SALUTE E BENESSERE   |   Tempo di Lettura: 9 min

Come vivere più a lungo: alcune semplici regole da seguire

Regole per vivere più a lungo

Scopri gli elementi che favoriscono la longevità e mantieniti giovane e in buona salute leggendo l'anteprima del libro di Gian Marco Bragadin.

L'elisir dei lungavita

L'uomo da sempre è alla ricerca dell’eterna giovinezza. È un mito che ha attraversato i secoli e la letteratura ci ha proposto tanti esempi come il dottor Faust o Dorian Gray: figure archetipiche che rappresentano il desiderio dell’uomo che farebbe di tutto pur di rimanere per sempre giovane, fino ad arrivare a vendere l’anima al diavolo. Questo spunto è stato ripreso da molti ricercatori che oggi operano nel campo della longevità, e che dichiarano che, attenendoci ad alcune semplici regole, non c’è più bisogno di fare patti con il diavolo per mantenersi giovani o addirittura ringiovanire.

Perché, come sostiene ancora la Applewhite, la «longevità è la prova più concreta del progresso dell’umanità. Perché se diventare vecchi non è una novità, la novità, rispetto al passato, è lo scoprire quanti di noi lo diventano». Dei lungavita appunto.

La salubrità dell’ambiente in cui si vive, l’attenzione per un’alimentazione equilibrata, una regolare attività fisica sono di sicuro elementi che favoriscono la longevità e il conservarsi in buona salute. Ma c’è una cosa che potremmo definire davvero l’«elisir dei lungavita» ed è l’ottimismo, il pensiero positivo, l’allegria, la gioia.

Uno studio condotto dall’Università di Harvard, pubblicato nel 2016 sull'American Journal of Epidemiology mostra che avere un atteggiamento positivo e propenso a credere che accadranno cose buone può aiutare a vivere più a lungo. Tra le donne sottoposte allo studio, le più ottimiste hanno avuto su un periodo di otto anni una significativa riduzione del rischio di morire (quasi il 30% in meno) per diverse cause rispetto a quelle meno positive. Mentre gli sforzi della sanità pubblica oggi si concentrano sulla riduzione dei fattori di rischio, lo studio dimostra che coltivare la resilienza, ovvero la capacità di affrontare e superare prove e difficoltà, può fare la differenza.

Tutti vorrebbero vivere a lungo

Abbiamo accennato al fatto che l’attività fisica aiuta a mantenersi in salute, ma c’è un altro organo da allenare costantemente: il cervello. L’attività mentale non soltanto ci rende longevi, ma ci tiene lontani da malattie degenerative. Mio nonno faceva le parole crociate, noi navighiamo in internet: l’importante è tenersi aggiornati, rimanere connessi, non perdere l’abitudine a utilizzare la nostra materia grigia, affrontando sfide intellettuali in modo da tenerlo in attività costante.

E chi dice che l’attività sessuale finisce con la vecchiaia? Jane Fonda (ottant’anni), interrogata sul tema in una conferenza stampa a Venezia, ha dichiarato, forse esagerando un po’, che «è meglio far sesso a ottant’anni che a venti, perché si conosce di più il proprio corpo». Bella com’è ancora è difficile darle torto. Il corpo cambia, i muscoli saranno meno tonici e la fatica si fa subito sentire, ma il desiderio no, quello non tramonta con l’età. Chi ha detto che bisogna rinunciare alla sessualità? L’erotismo coinvolge positivamente tutto il corpo. Ogni volta che scatta la passione fisica, la circolazione sanguigna aumenta e rimette in moto anche il cervello. Inoltre, fare l’amore e soddisfare l’eros aiutano a sentirsi amati e attivi accettando con piacere i piccoli acciacchi propri e del partner.

Una splendida definizione per la longevità è quella di Chiara Saraceno, grande «vecchia» della sociologia in Italia, a settantacinque anni sempre in piena attività. «Sono nell’età a rischio. Non mi sono rifatta, ho tante rughe, però non mi riconosco nella definizione di anziana’. Oggi la vecchiaia ha ridefinito i propri contorni, non si sa più bene quando cominci. Ha confini incerti. È come se non ci fosse più un vero modello della vecchiaia. Anzi il modello è non esser vecchi.»

Benjamin Franklin, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, ha lasciato scritto che: «Tutti vorrebbero vivere a lungo, ma nessuno vorrebbe essere vecchio!»

E mi sembra che la saggezza insita in questo concetto è proprio ciò che ci spinge a «non esserlo».

Quanti anni possiamo aggiungere alla nostra vita?

Nelle prossime pagine del nostro «manuale d’istruzioni» esamineremo tanti modi possibili per diventare longevi. Qui ci limitiamo a partire da uno spunto offerto dal biogerontologo inglese Aubrey de Grey, che ha sintetizzato le sue ricerche in un elenco per permetterci di calcolare, verificando le nostre abitudini, quanti anni possiamo aggiungere alla nostra vita. Nel libro La fine dell’invecchiamento de Grey calcola gli aspetti che, oltre al sonno, al muoversi e al mangiare frutta e verdura, ci permettono di vivere più a lungo. Vediamoli insieme:

  • 3 anni con un’ora di corsa al giorno (oppure 1,8 anni con settantacinque minuti di camminata veloce);
  • 5 anni giocando a golf o a tennis;
  • da 3 a 9 anni smettendo di fumare;
  • 2 anni leggendo libri per almeno tre ore e mezzo alla settimana;
  • numero indefinito di anni bevendo un bicchiere di vino rosso a pasto (tre-quattro volte a settimana);
  • vita più lunga e meno probabilità di ammalarsi con tre tazzine di caffè al giorno;
  • numero indefinito di anni regalati da quindici minuti di risate al giorno.

Soprattutto l’ultimo aspetto ci deve far riflettere. Mantenere l’ottimismo e l’allegria è un carburante di grandissimo valore sempre e in ogni occasione.

Un altro studio, condotto anch’esso nel 2016 dall’Università del Maryland, a Baltimora, ha fatto emergere un dato interessante: la risata è capace di stimolare l’espansione dell’endotelio, il rivestimento interno dei vasi sanguigni, favorendo il passaggio del sangue, proprio come accade con l’esercizio fisico. E la dimostrazione è stata condotta in un modo originale, ma rigorosamente scientifico: misurando il flusso sanguigno di un gruppo di volontari prima e dopo la proiezione di due film, uno allegro e uno drammatico. Dopo la commedia le arterie risultavano rilassate e il flusso di sangue più fluido. L’opposto succedeva a quelle stesse persone quando assistevano alle sequenze di un film drammatico: le arterie si restringevano e il flusso sanguigno si riduceva.

E se quindi le risate aiutano a mantenere un endotelio sano ed elastico, allora possiamo anche affermare che sono in grado di ridurre il rischio di malattie cardiovascolari.

Viviamo in un’epoca in cui riusciamo a creare soluzioni mediche di altissimo livello (organi in 3D, terapia genica, robot chirurgici) ma questa esaltante modernità si scontra con le iniquità sanitarie, alimentate dai problemi sociali (disoccupazione, esclusione sociale, stress, dieta non equilibrata). Nel 2005 l’Organizzazione mondiale della sanità costituì una commissione che si occupasse proprio di questo, raccogliendo informazioni e prove dell’impatto di questo fattore sulla salute, con l’obiettivo di direzionarvi l’attenzione della classe politica di tutto il mondo.

A pesare, dunque, non è solo la mancanza di antibiotici, ma quella di acqua pulita; e le malattie cardiache non dipendono tanto dalla scarsità di unità coronariche, quanto dagli stili di vita e dalla cattiva alimentazione. Elio Riboli, professore di Sanità pubblica dell’Humanitas University di Milano, in un articolo intitolato «Dimmi dove abiti e ti dirò quanto vivrai», pubblicato sulla Repubblica il 3 ottobre 2017, racconta che a Torino, lungo la linea del tram 3, con il passaggio dai quartieri borghesi della collina a quelli più disagiati della barriera di Vallette, nella periferia nord-ovest, da un capolinea all’altro si perdono quattro anni di speranza di vita. La differenza è spiegata dalla diversa classe sociale dei residenti, dove l’aspettativa di vita si correla con la posizione sociale: più alta è la classe sociale, più lunga è la speranza di vita.

Il concetto di classe sociale

Nel concetto di classe sociale rientrano diversi fattori: l’ambiente domestico e famigliare, le relazioni sociali, il tipo di educazione ricevuta, il livello di istruzione, la disponibilità di un lavoro. Tra questi, l’indicatore che con più agio si può scorporare e misurare è il livello d’istruzione.

Dagli studi epidemiologici condotti in Europa, emerge che chi ha compiuto studi universitari ha un’attesa di vita superiore di quattro anni e mezzo rispetto a chi si è fermato alla licenza elementare. Qual è il motivo? Approfondendo i dati, si può osservare che chi ha un livello di istruzione superiore adotta anche uno stile di vita più sano: significa astenersi dal fumo, seguire un’alimentazione basata sulla dieta mediterranea, consumare poco alcol, fare regolarmente del moto o un’attività fisica moderata.

Un’asserzione confermata dai dati raccolti dalle reti nazionali di sorveglianza (che controllano la salute dei propri cittadini misurando regolarmente alcuni indicatori): a parità di età, su cento persone laureate solo quattordici fumano, mentre i fumatori sono il doppio tra chi si è fermato alla scuola dell’obbligo. Analogamente, solo il 3% dei laureati è obeso contro il 9% dei meno istruiti, e meno della metà dei laureati è sedentaria contro i due terzi di chi ha completato solo il percorso scolastico obbligatorio.

Se si adottano comportamenti sani, il differenziale di aspettativa di vita basato sull’istruzione si riduce di molto. Di converso, in presenza di comportamenti malsani per la propria salute, il livello d’istruzione non allunga la vita.

Più ci addentriamo nei misteri delle cause della longevità, e più ne comprendiamo uno dei segreti. Rita Levi-Montalcini diceva: «Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita».

Data di Pubblicazione: 26 ottobre 2018

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