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Cos'è il perdono?

Cos'è il perdono?

Scopri come lasciare andare via per sempre il conflitto e azzerare qualsiasi tipo di risentimento leggendo l'anteprima del libro di Bernard Rouch.

Cos'è il perdono?

La parola perdono viene dal latino medievale per-donare. È composta dalla particella latina per che indica un compimento e donare che significa concedere. Perdonare, nella sua radice, significa quindi donare completamente senza condizioni. Proprio come lo è un dono non c’è più possibilità di far marcia indietro.

Nel diritto antico, all’epoca della pena del taglione vigeva la legge «occhio per occhio, dente per dente.»: chi aveva ricevuto un torto si ritrovava nelle condizioni di vantare un credito. La persona poteva trovare soddisfazione davanti al tribunale con la comminazione di una pena al debitore oppure con il versamento di una somma di denaro. Perdonare, nel senso antico, era proprio abbandonare un credito e per il debitore invocare il perdono voleva dire richiedere l’annullamento e il condono di un obbligo. Nella preghiera del padre nostro la formula per ottenere e concedere il perdono è così descritta: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori.» (Matteo 6,10-12) Questo si ritrova nel diritto romano antico, nel diritto germanico e tutt’oggi nel diritto islamico.

L’avvocato indiano Mahatma Gandhi diceva giustamente «occhio per occhio ci renderà tutti ciechi.» (Gandhi 2001). Se dovessimo applicare la legge del taglione alla lettera penso che potremmo contare sulle dita di una mano le persone che ne uscirebbero illese. Perdonare significa evitare di far germinare nel nostro cuore i semi del rancore, della vendetta, dell'ira che ingarbugliano ancora di più i pensieri e il nostro stato d’animo.

Il perdono, trattandosi di una forma di dono, va compiuto senza chiedere nulla in cambio. Il perdono condizionale: "ti perdono solo se mi chiedi scusa..." non è quindi un vero perdono, ma è una delle tappe per giungere ad esso. Il perdono completo significa andare fino in fondo per lasciare andare via per sempre il conflitto e azzerare qualsiasi tipo di risentimento. Implica quindi di accoglierci nella nostra fragilità e accogliere l’altro nella sua debolezza e questo richiede di dedicarci un po’ del nostro tempo.

L’apporto più significativo alla rilevanza del perdono nella vita di ogni essere umano arriva dal cristianesimo.

«Ma qual è la rivoluzione maggiore che ha portato il Cristianesimo rispetto alle religioni precedenti Questa frase mi è stata rivolta tanto tempo fa dal Dr. Sùleyman Derin, professore di teologia alla facoltà islamica di Istanbul. Davanti al mio silenzio egli così mi rispose: «Altre religioni ne hanno parlato in precedenza, ma il Cristianesimo è quello che più ha insistito sul perdono».

Questa frase mi ha fortemente colpito perché proveniva da uno sguardo esterno, un musulmano che aveva studiato teologia cristiana ed ebraica. Oggi, ripensando a quelle parole, mi rendo conto di quanto il messaggio del perdono del Cristo sia stato rivoluzionario ai suoi tempi e come lo sia tuttora. Nel Vangelo, il più delle volte, la parola perdono è la traduzione della parola greca aphiemi che significa “mettere in libertà. Liberare una persona da un torto è quindi liberare anche noi stessi. Libertà di godersi il presente senza sensi di colpa, libertà di progettare e di costruirsi un futuro senza condizionamenti. Fino a quando non abbiamo perdonato siamo ancora legati alle catene dell’attaccamento, finché continuiamo a pensare all’altro, a quello che ci ha fatto, a quanto è ingiusto, siamo ancora strettamente legati o più spesso incatenati. E un legame con l’altro e con noi stessi che presto può diventare un peso. Il grande messaggio del nuovo testamento, è questa parola aphiemi ripetuta ben centoquarantadue volte, che è proprio la chiave della liberazione dalla prigione della sofferenza.

Il cristianesimo inoltre ci porta oltre la nostra zona di comfort, spingendoci al di là dei nostri limiti, rompendo gli schemi. Il perdono ci porta ancora più in là e ci permette così di compiere gesti e azioni che non avremmo mai creduto possibile poter compiere prima. Il Cristo lo ribadisce dicendo:

«Sapete che è stato detto: Ama i tuoi amici e odia i tuoi nemici. Ma io vi dico: amate anche i vostri nemici, pregate per quelli che vi perseguitano». (Matteo 5,43-44)

Questo non significa giustificare tutti né vivere insieme ai nostri nemici, ma essere capace di non portare rancore, di non alimentare rabbie, ma anzi di sapere pregare anche per chi ci fa del male.

Gesù prosegue con tono dirompente:

«Facendo così, diventerete veri figli di Dio, vostro Padre, che è in cielo. Perché egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere per quelli che fanno il bene e per quelli che fanno il male.» (Matteo 5,45-46)

Imparare ad espandere il cuore fino a farlo diventare come un sole che sa accogliere ogni essere vivente, ecco l’apertura a trecentosessanta gradi alla quale ci porta la pratica del perdono. Non dico che ciò sia facile, ma sono convinto che il nostro cuore abbia una capacità enorme d’accoglienza, molto più grande di quello che la nostra mente pensa di possedere.

Basti pensare alla sofferenza che suscita in noi la visione di una persona indigente sdraiata per terra in una strada; eppure non conosciamo la sua vita e i suoi pensieri. Se il nostro cuore è capace di essere toccato in questo modo, perché non potrebbe amare allo stesso modo?

Chi non ha cuore non prova dolore. Se soffriamo così tanto per certi eventi della vita, non è forse perché nel nostro petto si nasconde un grande cuore? Ha solo bisogno di ricordarsi che l’amore non si può mai perdere completamente, ma si trasforma e l’affetto rimane per sempre. La separazione dall’altro è solo un’illusione dei nostri sensi, il cuore non può smettere di amare, ama solo in modo diverso, un amore che sa attraversare i confini dello spazio e della morte.

L'apporto di Gandhi e di Nelson Mandela

C’è una diffusa credenza che perdonare sia un segno di debolezza, un eccesso di buonismo, e quindi per molti il perdono è una sorta di umiliazione, ma non è affatto così. Per citare di nuovo Gandhi:

«I deboli non perdonano mai. Il perdono è l’attributo dei forti.» (Gandhi 2001)

Ovvero più ci sentiamo forti e allineati con noi stessi, meno sentiamo il bisogno di rispondere in modo aggressivo e siamo molto più capaci di capire e di perdonare.

Contrariamente a quello che si pensa solitamente, la violenza è un segno di debolezza. Gandhi è riuscito ad ottenere l’indipendenza dell’India nel 1947 con un movimento di resistenza non violenta. Ha saputo reagire senza aggressività agli abusi degli inglesi, e alle loro offese e umiliazioni rispondeva con la forza della sua compassione e determinazione. La non violenza non è stata di certo un gesto di sottomissione bensì di grande forza d’animo, un atteggiamento che invita e sospinge a superare le avversità con amore e non con la violenza fisica.

Anche il Presidente e premio Nobel della pace, Nelson Mandela, ha visto nel perdono il metodo più efficace per metter fine all’apartheid in Sudafrica e ottenere il diritto di voto per ogni razza, con lo slogan “un uomo, un voto”. Infatti, nel corso della sua esistenza, ha sempre saputo mettere in pratica il suo incisivo pensiero:

«Il perdono libera l’anima, rimuove la paura. È per questo che il perdono è un'arma potente». (Mandela 2013)

Mandela, un uomo che ha sofferto anni di prigionia rinchiuso in una cella piccolissima - gli bastava infatti stendere le braccia per poter toccare entrambi i lati delle mura - ha saputo perdonare i suoi carcerieri e avviare un grande cambiamento politico includendo nel governo neri e bianchi. Si può sintetizzare il suo pensiero in questa sua frase molto significativa:

«Se si vuole fare la pace con il nemico, si deve lavorare con il proprio nemico. Esso deve poi diventare il vostro partner.» (Mandela 2013)

Credo che Nelson Mandela, più di tante altre persone, abbia messo in pratica il messaggio del Cristo di amare i nostri nemici.

Data di Pubblicazione: 30 settembre 2019

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