei casi operiamo in modalità di reazione, al punto che le nostre emozioni eclissano sia le emozioni autentiche dei nostri figli sia i nostri veri sentimenti. Questo spiega perché incontriamo così tanti problemi con i figli.

Rispettare le emozioni dei figli è il fondamento della genitorialità efficace, perché è in tale circostanza che si stabilisce una connessione fra noi e loro. Se un bambino non si sente connesso a noi, la nostra presenza nel suo spazio gli suscita immediatamente tensione. Non ci considera compagni e non percepisce che siamo entrati nella sua stanza in uno spirito di alleanza. Ha invece la sensazione che si viva entrambi in due mondi totalmente diversi. Poiché non sente alcuna connessione significativa con noi, quando gli si chiede di sbrigare una faccenda domestica è come se ricevesse un ordine da un sergente istruttore, o peggio, da un nemico. Ecco perché ignora le nostre istruzioni o, se costretto, contrattacca. Se reagiamo punendolo, ciò rafforza la sua percezione di noi come avversari, generando ulteriore ostilità verso di noi.

Data di Pubblicazione: 21 novembre 2018

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