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Il Concilio di Nicea

La Messa È Finita - Anteprima del libro di Michele Giovagnoli

L’invenzione del copyright sulla spiritualità

Attraverso il Concilio di Nicea, nel 325 d.C., viene cementata in maniera inappellabile la concezione di un Dio trascendente, ovvero al di là delle cose, al di sopra di esse. Esistono le manifestazioni, e fra queste anche l’uomo, poi c’è Dio. Dio e uomo sono quindi due soggetti ben distinti, dove il primo crea e il secondo è creato. Il concetto di un Dio immanente, ovvero coincidente con la manifestazione, viene fin dagli albori respinto.

Alla Chiesa non piace che l’uomo si senta titolato della padronanza di Dio. Ribadiamo: c’è un Dio al di là delle cose che genera le cose e, tra queste cose, c’è l’uomo. L’uomo è quindi una conseguenza di Dio, un Dio “soggetto” che è al di là anche del tempo e che esiste da prima di esso.

L’uomo però tende a Dio, questo è un dato evidente e tangibile, e vive di un naturale istinto alla spiritualità. Ma questo Dio, rincara la Chiesa, è al di là delle cose, è un soggetto ben distinto, e l’uomo da solo non può raggiungerlo. L’uomo non può cercarlo tra le sue proprietà, perché lì non risiede. L’uomo non può nemmeno ambire a conquistarlo, perché l’uomo e Dio sono due soggetti distinti, posti su due piani distinti e al primo non è dato giungere ai piani del secondo... A meno che non intervenga un bravo intermediario! «E dove possiamo trovarlo?» chiede l’uomo alla Chiesa.

«Ma che domande!» risponde la Chiesa. «Te lo forniamo Noi!».

Il primo atto per la costruzione dell’Impero Cattolico è la creazione di un Dio privato, un Dio il cui proprietario è ovviamente colui che lo crea, e che indossa una casacca ben distinta.

Un Dio umano, ma “generato e non creato”, quindi un Dio consustanziale, ovvero fatto della stessa sostanza del Padre, anch’esso trascendente, quindi, ma in carne e ossa. Un Dio figlio Salvatore, che viene a cercarti come risposta a una tua irrinunciabile necessità: ricondurti al Padre assoluto.

Il secondo atto per la costruzione dell’Impero Cattolico è l’istituzione della grande azienda che gestisca, per conto di un Dio Padre, gli sviluppi del lavoro iniziato dal Dio Figlio, che assieme allo Spirito Santo sono per una questione di pura funzionalità la stessa cosa. Geniale!

Riassumendo: abbiamo bisogno di esistere nella nostra spiritualità, ma per farlo non possiamo che passare attraverso la Chiesa cattolica, che è l’unica titolata a farlo.

Come a dire: siccome devo per forza mangiare perché sono un essere terrestre, mi trovo costretto a bussare alla porta di un tale che è il proprietario esclusivo di tutto il cibo esistente sul pianeta. Geniale e criminale!

Ritengo fermamente che Dio rappresenti uno stato d’essere e non un soggetto. Io mi sento Dio in quanto parte di un’unica cosa assoluta e in quanto presenza in tutte le cose. Sono Dio e risuono nella bellezza dell’universo e sono l’universo tutto in un punto.

Sono Dio in quanto essere cosmico e quindi dotato della facoltà di conoscere la mia infinità, auto-trascendendo me stesso. Ognuno di noi è Dio ogni volta che supera l’inganno mentale e si lascia espandere in quel moto inesorabile che prende il nome di Amore.

Chi si sente intermediario di Dio ti ritiene di sua proprietà. L’intermediario ti seziona mettendosi tra te e te.

Ecco la natura del Parassita: vivere assieme a te senza che tu te ne accorga e, al tempo stesso, toglierti energia.

Ma il Parassita cattolico è un parassita speciale, non si limita a rubarti aspetti sacri della tua vita, ne ostacola addirittura il processo evolutivo. Un Dio privato e trascendente determina inevitabilmente un insabbiamento della via iniziatica. Non ti liberi mai di un intermediario così, perché mai puoi arrivare al risultato che ti propone, se il risultato implica la sua dipartita. E un loop, un circolo vizioso. Quando mai un parassita ha confidato alla propria preda come liberarsi di esso? Mai!

Ecco che il Concilio di Nicea getta le basi di quella che con i tempi moderni è diventata l’arte del marketing. La Chiesa cattolica inizia a vendere Dio, riscuotendo sudditanza e con il tempo anche denaro. Inventa il copyright applicandolo all’Altissimo e alla via per raggiungerlo. Monopolizza il mercato e rende insostituibile il prodotto. Correva l’anno 325 d.C., qualcosa come diciassette secoli fa. Da un lato, un’umanità semi-primitiva, dall’altro una cerchia ristrettissima di esseri con spiccata intelligenza e al servizio di un indole dominatrice. Ora guardatevi attorno dall’alto del XXI secolo: noterete che non è cambiato niente!

La realtà

La realtà si disvela a chi ha gli strumenti, ma soprattutto la volontà, per accedervi e intende farlo senza filtri e senza maschere. Così procede l’autore che, ricco dei suoi studi affiancati da una profonda esperienza personale, mette quegli strumenti a disposizione di chi, animo libero, intende osservare il mondo con il disincanto e la disponibilità al vero, quale esso sia, che dovrebbero caratterizzare il desiderio di sapere, base imprescindibile per ogni forma di cammino orientata alla ricerca e al conseguimento della libertà, condizione necessaria nel potersi e volersi definire appartenenti attivi al consesso umano.

Il desiderio di libertà origina innanzitutto dalla presa di coscienza della sua assenza: solo chi sa di essere chiuso in un recinto può almeno avere la possibilità di provare il desiderio di uscirne. Parlo non a caso di possibilità, perché spesso la consapevolezza di far parte di una mandria non è condizione sufficiente per volerne uscire: in fondo il gruppo/gregge è protettivo, rassicurante, fornisce risposte facili a questioni diffìcili ed esime dall’impegno, per alcuni (o dovremmo dire per molti?) eccessivamente gravoso, di riflettere in piena autonomia e di agire poi di conseguenza, assumendo in prima persona la responsabilità delle proprie azioni. Michele Giovagnoli ci pone di fronte alla triste situazione in cui degli schiavi, più o meno consapevoli, non sono in grado di vedere lo stato in cui si trovano, o non vogliono, e ne sono talmente coinvolti da arrivare a difendere i loro padroni: condizione questa che, come rileva l’autore, caratterizza la vera schiavitù.

In questo lavoro, il lettore si trova una successione di capitoli che, nel loro ordine logico, disvelano una situazione drammatica sia per la sua pervasività sia per le modalità astute e sottili con cui è stata ideata, elaborata, posta in essere e magistralmente gestita a danno dell’umanità e del suo potenziale libero sviluppo. Uno sviluppo che non deve avere luogo, pena la caduta dei potenti che gestiscono questa schiavitù in qualità di parassiti insaziabili.

E inquietante osservare come elementi apparentemente insignificanti assumono invece significati e ruoli d’importanza impensata all’interno di questo sistema fabbricato per ammaestrare e dominare intelligentemente schiere di milioni di individui che vi aderiscono tanto ingenuamente quanto spontaneamente, consegnandosi nelle mani dei loro padroni. Dal battesimo al suono delle campane, dall’iconografìa all’invenzione della figura fìsica del Salvatore, dall’istituto della famiglia alla mortificazione dell’energia sessuale, dal culto perverso della sofferenza alla creazione di ubbidienti soldatini, dal dominio su una distorta concezione del sacro alla celebrazione criminosa della povertà... l’autore ci conduce lungo un cammino di cui ci svela origini e finalità, modalità operative e inganni palesi.

La capacita camaleontica dei detentori di questo subdolo sistema di potere, mascherato da strumento salvifico (da cosa poi?) si dipana sotto gli occhi del lettore che, con sempre maggiore chiarezza, giunge a vedere e scoprire che il pastore è colui che scanna la pecora, la depaupera e la utilizza, presentandosi nelle vesti false e ingannatrici del difensore: scopriamo in realtà che il lupo da cui ci dobbiamo difendere è proprio lui.

Tutto ciò che è e dovrebbe essere naturale in questo sistema è annullato: si passa dal bosco fonte di vita alla selva di colonne costruite per tarpare ogni volontà di vita vera; dai gesti e dalle attività istintuali come la creatività gioiosa del sesso, alla costrizione di movimenti che obbligano a piegare il collo in una posizione che induce (obbliga?) alla sottomissione timorosa.

Tutti devono essere inseriti nella mandria: la solitudine è infatti per natura potenzialmente eretica, ci ricorda Giovagnoli, soprattutto perché favorisce la libera riflessione: un’autonomia che il potere non può tollerare in quanto troppo pericolosa e destabilizzante per la sua stessa sopravvivenza. Nella mandria tutti siamo più deboli, deprivati di energia vitale e dunque più facilmente controllabili. Il paragone efficacissimo che l'autore fa con il pollo di allevamento e quanto mai illuminante e lascio al lettore il piacere di scoprirne le implicazioni, magari mettendole a confronto con quanto si verifica nella sua stessa vita.

Documentazione storica

Il testo non manca di fornire una ricca e precisa documentazione storica con la successione delle varie scelte, disposizioni, dichiarazioni e imposizioni (anche criminalmente violente) che hanno caratterizzato la vita della Chiesa nei diciassette secoli nel corso dei quali ha abilmente costruito questo efficacissimo sistema di schiavitù.

Nel libro ho letto con grande piacere questa affermazione: «Se volete bene a una persona non regalatele una certezza, ma impacchettatele un bel dubbio. Il dubbio è l’anticamera di ogni passo evolutivo. Niente dubbio niente evoluzione». Non posso che concordare e con piacere dico al lettore che, in piena coerenza con questa posizione, ho visto che sono molte le domande che il libro pone in modo esplicito e altrettante quelle che sorgono inevitabili nella mente di chi scorre queste pagine con sempre crescente curiosità: le domande sono il sale di ogni attività intelligente e senza.

Questo testo è estratto dal libro "La Messa È Finita".

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