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Il Segreto della Comunicazione e l'Importanza che bisogna dare alle Parole che Usiamo

Anteprima del libro "Il Sentiero della Consapevolezza e della Scoperta di Sé" di William Samuel

Il segreto della comunicazione

Oggi pomeriggio ho preso in mano una pietra liscia che esisteva fin da prima che venisse pronunciata una sola parola al mondo. Cos e più importante: la pietra liscia o le parole che la descrivono?

Le parole

Cara Mary,

solitamente diamo troppa importanza alle parole. I più devoti cercatori della Verità sono spesso quelli più fissati su discorsi come: «Questo è relativo, quello è assoluto». Quante volte li hai sentiti? Io ero il peggiore di tutti. Nessuno più di me, metafisico rinnegato in giro per l’universo da saggio a guru, da principe a professionista ad apostata, era invischiato nella premura intellettuale per le parole e la precisione del linguaggio. Ben presto mi ritrovai a non avere il coraggio di usare certe espressioni in presenza di alcuni individui, perché ero convinto che le mie parole indicassero il livello della mia comprensione. Che sciocchezza!

Le raffinate limitazioni dell'espressione abbondano - nell’ordine delle migliaia - all’interno del sistema di pensiero giudicante basato sull'arrivare a comprendere la Luce, invece che sull’essere Luce.

Nei nostri corsi qui a Mountain Brook la prima cosa che facciamo è esaminare la questione delle parole, per poi venir giù dall’altopiano arido e ridicolmente maestoso su cui si distingue tra “assoluto” e “relativo”. Tutte le parole sono relative. Non esistono parole assolute. L’Assoluto che è l’Essenza esiste in una dimensione che va oltre le parole, così come una melodia va oltre uno spartito musicale e il principio dell'aritmetica esiste al di là dei singoli numeri.

La Verità ha anche un aspetto intellettuale, naturalmente, e qui le parole giocano la loro parte, ma il Reale contiene un’infinità di essenze sottili che vanno oltre le parole, sono molto di più. Spesso, questa consapevolezza ci rimane preclusa finché continuiamo a bisticciare con la semantica.

Il bimbo smarrito

Un giorno, mentre riflettevo sull’enigma della comunicazione tra le remote colline qui intorno, ho assistito al felice ricongiungimento tra un padre e il figlioletto di cinque anni, che si era perso nel bosco molte ore prima. Sapevo che il bambino sarebbe stato ritrovato — e sapevo di saperlo — ma, nonostante questa mia certezza, non ero riuscito a placare i timori del padre né a fargli comprendere la Verità che vedevo. E proprio mentre riflettevo su questo - sulla mia incapacità di comunicare quando era così importante farlo - ho visto il padre e il figlio ritrovarsi.

Oh, che scena! Un monello vestito di stracci è corso fuori dal bosco a piedi nudi, urlando a squarciagola: «Papà! Papà!» e il padre, singhiozzando senza alcuna vergogna, l’ha preso tra le braccia. Continuava a ripetere: «Alleluia! Sia lodato il Cielo!» e non riusciva a dire altro. «Alleluia! Sia lodato il Cielo!»

In quel momento, ho visto con gioia che la comunicazione andava infinitamente al di là di parole ricercate, regole grammaticali e sfumature intellettuali; andava oltre l’istruzione e l’artificiosità della cultura. Ho visto l’entusiasmo sfrenato comunicare in un solo istante più di quanto avrebbero fatto tutte le parole dell'Enciclopedia e della Bibbia messe insieme. Ho visto l’Essere disinibito, svincolato dal suo presunto possessore. Nell’attimo tra un Sia lodato il Cielo e un “Papà, papà”, ho imparato che le parole sono solo parole. Se troppe sono un guazzabuglio, se altisonanti uno spreco. La semplicità soave e non pretenziosa dei bambini — la sincerità - commuove il Cuore e spodesta l’intelletto, portando il bambino che siamo tra le braccia del Padre.

Da quel momento, sono tornato a essere un bambino che passeggia lungo le strade di campagna e le rive dei fiumi, e se la gode, se la gode... Da allora so che il valore intellettuale e filosofico delle parole non ha la somma importanza che le attribuivo prima. In quell’occasione ho deciso che avrei fatto del mio meglio per smettere di utilizzare il pomposo linguaggio della metafisica, e provare invece a dire quanto è necessario nel modo semplice e soave che risulta naturale a tutti noi.

Questo, caro lettore, fa parte della semplicità che io e te abbiamo scoperto. La Storia può così essere raccontata al primo come all’ultimo degli uomini.

«Ah, ma che ne sarà della nostra dignità se diventiamo così semplici?» domanda qualcuno.

Niente al mondo ha mai posseduto più Dignità del bambino che corre dal Padre e sussurra; «Sono tornato a casa! Sono tornato a casa!»

I bambini si fanno capire

Troviamo un nuovo e immediato senso di pace quando smettiamo di penare troppo per le parole, sia nostre che altrui. Quante volte abbiamo ascoltato i discorsi farfuglianti che sgorgavano dal cuore di un bambino? Non abbiamo capito tutto quanto era necessario capire? Certo che sì! Abbiamo sentito al di là dei balbettii, dei tempi verbali sbagliati, degli errori di sintassi e di pronuncia. La nostra comprensione è andata oltre tutto ciò, direttamente al cuore. E il Cuore — semplice, sincero, soave — a pronunciare le parole che vediamo e sentiamo per prime, ed è il Cuore a comprendere.

Dunque, nel leggere queste pagine, mettiti comodo e guarda i paragrafi e i capitoli nella loro completezza, nella loro unicità, nella loro totalità; poi, ascolta il Cuore. È il Cuore che insegna, non le parole. Il Cuore va oltre le parole e non si lascia ingannare. «Ecco, ti concedo un cuore saggio e intelligente».

Laozi, il grande vecchio saggio dell'Oriente, ha scritto: «Il Tao (l’Assoluto) che può essere detto non è l’eterno Tao, il nome che può essere nominato non è l’eterno nome. Senza nome è il principio del Cielo e della Terra, quando ha nome è la madre delle diecimila creature. L’Assoluto è un vasto incommensurabile vuoto. A guardarlo non lo vedi, ad ascoltarlo non lo odi, ad afferrarlo non lo prendi [...] Il Tao è assoluto e senza nome, un cerchio infinito che eternamente ritorna. La sua meta è la serenità.

Il vero saggio accetta i dualismi della natura e si adopera con diligenza senza alcuna devozione per le parole [...] Musica e buon cibo inducono il viaggiatore a fermarsi. Ma le parole del Tao non hanno sapore...»

E poi il venerato saggio pronuncia quello che è sicuramente l’eufemismo del millennio: «Le parole dirette possono sembrare molto tortuose».

Qualche anno fa, ho avuto l’onore di essere il primo allievo americano di un illustre insegnante in India. Per quattordici giorni il nostro gruppo è rimasto seduto ai piedi del “Maestro”, che per tutto il tempo non ha pronunciato una sola parola — nemmeno un grugnito - fino alla giornata conclusiva, quando ci ha salutati assicurandoci che avevamo imparato molto.

E, sorprendentemente, era proprio così. Ci vollero mesi prima che i semi di quelle giornate silenziose cominciassero a germogliare, uno alla volta, rivelando 1 esistenza di moltissimi ambiti in cui le astruse e forbite chiacchiere di libri e insegnanti sono più d’ostacolo che d’aiuto.

Non c’è nessuno tra i lettori di questo libro a cui la Verità non sia già stata rivelata molte volte: ha solo bisogno di essere vissuta. L'ulteriore illuminazione e la sua esperienza tangibile chiamata "guarigione” arrivano con l’esperienza vissuta, che è come un prato di tenera erbetta al di là del muro del pianto eretto dalle parole.

Chi ha costruito questo muro è Lo stesso impostore di cui interpretiamo il ruolo quando impersoniamo un’identità separata dal Tutto.

Questo testo è estratto dal libro "Il Sentiero della Consapevolezza e della Scoperta di Sé".

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