Nuovi Punti di Vista dell'Alchimia - Il Corpo Alchemico

Anteprima del libro "A Lezione dall'Alchimista" di Gianpaolo Fiorentini

L’athanor

Nei testi alchemici non ho trovato nulla sulla costruzione dell’athanor, o meglio sulla sua purificazione o la sua “ristrutturazione” come mi è stata insegnata da Gustave Moshe Mendoim. Niente sui vari tipi di mente, niente sulla presenza e niente sulla concentrazione. Ho trovato un unico, vago accenno alla presenza nel Libellus de alchimia di Alberto Magno: “L’artefice di quest’arte sia sempre presente durante le operazioni; e non si faccia prendere dal tedio, ma perseveri fino alla fine”. Si postula solo una generica dirittura morale e una generica bontà d’animo, assieme alla fede in Dio. Ascoltiamo su questo punto alcuni alchimisti del passato.

“Occorre che chi vuole dedicarsi alla scienza sia prima di tutto devoto a Dio e amico degli uomini, prudente, disinteressato, non incline alla menzogna e a tutti i tipi di frode, di cattive azioni, d’invidia” (Anonimo greco). “È necessario che chi vuole essere introdotto in questa nostra sapienza segreta allontani da sé il vizio dell’arroganza e che sia devoto, onesto, capace di ragionare in profondità, amico degli uomini, che il suo viso sia sereno e gioioso, che sia zelante in ciò che è salutare” ( Tractatus aureus). “Vi si disponga con timore di Dio, con mente onesta, con animo devoto e con la perseveranza nella lettura” (Pietro di Silento). “Prima di qualsiasi altra cosa devi pregare il Creatore di tutte le creature, medita proponendoti di non fare più il male e di essere retto, affinché il tuo cuore possa illuminarsi aprendosi a tutto ciò che è buono. Ricordati anche di soccorrere i poveri e i bisognosi, liberandoli dalla miseria e rifocillandoli generosamente” (Basilio Valentino).

Troviamo maggiori notizie riguardo alla presunta costruzione materiale. Sentiamo di nuovo Dom Pernety. Dopo avere detto che sull’athanor gli alchimisti conservano un gran segreto, spiega che lo si costruisce con mattoni, terra argillosa, creta e pelo. Tutti modi poco eleganti per indicare la testa? Deve avere forma rotonda “forata da un certo numero di buchi (gli orifizi nella testa). Un altro buco serve a introdurvi il fuoco e una finestrella di vetro serve per osservare che cosa accade all’interno (di noi). E aggiunge: “Tutti i filosofi chimici concordano nel dire che occorre un solo fornello che serve a tutte queste operazioni, che si fanno tutte nello stesso vaso”. Infatti abbiamo una sola testa.

Altre notizie sulla costruzione materiale del forno non gettano nessuna luce; anzi, non fanno che rafforzare l’idea che l’athanor sia davvero qualcosa di materiale. “I forni e i fornelli si fanno con poca cosa: terra, creta, mattoni, tegole, polvere di carbone, limatura di ferro e di rame, calce di’ pietre minori, gomma arabica, albume d’uovo, tartaro delle botti e sabbia di fiume pura e liscia (Bonaventura da Iseo). Lo stesso autore complica le cose per quanto riguarda i vari vasi e ampolle: “I vasi utili e necessari nell’esercizio di quest’arte sono molti e diversi, di forma differente: alcuni di terracotta non vetrificata, altri di terra secca solo all’interno, altri di vetro, altri di ferro, altri di rame, altri di legno, e si parla di pentole, testi, scodelle convesse, orci, orciuoli, fiale, ampolle, pissidi, porta mantici, mantici grandi e piccoli, mortai piccoli e grandi col pestello, tazze, cucchiai, spatole, padelle, caldaie”. Forse una nota ironica si può leggere in questa indicazione di Ramon Llull: “Il fornello sia fatto grande o piccolo a seconda della quantità della materia, perché una grande quantità di materia richiede un grande fornello e una piccola uno piccolo”.

Io non posso che ribadire quello che mi ha insegnato il canonico. Dagli anni Ottanta-Novanta in poi conobbi un numero sempre maggiore di persone che praticavano la cosiddetta meditazione di consapevolezza. Non ho trovato grandi diversità tra questo modo di costruire la presenza attraverso la consapevolezza delle azioni, delle sensazioni, dei pensieri e del respiro, e quello che mi è stato insegnato.

Il lavoro

Che si chiami scioglimento o cottura, l’operazione è una sola: “Una volta che lo si conosce, tutto non è altro che un lavoro di donne, un gioco di bambini: basta far cuocere” (Filalete). Ciò nonostante, anche qui la fantasia alchemica si scatena. Ecco uno dei tanti elenchi, e nemmeno completo, in ordine alfabetico: “Abbeveramento, abluzione, alcolizzazione, apertura, arrostitura, bagno, calcinazione, coagulazione, commistione, contrizione, correzione, cottura, crivellazione, dealbazione, decozione, disseccamento, dissoluzione, distillazione, divisione, estrazione, fissazione, fogliazione, fusione, generazione, ignizione, imbiancamento, imbibizione, innaffiamento, lavacro, macerazione, macinazione, miscelazione, mortificazione, polverizzazione, putrefazione , rettificazione, risoluzione, rubificazione, separazione, soluzione, sublimazione, tintura, triturazione, umettazione, volatilizzazione”. Se preferite i verbi potete scegliere tra “dissolvere, imbibere, impastare, incerare, incinerire, innaffiare, lavare, limare, polire, mortificare, rubificare, sublimare, triturare, umettare” e decine di altri.

Il binomio che ricorre con frequenza è solve et coagula: “Fare l’umido secco e il fuggente fisso”, perché “così il corpo si fa spirituale e viceversa lo spirito si fa corporale” (Turba dei filosofi). “Lo spirito lo facciamo corpo e il corpo spirito” (Arnaldo da Villanova). “Il nostro magistero non è altro che dissolvere il corpo e congelare lo spirito” (Basilio Valentino). “Se non privi i corpi del corpo e non dai corpo a ciò che è privo di corpo, il risultato sarà nullo” (Ermete Trismegisto). “Poiché il nostro sale all’inizio è un soggetto terrestre, pesante, rude, impuro, caotico, glutinoso, vischioso, deve essere dissolto, separato dalle sue impurità e da tutti i suoi accidenti terreni e dalla sua ombra spessa e grossolana, affinché questo sale cristallino dei metalli esente da ogni feccia, purgato da tutta la sua nerezza, putrefazione e lebbra, divenga purissimo e sovranamente chiarificato, bianco come la neve, fondente e fluente come cera” ( Trattato sul sale).

Lo scioglimento della visione del corpo solido

Lo scioglimento della visione del corpo solido è assimilato all’imprendibilità del mercurio e alla fluidità di tutti generi di acqua. Il monito è preciso: “Se non si converte tutto in acqua non si giunge all’opera” (Turba dei filosofi). “L’opera vera è trovare l’umidità nella quale l’oro si liquefa come il ghiaccio nell’acqua tiepida: trovare ciò è la nostra opera” (Filalete).

Esistono liste interminabili che dovrebbero servire a comprendere che non si tratta di acque reali e diverse, ma dell’unica acqua “mercuriale” che simboleggia lo scioglimento: “Acqua antimoniale, ardente, arsenicale, benedetta, celeste, che fa bianca la pietra, corrodente, dei due fratelli estratta dalla sorella, dei filosofi, dei microcosmi, del cervello (aqua cerebril), del cielo, delle signore, del mondo, d’amore, di castità, di fuoco, di giglio, di grazia, d’imbiancamento, di mercurio, di nitro, di nuvole, di salute, distillata, dolce, dorata, fetida, filosofica, forte, mondata della terra, permanente, purificata, radicale, rossa, secca, velenosa”. Ne volete altre? Non c’è che l’imbarazzo della scelta: “Acqua elevata, esaltata, dell’arte, di urina, di vita, divina, d’oro, fogliata, metallica, modificante, pesante, ponderosa, prima, semplice, solforosa, stellata”. “Questa è l’acqua”, scrive il Filalete, “che smembra i corpi e li rende non corpi, bensì spiriti volanti come il fumo o il vento”. Sempre Filalete dà all’acqua alchemica anche il nome di lievito, perché “come questo fa rigonfiare la pasta, così quella fa fermentare il corpo provocandone l’espansione”. Espansione non starà per infinità?

Come si vede, alcuni termini sono intuitivi, altri poetici, altri assolutamente oscuri. Ad esempio, l’acqua e soprattutto la tetra “fogliata” derivano dal francese fouiller che ha il senso di scavare, sviscerare. E quindi la terra del corpo lavorata dall’alchimista. Come ripetono gli alchimisti, leggendo e rileggendo, e ovviamente conoscendo il significato generale dell’acqua, della terra e di tutti gli elementi descritti, alcune di queste definizioni possono prendere luce. E un ritornello che accompagna tutta la letteratura alchemica: “Non devi dimenticare di lavorare con grandissima assiduità, continuando sempre a indagare negli scritti degli autori” (Basilio Valentino). Anche se, come abbiamo già visto, il Trattato sul sale nega che la spiegazione sia contenuta nei libri.

Quando allo scioglimento si sostituisce la metafora della cottura, gli autori che cercano di semplificare dicono che tutto il segreto dell’arte consiste nel “regime del fuoco”, ovvero la riflessione, l’indagine, l’intelligenza. La Turba dei filosofi parla di una “creatura sublime che non è vista né percepita dai sensi, ma solo con la ragione”. Filalete spiega che “un artista regola il suo lavoro più con l’abilità e il ragionamento, ossia con l’occhio della mente piuttosto che con quello del corpo”. L’intelligenza è il fuoco naturale di cui “ogni individuo ha una porzione”, così naturale che viene paragonato al calore che si sente “quando si posa la mano sulla pelle di un uomo sano”. Bernardo Trevisano ribadisce che non è un fuoco di carboni né di sterco, ma un fuoco “vaporoso, sottile, aereo” che va mantenuto “continuo, costante, perseverante, alterante, evaporante”. Ormai, questi due ultimi termini dovrebbero essere chiari. E il “dolce fuoco della natura”, un fuoco che “non brucia le mani”. Se non è dolce ma troppo violento, cioè troppo nutrito di passione di sgiunta da paziente serenità, non conduce a niente e prende il nome di “fuoco fratricida” o “tiranno del mondo”, perché incendia tutto mettendolo a ferro e fuoco come fanno appunto i tiranni. Deve essere invece un “fuoco filosofico”, un fuoco che “putrefa e successivamente fa germogliare cose nuove e diverse”.

Benché Pernety affermi che “tutti coloro che si sono occupati di questa arte si sono adoperati per nascondere il vero nome di questa materia perché, una volta conosciuta, si avrebbe la principale chiave”, mi sembra indubbio che la materia prima su cui lavora l’alchimia sia il corpo, o meglio la normale idea di corpo.

Flamel è chiarissimo: “I filosofi chiamano corpo la terra nera, oscura e tenebrosa che noi imbianchiamo”. Basilio Valentino: “Il nostro inizio è un corpo tangibile e chiuso”. Il Novum lumen: “L’elemento terra è il nascondiglio e il domicilio di ogni tesoro”. In uno scritto inviato al principe ereditario di Norvegia, Pierre Jean Fabre scrive: “Il bosco dei chimici è il corpo, da cui scaturiscono il loro mercurio e il loro zolfo. La bestia nera è proprio questa materia, quando si corrompe e imputridisce nel proprio corpo; difatti nella putrefazione diventa nera e poi, con la cottura continua, diventa bianchissima”. Basilio Valentino: “Come il medico con le sue medicine purga e pulisce l’interno del corpo cacciandone la lordura, così i nostri corpi devono essere lavati e purgati da ogni impurità, affinché la perfezione possa essere raggiunta” e “tutto ciò che il volgo considera morto deve essere riportato a una vita impercettibile, visibile e spirituale”. Arnaldo da Villanova invita a operare “perché i corpi si convertano nella loro natura”, poiché “il corpo umano senza il suo fermento, cioè la sua anima, non vale nulla”. “Allora”, conclude Bernardo Trevisano, “il corpo è mutato in non corpo: questa è la vera regola per operare bene”.

Forse ha una nota ironica questa annotazione del Filalete: “Quando sarai in possesso della pietra, avrai vantaggio a rendere questo fornello portatile (come ho fatto anch’io)”.

I minerali sotto i quali viene celato il corpo sono svariati, ad esempio il piombo, lo stagno e il sale: “Il nostro sale è difficile da sciogliere: se c’è una cosa in tutta quanta l’arte che sia davvero difficile e laboriosa, questa è la dissoluzione del nostro sale. Con grande difficoltà, infatti, e con un lungo lavoro esso imputridisce, e senza la putrefazione non può essere elaborato. Prima di tutto dobbiamo perciò putrefarlo” (PierreJean Fabre).

Il corpo come oggetto di profonda riflessione

In tutte le tradizioni spirituali il corpo è preso a oggetto di profonda riflessione. Nell’alchimia si invita a scioglierlo mediante l’operazione chiamata nigredo. Si parla di putrefazione: “Nessuna carne umana o animale può produrre alcun accrescimento o propagazione di sé se all’inizio non c’è stata putrefazione” (Basilio Valentino), di frantumazione: “Bruciate quel rame, frantumatelo e privatelo della nerezza, cuocetelo imbibendo e lavando, sinché diventi bianco” e di liquefazione: “Il piombo si liquefa e diventa come acqua” (Turba dei filosofi). Credo di avere individuato gli unici riferimenti all’infinità, parola cara al canonico, nel Filalete: “Dopo quaranta giorni vedrai tutta la materia convertita in un’ombra, o in atomi, e tutti i componenti del tuo composto saranno ridotti in atomi” e “Il composto rivestirà mille forme; si liquefarà e si coagulerà cento volte al giorno; sarai in ogni momento stupefatto di ammirazione per ciò che vedrai. E finalmente avrai dei grani molto bianchi, tanto fini quanto gli atomi di Sole”. O forse in questa breve indicazione nell’Allegoria di Merlino: “Allora presero il Re e lo dilaniarono in minime parti”.

Sarebbe molto interessante studiare le analogie tra la putrefazione alchemica e lo squartamento sciamanico, la contemplazione della morte del cristianesimo e la contemplazione delle cosiddette impurità del corpo del buddhismo. Studi che lascio a chi è più esperto di me in queste discipline.

Continua a leggere l'estratto del libro "A Lezione dall'Alchimista".

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