Confusione Infantile - Sergio Mari

Confusione Infantile

Pranoterapia - Anteprima del libro di Sergio Mari

Negli anni dell’infanzia

Negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza ho condiviso con i miei coetanei interessi e passioni, prima fra tutte quella per il calcio. Anche le mie paure erano quelle tipiche di tutti i bambini. A queste esperienze comuni, però, si affiancavano strani episodi, assenti nelle vite dei miei amici e degli adulti. I miei occhi di ragazzo vedevano immagini invisibili agli altri e le mie orecchie udivano suoni e voci che nessun altro sentiva.

Mi capitava anche di provare un’intensa sofferenza fisica ed emotiva di fronte al dolore, alle malattie o alla solitudine altrui. Mi bastava guardare negli occhi una persona infelice per sentire risuonare in me tutta la sua tristezza. Come si può ben immaginare, non era facile per un bambino leggere nella mente degli altri, intuirne in anticipo gli stati d’animo e percepirne la sofferenza fisica e mentale, e mi sono sentito spesso annegare in un mare infinito di situazioni innaturali.

Tra le mie facoltà, la più snervante era forse quella di vedere le forme-pensiero generate da alcune persone, ossia le immagini mentali che prendono corpo quando il pensiero conscio incontra quello inconscio. Quando ad esempio i miei genitori, i miei parenti o il sacerdote della mia parrocchia mi dicevano “Fa’ il bravo, altrimenti il diavolo viene a prenderti”, vedevo apparirmi davanti facce umane sfigurate, personaggi con le corna e addirittura strane figure zoomorfe con la testa da insetto e il corpo da animale. Per me queste forme-pensiero erano vive e reali come qualsiasi altro essere vivente. Oggi so che alcune di queste immagini si nutrono delle paure e delle inquietudini di chi le genera e l’intensità delle emozioni che animano questi pensieri può essere tale da renderli tangibili. La loro “esistenza” è stata per me terrificante e ha messo a dura prova la mia tenuta emotiva. Ciò non toglie che ci fossero anche forme-pensiero positive, molto belle a vedersi e di conforto allo spirito. Non potevo tuttavia fare a meno di chiedermi: “Come può essere bella un’immagine che solo io riesco a vedere?”.

Da bambino mi soffermavo spesso a riflettere su quel mondo ignoto, nascosto e straordinario senza capire per quale motivo mi fosse visibile e senza venire a capo del senso di quelle immagini. Sapevo intuitivamente che gli altri bambini non erano costretti a porsi simili interrogativi.

Quando cominciai ad avere delle visioni, esattamente come era accaduto per le forme-pensiero che si materializzavano davanti ai miei occhi, non osai confidarlo a nessuno. A volte, osservando il cielo, vedevo adulti e bambini, alberi e animali che mi apparivano fatti della stessa materia delle nuvole, ma con tratti più precisi e realistici di quelli dei passanti che incrociavo per strada. L’estrema nitidezza di queste nubivisioni, simili ad altorilievi o incisioni perfettamente definite, le differenziava dalle forme che le persone sono solite scorgere nelle nuvole.

In chiesa, nelle ore di catechismo o durante la messa, le statue prendevano spesso vita e il loro sguardo incrociava il mio. Gli angeli sull’altare si muovevano e mi apparivano reali, animati. Il crocefisso smetteva di essere un’effigie o un pezzo di legno lavorato e diventava un uomo in carne e ossa che mi guardava con occhi penetranti e al tempo stesso colmi di dolcezza. Il suo sguardo mi riempiva di una gioia indescrivibile, tanto che ho pensato più di una volta di non meritarlo.

I morti

La più spaventosa di tutte queste visioni era per me quella dei morti che venivano spesso a farmi visita, a volte di giorno ma più frequentemente di notte. Se avessi potuto smettere di dormire, lo avrei fatto. La mia camera da letto poteva trasformarsi in un incubo a occhi aperti. Mi svegliavo nel cuore della notte pensando che i morti fossero solo un brutto sogno, ma non facevo in tempo ad aprire gli occhi che me li ritrovavo intorno, in piedi accanto al letto o sdraiati al mio fianco. Non tardai a capire che i morti non abitavano il mondo dei sogni ma la mia realtà personale.

A volte non sapevo che cosa fosse peggio, se la mia camera o il cimitero. Ai funerali ero accerchiato da morti che mi parlavano, mi supplicavano, mi tormentavano. Il terrore che mi incutevano era dovuto in parte al fatto che li vedevo feriti o malati, con l'aspetto che avevano avuto al momento della morte. Ricordo in particolare un uomo anziano morto in un incidente stradale che gli aveva sfigurato orribilmente mezzo viso. Veniva spesso a trovarmi. L'apparizione dei defunti, che fossero bambini, adulti o anziani, era sempre per me qualcosa di terrificante.

A chi dirlo?

A chi avrei potuto raccontare quello che mi succedeva? Di chi avrei potuto fidarmi? Non ero che un ragazzo e l’idea di rivelare agli altri il mio terribile segreto mi impauriva, temevo che mi avrebbero preso per pazzo e che la mia emarginazione e il mio isolamento, già di per sé dolorosi, si sarebbero aggravati. Vivevo nel terrore che quello strano mondo mi risucchiasse al suo interno sottraendomi per sempre alla realtà normale.

Passarono così i mesi e gli anni e solo due volte trovai il coraggio di affrontare l’argomento. La prima delle due occasioni mi fu offerta da una di quelle sere destate in cui i bambini si riuniscono per dare briglia sciolta all’immaginazione e raccontarsi storie di paura e di fantasmi. Ero con gli amici nel cortile dell’oratorio e quando fu il mio turno di raccontare, descrissi con il cuore in gola la spaventosa realtà che vivevo. Mi ascoltarono tutti in religioso silenzio e vidi bene che erano impauriti dal racconto. Fortunatamente, lo presero per una storia inventata come le altre.

La seconda volta fu in confessionale. Il prete, dopo avermi ascoltato, mi disse che avevo bisogno di cure e che ne avrebbe parlato con i miei. Ero disperato all’idea che lo facesse, temevo che mi avrebbero rinchiuso in manicomio dove sapevo che i malati non se la passavano granché bene e pregai giorno e notte perche dimenticasse la mia confessione. Con mio grande sollievo, le mie preghiere furono esaudite. Per anni mi sono chiesto se il suo silenzio sia stato per me un bene o un male; oggi non ho dubbi a considerarlo una benedizione.

Devo questa convinzione ad alcune conversazioni avute nel tempo con vari psicologi che ho curato energeticamente. Tutti erano dell'idea che parlare delle mie esperienze mi avrebbe attirato molti problemi. Cito letteralmente: “Noi psicologi non siamo in grado di stabilire se un bambino dice il vero o il falso, ma nel 99% dei casi, di fronte a un bambino con un disturbo, ricorriamo alla terapia psicologica e farmacologica. Non abbiamo le competenze per stabilire se un bambino è un sensitivo e, anche se le avessimo, non disporremmo dei mezzi necessari a sostenere lui e la sua famiglia”.

Questo testo è estratto dal libro "Pranoterapia".

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